martedì 17 settembre 2019

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Lucianna Argentino, Il volo dell’allodola, Edizioni Segno 2019


Lucianna Argentino
Riprendo oggi a scrivere per la rubrica Letture condivise, dopo la pausa estiva, con un difficile, bellissimo testo della poetessa romana Lucianna Argentino, già autrice di mirabili volumi di versi; in particolare voglio qui ricordare L’ospite indocile, Passigli 2012 e Le stanze inquiete, La vita felice 2016.
Parlo di lei oggi, ritemprata da un periodo di vacanza lungo, ottimistico e gioioso perché, diversamente, in altri momenti non avrei cuore di affrontare un libro problematico che mi ha posto di fronte alla mia inadeguatezza in senso professionale, umano, poetico, teologico, trattandosi di un testo con forti addentellati religiosi. Ma non potevo salvarmi con la fuga ed evitare vigliaccamente di parlarvene. E’ un testo di rara difficoltà ma anche di eccezionale bellezza poetica, di particolare profondità spirituale, con ventaglio aperto a trecentosessanta gradi su problematiche esistenziali presenti in ogni tempo, ad ogni latitudine umana, che esulano quindi dalla problematica primaria, che è quella di presentare in forma di poemetto tre pagine note del Vecchio e del Nuovo Testamento. Dalla Genesi la vicenda di Caino e di Abele, dai Vangeli gli episodi della Samaritana e della Emorroissa.
Il taglio che intendo proporvi oggi non è tuttavia quello specificamente teologico-religioso. Pur essendo discretamente formata in questo ambito, non sento di possedere una approfondita preparazione specifica né penso, come vi accennavo poc’anzi, che sia questa la chiave necessaria per entrare nel testo, bensì quella di problematiche più genericamente umane, come la ricerca del senso dell’esistere, l’esplorazione di noi stessi, la creazione di nuovi cammini di vita insospettabili perché, come dice l’autrice, “noi siamo e possiamo di più di quanto crediamo”.
Questo libro si intitola Il volo dell’allodola, l’uccello che Shelley canta come spirito di gioia:

percorri con l'ali l'infinito azzurro,
ti levi nell'aria cantando,
e librandoti alta ancora canti.

Altezza, vette, cielo, elevazione metafisica, Dio: ecco i passaggi e le mete e poi, arrivati a Dio, la citazione di Simone Weil: “l’unico rapporto di Dio con il mondo consiste nella possibilità che il soprannaturale esista nel mondo, in un’anima umana”.
Se questo è l’inizio nonché la visione programmatica di Lucianna Argentino c’è di che far tremare le vene ai polsi ad una persona semplice come me, attratta come ogni anima dal divino, ma soffocata (anche felicemente, va detto) dall’umano.
A mia discolpa faccio mie le parole del pittore del primo Novecento Juan Gris scritte al poeta Huidobro, che gli aveva dedicato il volume Poesie artiche senza averne in cambio un cenno tangibile di apprezzamento: “è troppo bello per me, non riesco a penetrarlo”. Così è per me per Il volo dell’allodola.
Limitando forzatamente il campo di indagine ad un’unica sezione dell’opera, vi lascerò quindi qualche spunto di riflessione per una ricerca personale, evitando ogni discorso di Fede e di culto cristiano, ma fermandomi – se così possiamo dire – ad un discorso di religione naturale, di civismo, di umanità, cose quanto mai necessarie in quest’ultimo nostro periodo storico. Ovviamente, per la mia natura e per i miei interessi, la prima attenzione sarà rivolta alla poesia: alla compiutezza del discorso poetico, alla capacità compositiva e stilistica, all’equilibrio dei versi, al clima di pathos e di bellezza che l’autrice riesce a suscitare, ma soprattutto trasferire, al lettore. Io ne sono uscita alleggerita, quasi rigenerata.

