lunedì 28 maggio 2018

Antonio Veneziani conversa con Gabriele Galloni

Il tuo In che luce cadranno (Rplibri, 2018) è stato definito da voci autorevoli come il libro più interessante della presente stagione poetica. Prevedevi questo successo critico?

Me lo aspettavo. Sono sempre stato convinto della qualità del mio libro – della sua altezza priva di alterigia e piedistalli. In questo senso non ho mai dubitato un solo istante della mia direzione. 

La direzione. Ne hai una?

Essere il migliore.

Spiegati.

Non c'è una spiegazione. Il migliore. Il più grande. Fine. Che senso ha fare qualcosa senza puntare il più in alto possibile? Parlo di Voce, non di riconoscimenti. Di lavoro sulla propria opera.

Questo è affascinante. Giochi quasi a carte scoperte, consapevole della tua voce e del tuo grande talento. Non ti nascondi dietro ritrosia, falsa modestia. Eppure, nella tua poesia, non c'è traccia di questo atteggiamento. Anzi: il passo è pacato, melodico e piano; quasi timido. Niente exploit o dichiarazioni. I tuoi morti sembrano bagnarsi sempre in un ruscello d'acqua tiepida; paiono, a loro modo, sereni. Più sereni di noi. Quale è il legame tra la tua vita esteriore e la tua scrittura?

Nessuno.

Tu, essendo nato nel 1995, sei un millennial – come si dice. E da millennial, come vedi l'odierno panorama della poesia contemporanea?

Ci sono cose valide, interessanti, e molta fanghiglia. Da questo punto di vista le generazioni degli anni '60 e '70 sono state deleterie. Con le dovute eccezioni, s'intende.

Come influenza intendi?

Assolutamente. Poesia inutile che in passato ha avuto il beneplacito di nomi più o meno importanti – magari devastati dall'Alzheimer, dal tedium vitae o affamati di allievi compìti e diligenti. Purtroppo anche le generazioni successive ne hanno risentito. Certe debolezze linguistiche travestite da calcolate ingenuità; incapacità di messa a fuoco, mancanza di un centro preciso. Scarsa cultura linguistica. È stata proprio questo tipo di poesia, volutamente autoreferenziale e debordante, chiusa a ogni forma d'Altro, a permettere a gente come Gio Evan di prosperare e moltiplicarsi. Per reazione.

Cosa ne pensi di lui?

Boh. Che devo pensarne? È un giocattolo dei nostri tempi. E se vende tanto meglio per le case editrici.

Cambiando argomento. Per Pangea stai conducendo la rubrica Cronache dalla Fine. Dodici conversazioni con altrettanti malati terminali. Una futura pietra miliare della letteratura-limite. Parlami del progetto. 

Ne parlerò nei dettagli dopo l'ultima puntata, per metà giugno.

Raccoglierai in volume le dodici interviste?

C'è una idea. Adesso non mi sbilancio.

Come inquadri la tua opera, la tua letteratura, all'interno del panorama letterario attuale?

Non la inquadro. Sto andando in tutt'altra direzione. Sto cercando le catacombe artiche, passami l'immagine. Non ho una idea estremista di letteratura; né antagonismo verso quello che tu chiami “panorama letterario attuale.” Penso solo che a volte, più che lenito, il Dolore vada dilatato, saturato. Portato al parossismo.
La “Cura” – parola che ora va tanto di moda  – atrofizza, blandisce. Un autore dovrebbe avere una emorragia in pubblico; non cercare la Cura-Faber-Castell intorno al proprio ombelico.

Dolore. Affinché conduca a una maturazione?

No. Magari all'orgasmo. È importante avere chiara coscienza del sangue; delle proprie e delle altrui interiora.
Da ragazzino dicevo sempre che avrei fatto il chirurgo. Ho abbandonato questo sogno dopo aver scoperto che per operare è necessario indossare i guanti.

Ti definiresti coraggioso?

Racconto quello che voglio raccontare; scrivo quello che voglio scrivere. Non devo rendere conto a nessuno. Poi si vedrà sulla lunga distanza, il coraggio.

I tuoi libri da isola deserta.

“In his own image” di Frederick Rolfe alias Baron Corvo – per la Luce delle sue pagine; l'irripetibile bellezza della prosa. Si tratta di una raccolta di racconti ambientati nelle campagne intorno Roma. Da Genzano ad Ardea, per dirti. Due i protagonisti principali. Rolfe stesso e Toto, il suo giovane cicerone italiano. Di volta in volta Toto racconta a Rolfe fiabe locali, Misteri e celebrazioni, apparizioni di demoni e di angeli; storie in cui cielo e terra finiscono per toccarsi e confondersi. Un libro prezioso che rileggo spesso. Purtroppo non ne esiste una traduzione italiana.“Le undicimila verghe” di Guillaume Apollinaire. Uno scatenatissimo romanzo libertino. Divertente, esagerato. Estremo – in una frase si passa dal lirismo bucolico alla fantasia sadiana. Il ritmo è quello dei primi anni del cinema. Da antologia la coppia di protagonisti.
“Storia dell'occhio” di Georges Bataille. Perché se esiste una “fantascienza dell'Eros” può trovarsi solo qui dentro.“Le controrime” di Paul-Jean Toulet. Da leggere e basta. Ogni commento è superfluo.

E ovviamente i miei libri. Quelli editi, ma soprattutto quelli che devo ancora scrivere.

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