giovedì 7 giugno 2018

Riccardo Canaletti intervistato da Antonio Veneziani

I tuoi numi tutelari; quindi maestri, se ce ne sono.

Quando penso alla figura del maestro sono costretto a fare una divisione profondissima da quelli che sono stati i miei veri e propri mentori, che fisicamente mi sono stati vicini, e naturalmente le grandi letture che mi accompagnano nel percorso (molte suggeritemi proprio dai primi). I miei grandi maestri, dunque, sono Nicola Bultrini e Umberto Piersanti, entrambi marchigiani, entrambi molto influenti sul mio modo di scrivere e di concepire la poesia, il primo per l’importanza del ritmo, il secondo per l’importanza della musicalità e della voce, elementi legati al canto della mia zona. I grandi maestri mai conosciuti, invece, sono Leopardi, Dante e Pascoli, molto lontani dal mio modo di scrivere, ma fondamentali per lo sviluppo di un pensiero poetante solido, seppur dinamico. Menzione di merito, tra gli stranieri, a Rilke e Bonnefoy.

La Perizia della Goccia (Ed. AE) è un libro attentissimo alla lingua. Frutto, immagino, di sfiancanti limature. Parlamene.

La scrittura, soprattutto in quel periodo, che va dall’estate del 2016 alla fine di aprile del 2017,  ma ancora ora per altre vie, è sempre stata per me un lavoro costante su ciò che in realtà non era necessario dire. Il mio lavoro è interamente dedicato agli spazi bianchi, ai silenzi, che ancora ne La perizia della goccia concepivo tutto sommato tradizionalmente. Due grandi figure mi hanno aiutato in questo: Ungaretti, naturalmente, e Miles Davis con il suo monito di “suonare ciò che non c’è”. Ecco, la scrittura per me ha costantemente bisogno di quel labor limae necessario per poter lasciare uno spazio di comunicabilità con il lettore, quello del non detto, dello spazio.

La tua direzione. Dove stai andando?

Ora mi sono fermato con quella che io considero una scrittura tecnica, che ha bisogno di determinati strumenti (un foglio, una penna, un pc, etc.) e sto affrontando un periodo in cui la scrittura è un pensiero meditato, una riflessione nella mente, spesso affiancata da veri e propri esercizi di contemplazione e di meditazione. Qualche parola, se dovrà uscire, uscirà solamente se spinta da quella forza di gravità che si appoggerà su ogni sillaba, indipendentemente da me. Uscirà, insomma, del tutto naturalmente, in maniera fluida. Amo l’acqua, vorrei che la mia scrittura fosse acqua. Per questo cerco di allontanarmi dagli strumenti, dalle protesi (protesi che in altri autori sono fondamentali, e con questo quindi non voglio dare giudizi di valore ma solo esprimere la mia convinzione sulla scrittura nel mio percorso, assolutamente soggettivo); avverto, per così dire, il bisogno, se non la pura necessità, di lasciare fluire il silenzio, di prestare attenzione al dettato delle cose nella maniera meno frettolosa possibile, per cui mi impongo l’astensione da ogni forma di scrittura, come ho detto, tecnica.

E la tua generazione. Compagni di strada? Corsa solitaria?

Non mi sento minimamente parte di un ambiente, come ad esempio quello poetico, in cui spesso accademici slombati e poeti che pensano agli smalti la fanno da padrone; ma ho tanti amici, tanti riferimenti, tante figure da cui imparare, con cui confrontarmi. Tra i tanti Gabriele Galloni, Gianluca Furnari, Valentina Colonna, e davvero molti altri, tutti, più che della mia generazione, under 30. Sono pienamente convinto che la scrittura sia qualcosa di esclusivo in un certo senso, per cui, sì, il percorso è solitario. Ma se è vero che la poesia non è solo significato, è giusto, perlomeno nel mio viaggio, dedicarmi individualmente esclusivamente a ciò che non può essere significato, mentre là dove si cede al senso è fondamentale il dialogo. La comunicabilità dell’arte, con Kant, è per me un imperativo assoluto (ma questo non vuol dire che tale comunicazione debba essere semplice o arida).

Progetti futuri.

Come dicevo prima sono impegnato in questi esercizi di “riflessione privata”, ma sto lavorando con quelle poche, pochissime, parole che cadono, nella speranza di poter scrivere qualcosa sul silenzio e, dunque, inevitabilmente sull’acqua. Per ora mi limito a vivere nell’essenzialità della parola e del corpo, da spinoziano che sono, che già mi sembra una bella sfida in un mondo fin troppo avvelenato dalla superstizione o dal nichilismo. Il mio lavoro, dunque, è un aprirsi alle corrispondenze, nella certezza che tutto possa risultare, alla fine, davvero “più della somma delle parti”.





Riccardo Canaletti nasce nel 1998 nelle Marche. Scrive in silenzio

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