sabato 26 maggio 2018

Antonio Veneziani intervista Alessandra Fichera

Nel tuo libro Per vederti fiorire (CartaCanta, 2017) c'è uno sfondo che ricorre spesso. La Sicilia luce-ombra dei pomeriggi estivi. Parlami di questo, della tua terra nella tua poesia.

La Sicilia, sì. Sempre viva in me, nonostante la distanza, viva anche nella mia raccolta. I miei testi sono storie d'amore, spesso e volentieri. Se dovessi immaginare Per vederti fiorire come una dimensione concreta, al di là del cartaceo, vedo una grande casa assolata, piena di stanze bianche, tra gli ulivi e il grano: ogni camera ha il compito di contenere, raccogliere, custodire la vita di quanti sono ormai andati - nella realtà ma non nella memoria - non sulla carta.
Il mio desiderio è quello di trattenere tutti, per quanto possibile. Ricostruire, consentire loro ancora un respiro, vivificare.
C'è una frase splendida di Renato Guttuso che racchiude esattamente ciò che sento in merito alla mia terra: «Anche se dipingo una mela, c'è la Sicilia».
Sono orgogliosa di essere siciliana, e lo sono ancora di più da quando la Toscana mi ha adottata. Sono orgogliosa, sì, ma anche ferita – lo ammetto.
È un dolore per me dover concordare con il famoso proverbio siculo: «Cu nesci,  arrinesci» («Chi esce, riesce»). Come se l'allontanamento dai propri luoghi sia condizione necessaria per crescere, maturare, affermarsi. Come se solo varcando i confini (spaziali, ma anche culturali) si riuscisse a ottenere ciò che si sogna.
Cantava Rosa Balistreri a proposito della Sicilia: «Terra ca nun teni, cu voli partiri e nenti cci duni ppi falli turnari».
Ma allontanamento non coincide con cancellazione, anzi. Nel mio caso c'è una (talvolta disperata) volontà di affermare la mia sicilianità, anche e proprio attraverso la poesia, in maniera ancora più netta rispetto al passato, forse perché ero troppo giovane prima per rendermi conto di quanto fosse importante il sentimento dell'appartenenza.
Solo la distanza da chi ami, dai paesaggi conosciuti, dai luoghi dell'infanzia, ti permette di riflettere, di scriverne.
Quando lasciai Caltagirone in direzione Siena pensai: «Spero a mai più». In realtà tante cose sono poi cambiate, e oggi, ogni volta che torno a casa, al momento dell'atterraggio e del decollo, piango. Mi commuove lasciare quelle «tegole al sole», come direbbe Verga, come se fossero davvero intimamente mie; lasciare quel mare, quelle cupole, le grandi cattedrali barocche, il profumodella zagara a maggio, la ceramica, le arance.
Vorrei scriverne di più, scriverne meglio, trovare le parole adatte, addirittura essere degna – di questa terra meravigliosa che mi ha dato i natali. Vorrei imparare bene il siciliano per farne lingua viva, anche in poesia. Per adesso ho innestato semplicemente qualche espressione, come nella poesia 'A fera o luni, ma sono felice che la Sicilia faccia capolino in controluce e che si senta forte. E' solo l'inizio.

Il tuo primo approccio alla poesia?

La poesia ha scelto casa mia già molti anni fa. L'ho ereditata dalla nonna paterna, Sarina Firrarello Fichera, nata nel 1921 a San Cono, in provincia di Catania.
All'inizio è stato quasi un gioco, un esercizio. Ricordo ancora quando, in prima elementare la maestra ci diede come compito di scrivere su un quadernino una pagina di “A” in maiuscolo corsivo. Dissi a mia madre: «Non ce la farò mai!». E vinta mi piegai sul tavolino rosso della cucina. Alle elementari scrivevo racconti, lunghi, articolati, pieni di dettagli.
Al liceo mi sono innamorata degli stilnovisti, soprattutto Cavalcanti. Poi Foscolo, Leopardi, gli autori del primo Novecento scoperti all'ultimo anno, ma sempre studiati con quella fretta che precede la maturità, con l'ansia di finire il programma senza approfondire.
A diciott'anni ho cominciato ad avere i primi riconoscimenti “ufficiali” in qualche concorso letterario. Poi ho continuato, poco per volta, asciugando, sintetizzando. Fondamentale di certo è stato per me l'esame di Letteratura Contemporanea sostenuto con il professore Guido Mazzoni, qui all'Università di Siena.
Ancora adesso, spesso non realizzo di avere addirittura pubblicato. Vorrei dare di più. A volte mi metto in discussione da sola, penso che non sia la mia strada. Certe notti la poesia non mi fa dormire, e sono costretta a tenere sul comodino un taccuino e una penna. Poi penso a Calvino: «A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Mi rassereno.

