martedì 24 luglio 2018

Michele Paoletti su "Cactus" (Gechiedizioni 2018) di Melania Panico (poesie) e Matteo Anatrella (foto)

Cactus (Gechiedizioni, 2018 – fotografie di Matteo Anatrella e poesie di Melania Panico) è un dialogo incessante tra immagine e parola. Ogni foto e ogni poesia hanno una loro identità e unità che si intrecciano in un percorso ricco e complesso. Il senso si amplifica, diventa altro e sconfina in un territorio nuovo, dove ciò che non viene detto non necessariamente è raccontato da ciò che è mostrato e viceversa. Eppure si sentono gli echi, le immagini si arricchiscono della parola poetica e le poesie accolgono i luoghi, gli spazi e li trasformano attraverso il potere dei versi. Le fotografie di Matteo Anatrella circoscrivono l’assenza attraverso geometrie; le linee, i perimetri, le feritoie, tutto ci parla di qualcosa che manca, una presenza che percepiamo oltre l’immagine, un pensiero di recinto. Ogni foto sembra scattata un attimo prima o un momento dopo il passaggio di qualcuno, in ogni immagine si avverte la tensione di qualcosa che è stato o che sta per accadere. Interessante che gli unici due segnali della presenza umana siano delle gambe (sfocate, nel gesto dell’andare) e una foto (nella foto) di tre donne sul muro. E anche nelle poesie di Melania Panico ritroviamo questo senso di incompiuto, uno spazio che sembra familiare, un volo a cui dar voce, un pensiero dietro il pensiero. La realtà è frantumata dalla mancanza, le cose sono lacerate eppure si illuminano, la ferita non si può correggere e respira. Forse dovevamo attendere qui si chiede Melania Panico, dove qui è uno spazio circoscritto, luogo della parola che esiste in forza della parola stessa. Forse basterebbe chiudere la porta, abbandonarsi a questi spazi senza nome, guardare il lupo in viso e fingere che sia il luogo giusto, maestoso istante di gioia dove tutto manca eppure esiste e vive.

Michele Paoletti

  
Lascio gli anelli sul lavabo
non ho più memoria e mi basta
la conseguenza di questa azione è un danno
oltre il quale pure dobbiamo andare
se fingi che le tempeste insegnino a vivere
se fingi che sia il luogo giusto.

Ora ho chiuso la porta della camera
(parlo sempre di spazi circoscritti)
anche la visione si è smarrita
il tetto fa cenni alla nostra figura
che forse ci siamo domandati tutto
e forse dovevamo attendere qui.


Nessuno voleva rimanere inerme
con la testa a sfinire mancanze
e la bocca lucida
ci rendevamo conto del passaggio
e nonostante tutto il respiro veloce
la forza di guardare il lupo in viso.

Poi la guerra è finita e il futuro così:
la ruota che gira e noi, mansueti.
La fronte mostrerebbe tristezza se potesse
quello che resta è da considerare:
chiudere la porta come ultimo respiro forzato
maestoso istante di gioia.




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