Ho scelto di non parlarvi del primo poemetto, Abele, in quanto ripubblicazione di un testo già precedentemente edito, Edizioni Le gemme 2015. Propongo invece una parte del testo È questa l’ora sull’episodio, dal Vangelo di Giovanni, della Samaritana, la donna che al pozzo di Sicar su richiesta di uno straniero assetato, Gesù, e nonostante i disaccordi tra le due nazionalità dei Samaritani e Giudei, gli offre l’acqua da bere senza immaginare che così salverà la sua vita, avendo in cambio un’acqua che non si corromperà, la fede purificatrice e la vita eterna.
Vi propongo un passo in cui la donna ricorda le speranze dell’infanzia, la discriminazione femminile in una società di disuguali, le disillusioni della vita e dell’amore, l’autoconfessione della sua solitudine infinita, la sua insoddisfazione ad insufficienti risposte esistenziali nel silenzio della notte immensa della Palestina, dilatato scenario del vuoto interiore della creatura umana,. Il brano è già molto vasto. Ho scelto quindi di arrestarmi prima del clou dell’episodio, a quel “dammi da bere, mi chiese”, che segna l’inizio primo del brano evangelico, del resto noto nel suo sviluppo. Il poemetto è splendido e non vi mancherà quindi lo stimolo a proseguire la lettura.
Mi è sembrato più importante proporvi l’acuta indagine psicologica sulla pena umana della Samaritana, in quanto resa in maniera tale, poetica e realistica insieme, da riuscire ad essere condivisa da qualsiasi lettore: ma vado oltre la condivisione, direi di più: si crea magistralmente il coinvolgimento emotivo, la compassione, nel senso del patire insieme, del vivere le stesse emozioni, del ritrovare vitali in noi gli stessi sentimenti del personaggio. E quindi non sussiste qui solo il capire, ma il sentire, e in questo sentire all’unisono scoprire meglio chi siamo, qual è la strada che vogliamo percorrere per essere quello che vorremmo diventare per noi stessi e per gli altri. Magicamente l’autrice realizza la funzione non solo estetica, ma quella etica, dell’Arte.

Poi mio padre morì e fu il buio.
Non intonai più canti e compiuti tredici anni
mio fratello mi diede in sposa.
La mia vita si rovesciò e caddi nel vuoto arido
che a poco a poco era diventata.
Persi anche Dio. Quel Dio a cui assieme alle preghiere
affidavo i miei sogni, si fece lontano e muto,
annegò nella mia sete.
Fu allora che scoprii la solitudine.
Giorno dopo giorno smisi di amarmi.
Mi disabitai.
Nido senza la covata. Promessa non mantenuta.
Ripudiata. Inadempiente e inadempiuta.
Questa ero.
L'inganno fu un riverbero negli occhi, si solidificò il cuore
come il cielo qui pietra dura e senza grazia
che a guardarlo fa male.
Ruvido come i monti Gerizim ed Ebal
in cui l'azzurro si incunea
simile a un terzo monte rovesciato,
la cima conficcata nella terra.
Raccolsi il passato, spiga dopo spiga,
ne feci pane per l'avvenire.
Mi illusi di poter placare la mia fame.
Ero stata amata, avevo amato, avevo creduto di poter essere
amata ancora.
Mi ebbero corpi senza carne né anima, braccia senza il vuoto
necessario all'abbraccio,
parole senza silenzio — dure e impermeabili
mi lapidavano dentro.
La notte mi regalavo tempo, sedevo accanto al fico
e guardavo il cielo,
in realtà me ne nutrivo, me ne dissetavo.
Quel cielo che di giorno sentivo ostile e lontano
la notte s'addolciva, si faceva fragile e pietoso,
commosso forse da quanto il sole gli aveva mostrato:
la solitudine e il dolore di tutte le creature terrestri.
Preferivo le notti senza luna quando le stelle
si adagiavano sul mio grembo
e ci consolavamo strette nelle stesse distanze.
Il loro tremolio vibrava di mistero, quello stesso mistero che
sentivo in me
e a cui non sapevo dare un nome.
A volte un piccolo roditore frusciava tra l'erba
interrompendo i miei pensieri.
Lo vedevo fermarsi, annusare l'aria e poi correre via e sparire
nel buio.
Avrei voluto sparire anch'io, dissolvermi nella notte,
eppure amavo la vita, ma mi sfuggiva,
non ero capace di farne qualcosa
perché non m'apparteneva.
Era un perenne crepuscolo di luce arresa, immobile
come le grandi pozzanghere dove da bambini,
io e i miei fratelli facevamo navigare le foglie.
E come quelle foglie navigavo senza remi sulla superficie
della mia esistenza,
non ne ascoltavo più la voce. L'avevo messa a tacere.
La mia anima era deserta e vuota come la Terra
prima della Creazione.
      Dammi da bere, mi chiese  


