domenica 29 luglio 2018

Anna Maria Curci legge "Il lato basso del quadrato" (Ed. La Vita Felice 2017) di Giuseppe Vetromile

Il lato basso del quadrato colpisce per la coerenza del dettato poetico con l'introduzione programmatica che l’autore, Giuseppe Vetromile, ha scritto come prefazione alla raccolta. Da tale continuità di intenti tra premesse teoriche e creazione poetica deriva una evidente organicità dell'insieme.
Sia nello snodarsi dei testi, infatti, sia nella composizione di ogni singola poesia vengono riaccostati e intrecciati frammenti di un cantico dell'io lirico, che si vede innanzitutto come creatura, al creato, con pause di riflessione, stupore e incanto evidenziate da spaziature all'interno del verso e tra un verso e l'altro.
Qualche volta il punto di accostamento, la 'cucitura', è più evidente, con qualche brusca intromissione di termini dal linguaggio colloquiale («putiferio»), ma resta ferma l'impressione di una poesia che sa coniugare il sentimento dei tempi e delle età dell'uomo con uno slancio - proprio dalla intenzionale visione dal basso, dal lato basso del quadrato, appunto – volto ad abbracciare l'universo.
Sentimento, incontri, slanci e memorie non sono scevri da una nozione del dolore che viene resa con metafore mutuate dal mondo dell’aritmetica, dell’algebra e della geometria (di «geometrie spurie» scrive l’autore), ma con la consapevolezza circa il divario tra le aspirazioni a misurare, a definire, a determinare da un lato e la resistenza tenace dell’incommensurabile dall’altro «: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo».
È una testimonianza di inadeguatezza a una aspirazione che non si tramuta, tuttavia, in una amara o addirittura biliosa desolazione, bensì in  un quieto, ma continuo rilancio del tentativo, che si fa qui concreto gesto poetico.

©Anna Maria Curci


Il lato basso del quadrato

La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo

umile              inerte
e sta fermo dall’eternità della legge
a sorreggere le sorti della buona geometria

La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto
senza mai più progredire in alba lucente
né ridiscendere più giù della notte stagnante

La parte bassa del quieto vivere è questo silenzio di voci
che più non reclamano spazi né montagne da scalare
né mari da solcare

La parte bassa di me è questa città nel mio ventre
recinta da indigesti gonfiori
che più non vanno
né su né giù
e soffocano in gola l’urlo del perbene

La mia è una parte qualsiasi del mondo che sta sempre in basso
rispetto all’esistere saccente e in vigore
di chi va deciso verso il cielo
Io guardingo mi recupero apotemi di versi
scritti sull’orlo inferiore del taccuino
nei dubbi mi comprendo di pochezze e mi trascino
come va va
sul lato basso del quadrato
di questa geometria spuria

per poter poi riconquistarmi
la parte alta

verticale       diritta       della vita


Ho con me una tabella

Non entra la ragione in questo breve spazio di luce
cunicolo tra una preghiera e un altro affanno
non entra l’evidenza di un teorema euclideo
nel cerchio ambiguo della vita

: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo
e il sogno continua all’infinito
come sparlando di questa verità di bocca in bocca

Ho con me una tabella
mia cara
per calcolarmi i passi esatti lungo il crinale
o lo sbattere giusto delle ali
verso il cielo

: così        almeno       l’illusione è perfetta
quanto la felicità di un’addizione

ma è tutto vano
:ho compreso il gioco della materia
in questi laterizi abbandonati

Nessun grido nessun dolore
: il paese finto giace
sotto gli occhi stupefatti

e continuiamo mia cara a credere
che tutto stia solo ora
ad iniziare


da Ultime dal fabbricato esse

qui la storia termina
dietro la scrivania abbarbicata all’ultima idea
ma per scrivere il domani su una bandiera
bianca di resa
occorre il coraggio di vederla
la vita di ieri
sfumata sul pianerottolo di casa
e scarna di grazie
considerarne solo il lato buono
quello che ci riporta sempre qui malgrado tutto
ogni sera
al vecchio fabbricato esse

ma nessuno accoglie le nostre penitenze
e la sera
un’altra volta si digiuna
o al massimo una boccata di luna
e via a rimediare


Giuseppe Vetromile è nato a Napoli nel 1949. Svolge la sua attività letteraria a Sant’Anastasia (Na). Ha ricevuto riconoscimenti sia per la poesia sia per la narrativa in importanti concorsi letterari nazionali. Ha pubblicato 20 di libri di poesie, tra i quali, recentemente, Cantico del possibile approdo (Scuderi 2005), Inventari apocrifi (Bastogi 2009), Ritratti in lavorazione (Edizioni del Calatino 2011), Percorsi alternativi (Marcus Edizioni 2013), Congiunzioni e rimarginature  (Scuderi 2015), e un libro di narrativa (Il signor Attilio Cìndramo e altri perdenti) con le Edizioni Kairos di Napoli, nel 2010. Della sua attività letteraria si sono interessati noti scrittori, poeti e critici. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati in importanti Antologie. Collabora inoltre a giornali e riviste letterarie, anche online, per le quali cura recensioni e note critiche. Ha curato le antologie: Attraverso la città, Scuderi, Avellino, 2011; Percezioni dell’invisibile, L’Arca Felice Edizioni, Salerno, 2013; Ifigenia siamo noi, Scuderi, 2014. È il fondatore e il responsabile del Circolo Letterario Anastasiano. È l’ideatore e il coordinatore del Premio Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia”.

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