I libri da isola deserta di Alessandra Fichera

Mh. Me lo chiedo spesso, quali libri porterei con me e quali lascerei. Sono molto affezionata a tutti i miei libri, di ciascuno ricordo il luogo in cui è stato acquistato, il sentimento che mi ha accompagnata nel farlo.
Principalmente porterei con me: Piccoli uomini di Louisa May Alcott, il primo libro che ho letto seriamente e più volte quando ero bambina. I sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello, che mi sconvolge ogni volta che lo rileggo. Di sicuro la Bibbia, non perché io sia credente ma perché è un testo di rara bellezza e sapienza. Continuo a riprendere ossessivamente passi del Cantico dei cantici, che mi rapisce letteralmente, così come i Salmi. Porterei poi, senza dubbio La Divina Commedia, non credo sia necessario spiegare come mai, Le città invisibili di Calvino, Il Simposio di Platone. Poi le poesie di Raboni, della Sicari. Tema dell'addio di De Angelis è stato folgorante, in un periodo in cui sono stata particolarmente sensibile a certi richiami, certe parole.

Come inquadri la tua opera all'interno del panorama letterario attuale?

Una semplice raccolta di poesie, come tante altre. Genuina, delicata, acerba. Mi è molto piaciuta la definizione che è stata data da Davide Rondoni in quarta di copertina: «Una poesia della materia vivente e della ricerca, dell’abitare il mondo senza censura di nessuna dimensione». E' una poesia confessionale, soggettiva, che si apre all'altro nel racconto di sé. «Il paesaggio che descrivo / sono io stessa», scrisse Nina Cassian.
Un punto di partenza per crescere, un dono soprattutto a chi amo. È già tantissimo, per me, che mi sia stata data voce. Dell'amore e delle sue declinazioni è stato scritto tantissimo.  Provo a circoscrivere ciò che sento, ciò che mi fa viva, sono in continuo ascolto e ricerca.

Progetti, idee in corso?

Per adesso sto dedicandomi alla mia prima raccolta, Per vederti fiorire, appunto.
Mi era stata proposta la pubblicazione di una seconda silloge ma ho rifiutato: troppo prematuro. Ho intenzione comunque di dedicarmi a un secondo lavoro, sto abbozzando, con calma.
Al momento lavoro, mi sono laureata a marzo in Studi Umanistici con indirizzo storico artistico all'Università di Siena. Proseguirò con la laurea specialistica in Storia dell'Arte Medievale. Il mio progetto? Coltivare con cura e passione questo dono, così come l'amore per l'arte, vedermi ancora fiorire.



Alessandra Fichera è nata a Caltagirone nel 1994. Laureata in Studi Umanistici vive a Siena, dove
studia Storia dell'Arte Medievale. Ha conseguito diversi premi letterari, tra cui il Primo Premio al
Concorso Nazionale "Le stanze del tempo", promosso dalla Fondazione Claudi di Serrapetrona
(MC), conferito nell'ambito del Festival d'Estate a Palazzo Claudi e che le ha permesso la
pubblicazione della sua opera prima "Per vederti fiorire", edita da CartaCanta editore nel 2017.
Alcuni suoi testi sono apparsi su “Poetarum Silva”, "Carteggi Letterari", "Laboratori Poesia", "Argo".

Antonio Veneziani nasce a Piacenza nel 1949. Nel 1978 pubblica la raccolta di poesie sull'eroina Brown Sugar (poi ristampata nel 1998 da Castelvecchi). A essa seguono, Torbida innocenza, Quaderni di Barbablù, Siena, 1984; Shalom, Edizioni Il Segnale, Roma, 1994; Tatuaggio Profondo, Elliot, 2014. Per quanto riguarda l'inchiesta e la saggistica: I Mignotti, Castelvecchi, 1998, con Riccardo Reim. Sempre con Riccardo Reim, Pornocuore, Castelvecchi, 1999. La Gaia Vecchiaia, Coniglio Editore, 2006.






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