Dopo questa lettura credo ci sia ben poco da aggiungere: la poesia parla da sé.
Voglio solo farvi notare la pregnanza lessicale delle parole usate dall’autrice. Sono “giuste”, nessuna di troppo, essenziali. Notate il ritmo di musicalità lenta, solenne, l’autoconfessione è di creatura stanca, ferita, disillusa, appassita anzitempo e l’andamento del verso rende alla perfezione questo clima. Rimane vitale la sua forte spiritualità e l’amore per la natura della donna, che vengono resi dall’accostamento di figure concrete, di termini talmente poeticamente limpidi da diventare ineffabili in prosa o, peggio, rischiano di annullarsi, perdersi con parole prosaiche di spiegazione che elidono, limitano la loro essenzialità e pregnanza.
Io, che sono solita esemplificare a dimostrazione delle mie affermazioni, mi trovo di fronte ad un’ulteriore difficoltà: dovrei riproporvi quasi tutto il testo… Due o tre esempi di perfezione sia semantica sia concettuale e poi mi fermerò su queste frasi chiave:

“giorno dopo giorno smisi di amarmi.
Mi disabitai”

Non è vero che tutti abbiamo vissuto almeno una volta questo vuoto di noi stessi? Come esprimerlo in modo più efficace?
                       
“Raccolsi il passato, spiga dopo spiga,
ne feci pane per l’avvenire.
Mi illusi di poter placare la mia fame.
Ero stata amata, avevo amato, avevo creduto di poter essere
amata ancora”

Vi invito a rileggere anche i versi seguenti – precedentemente riportati nel testo proposto –  di rara intensità… emotiva.
                       
“Preferivo le notti senza luna quando le stelle
si adagiavano sul mio grembo
e ci consolavamo strette nelle stesse distanze”.

Puro lirismo: incantamento, dilatazione dell’anima di chi ha scritto e di chi legge.
Nel momento stesso in cui vi propongo queste citazioni, mi rendo conto che opero un taglio ad una parte precedente o ad un seguito ugualmente preziosi.
È incredibile come io mi veda uscire spiazzata da quest’allodola di Lucianna.
Ma Letture condivise è anche questo. Oggi vi presento i miei limiti. Non tutte le ciambelle mi riescono col buco… mi consolo al pensiero che forse l’idea sono riuscita a renderla comunque…

Marvi del Pozzo

domenica 9 giugno 2019

Letture Condivise a cura di Marvi del Pozzo: tre poesie di Fulvio Ferrero


L’autore che vi presento oggi è Fulvio  Ferrero, chimico in una multinazionale per cui ha lavorato in Italia e per vari anni anche all’estero, soprattutto in Francia e America. Sposato con due figli ed un cane, per trent’anni ha praticato la scherma agonistica; amante della montagna più rude, escursionista, scalatore, adora la natura di alta montagna di cui conosce  e studia flora e fauna con esperienza quasi professionistica.
La poesia è un amore fin dalla prima giovinezza; per lui è un cantiere aperto: scrive, riscrive, modifica di continuo. Forse per questo motivo, nonostante la vittoria in concorsi poetici ed il successo di sue pubblicazioni in plaquette, non ha mai pensato – fino ad ora – ad una seria, sistematica stampa. Come potrebbe continuare a modificare nel  tempo un’opera resa codificata organicamente su carta stampata? Ciò che è fissato trova un limite, si fossilizza nella staticità; la poesia per lui è vita, è movimento, scoperta sempre nuova, è gioco di creazione e di confronto, è proprio e sempre un work in progress. Tale è uno dei pensieri dominanti di Fulvio e, se non siamo in totale accordo con questo suo concetto, peggio per noi!

Vi propongo oggi tre sue poesie di argomento ampio e assai diversificato, anche se l’ambiente rimane lo stesso, cioè la montagna che ama e che ha visto dipanare e svolgersi tanta parte della sua vita. Sono testi modificati di continuo anche questi: oggi hanno la stesura che vi  propongo, solo perché per il momento risulta la più aderente al pensiero dell’autore.
E’ una poesia ardua, difficoltosa, talora persino criptica per continui riferimenti culturali ad altri poeti, antichi e moderni, suoi maestri di scrittura e di vita, ma  che risulta oscura anche per accenni, inconoscibili per il lettore, alla sua biografia, cosa che può creare ulteriori perplessità o difficoltà di comprensione in chi legge. Per ovviarvi, ho deciso di interrogare l’autore di persona, interpellandolo sui passi a me più ostici.
Vi propongo quindi le tre poesie una alla volta, prima il testo poi le note esplicative dell’autore, così tutto risulterà più chiaro. Il risultato, come vedrete, è una poesia suggestiva e sapiente che si snoda, a partire dalla montagna amata, attraverso la storia di un’umanità montanara, ove l’uomo singolo è stato ed è carnefice e vittima, protagonista e gregario, talora delle macrostorie, più spesso delle microstorie di generazioni intere.
All’ombra delle stesse cime, delle stesse fonti d’acqua, delle stesse distese di erbe e di boschi, tutti imperturbabili osservatori naturali delle umane vicende, siamo condotti ad emozionarci ed a riflettere sulle sorti di chi ha vissuto, come noi, prima di noi, le stesse nostre domande esistenziali, gli stessi momenti di felicità in seno alla natura, ha come noi versato lacrime per fame, isolamento, abbandono, guerre, decadenza fisica e morale di persone e luoghi.

Zendefol Graffiti

1866 B. m. δ ,
Incisi il mio  tempo
qui, nella scabra dimora,
spiovente grigio di lose,
quattro confini di mura,
pietra su pietra,  la forra al vento,

qui devi vivere, fra boschi e rupi,
colpi d’ascia,  stridori  ,

                scricchiolii, schianti aperti i varchi,
 percossi da venti folli,
gli alberi, le case crescono e cadono.

L’ occhio  rovista i segni,
porte senza porte,
travi  torturate, scompigliate,
spogliate sul letto di foglie,
covo di refoli  e di verri.

        Villa dei sogni”  laccata dai  writers,
 quinta aperta, una vita viene incontro.
Di botto,
nel sentiero senz’ echi, senz’ orme,
senza canti dì uccelli.

   “mille radici e mille rami  ebbero la pena che io soffro”
I. N . Griparis

Nota
Zendefol graffiti (1866 B m δ) dal nome del luogo: “Il campo del folle” (forse il vento).
 Dopo 35 anni, tornai per fotografare la grangia, dai muri in parte diroccati. Era rifugio dopo le fatiche dei taglialegna della valle ed anche di bergamaschi.  Sinora, non sono riuscito a sapere chi la costruì,  nel 1866, né chi, in seguito, battezzò  le sue pietre “Villa dei sogni”.
Grange, muri a secco di mulattiere stanno crollando, come pure il ricordo della genti che li hanno innalzati e percorsi.

La spiegazione di Fulvio
In Val di Susa, sotto al valico del Moncenisio, a Novalesa c’è la nostra casa ereditata dai nonni di mia moglie Franca. Attraversando in solitario pellegrinare boschi di castani e di faggi, scoprii questa baita, forse rifugio di taglialegna, forse di partigiani durante la guerra.
Dopo trentacinque anni tornai per fotografare la grangia: ormai non c’era più sentiero. Ora il posto è sempre più impervio, si arriva attraversando rocce. C’è un abbandono totale: grange, muri a secco di mulattiere, stanno crollando come pure il ricordo delle genti che li hanno innalzati e percorsi. Nessuno in paese ha saputo dire chi costruì la baita nel 1866, chi scolpì la scritta ZENDEFOL, cioè “campo del folle”, ove probabilmente il folle è il vento che scuote impetuoso la montagna. Villa dei sogni è una scritta in vernice nera molto posteriore, dovuta a qualche visitatore sconosciuto. La citazione è di I. N. Griparis, poeta greco della prima metà del Novecento, dai toni tra il crepuscolare, la tradizione del teatro greco romantico e le correnti del simbolismo e del parnassianesimo presenti in Grecia nei primi decenni del secolo XX.
Il senso  della poesia mi è stato suggerito da Eliot: è suo il concetto che le case crescono, cadono, fino a finire in cumuli di rovine. Forse non dovrebbe esserci rimpianto per la vita dura di allora, ma io vi aggiungo il pensiero e la pena perché il tempo distrugge cose e persone, finisce un mondo senza lasciare traccia. Nessuno più conosce la storia di questa casa e della gente, tanta, di cui non rimane nulla.

                       
Venni dal mare

"Questi monti sparsi di nebbia, ormai una casa per me"
Brothers in arms - Dire Straits

- Che insegui sulla via romana?
- La vetta, issato dal vino dei bracconieri

- Un gallo predatore, ancora.
  Nove giorni con loro, alleati e ostili.
  Rotolarono massi,
  scolò sangue di pugnali.

- Chi sei, uomo senz'ombra?
- Outis,
  venni dal mare.
  In questi monti ti vidi vagare
  su, giù dai nevai, sentieri, fortini,
  dalle pietraie dei morti,
  fili spinati.

- In bufere e burroni,
  due notti accanto al lago
  addossati ai massi,
  neve e grandine calate sui teli,
  sognando sole e miele.
  Azzannati dal vento,
  anche i cani tacevano.
- Il cielo s'aprì al tramonto d'Alcione.
  Innanzi i cavalieri sacri e stendardi.

Dal promontorio brillò la tua pianura,
la speranza nuotò negli occhi.

Il fuoco aprì un varco.
Lì passasti con una luna d’estate.
Il giavellotto nella poltiglia,
al morso il cavallo,
un nitrito, uno scarto.

Non cercarmi tra le pietre
sotto la frana, come altri, nessuno.


Nota
Forse Annibale discese in Italia dal colle Coche-Savine o dal Clapier, non lontani dal Moncenisio. Chissà, se sarà rimasto ancora il vino dell'amico cacciatore sotto le pietre del sentiero romano che, dal Col Giaset, porta a quelli citati?.
I morti cartaginesi sulle Alpi furono probabilmente ventimila.
I versi sono dedicati al medico inglese de Lavis Trafford. Dopo lunghi studi, non ebbe alcun dubbio: Annibale passò in quei luoghi nel 218 a.C. Ho recentemente visitato la chiesa restaurata di S. Pierre d'Extravache, spettacolare con lo sfondo della Dent Parrachée. Lo stesso medico ne iniziò il ricupero negli anni trenta, a sue spese. Salendo in macchina da Bramans si arriva allo chalet-museo ove visse.

La spiegazione di Fulvio
Questa poesia ha inizio con una citazione musicale: i Dire Straits sono un complesso che ho sempre apprezzato molto. E’ una poesia di ricostruzione storica – Marvi dice di grande fascino – per l’evocazione di voci lontane di fantasmi che ricordano la discesa di Annibale in Italia, attraversando le Alpi con un’armata e elefanti nel 218 a.C.

                       - Chi sei, uomo senz'ombra?
- Outis,
                          venni dal mare.

Cartagine, sulle coste dell’Africa mediterranea
Outis, cioè Nessuno.
Parla uno dei tanti morti, senza nome, in battaglia, ma è anche evidente il riferimento ad Ulisse – Nessuno nella grotta di Polifemo.
Dalla classicità le nostre radici culturali: le Alpi di Novalesa sono luogo di attraversamenti e di battaglie storiche. Di lì scesero in Piemonte le truppe di Carlo Magno che vinsero i Longobardi presso Avigliana alle porte della piana di Torino, di lì scese in Italia un’armata per le prime campagne in Italia di Napoleone.
In ricordo della spedizione militare di Annibale il Circo Medrano, anni fa, fece fare ai suoi elefanti una parte del percorso montano a piedi, con i bambini locali in visibilio per la stranezza di uno spettacolo simile (più unico che raro).

Il "Monio"

...la sua storia ha dentro disegnata,
a volte ti balena per frammenti ...
Umberto Piersanti

Aria tersa dal crinale,
rupi, boschi a semicerchio,
Valcenischia, incisa d'acque,

Rocciamelone e la poiana nelle scie delle rotte.

Foto e foto nella cappella,
occhi fratelli della terra che li partorì,
"tu ci cammini in mezzo e non li conosci"

Merenda sul muretto di lose tra ortiche e cardi
nel sole di sghimbescio,
origliando l'acqua
che parlotta dal tubo azzurro


La spiegazione di Fulvio
La citazione iniziale è di Umberto Piersanti, poeta vivente di Urbino, oggi settantottenne, candidato nel 2005 al premio Nobel (pare, perché le candidature rimangono segrete, o  dovrebbero restare tali per decine di anni).
Il Monio è un gruppo di case: una chiesa, un bivacco alpino e la casa dei Chabert, famiglia nota alla Novalesa per essere di allevatori e casari. Oggetto di gita da parte mia: sono stato colpito dalla chiesa, il cui interno è tappezzato di foto di defunti: questi morti sono le persone semplici del posto, quelle che non fanno la grande storia ma costituiscono il tessuto della montagna col loro lavoro (pastori, taglialegna, operai). Qui vengono ricordati tutti, almeno dai tempi in cui esistono le macchine fotografiche. Dopo la visita alla chiesa ed un reverente grato pensiero a questi morti oscuri, la merenda di prammatica al sole un po’ obliquo dell’autunno e del pomeriggio avanzato.

Un’annotazione ancora sulle tre poesie che sono state scelte non da me, ma da Marvi. 
E’ vero che l’ambiente della mia montagna mi è da stimolo alla mente e a l cuore, e che l’amore per questa terra fa da sfondo spesso alla mia scrittura che viene ad assumere, da un tono intimo e personale di partenza, una visione collettiva di vita di popolo e di genti, quando non addirittura una visione storica di epopee e tragedie di guerre dell’antichità, come si è visto, fino alla lotta partigiana. Io comunque sono malato di citazionismo e nella testa risuona un’immagine di Celan che ho fatto mia, che vivo ogni volta che sto a Novalesa e che ho inserito in Zendefol: “qui devi vivere”. La citazione esatta dice:
                      
“Invernato campo ventoso
qui devi vivere nucleoso come melograno”
                       da: Filamenti di sole, Meridiani, pag. 903

E’ la mia montagna, la mia patria d’elezione.

Conclusioni di Marvi
E’ stata per me estremamente stimolante questa intervista a Fulvio Ferrero.
La poesia esalta una personalità ricchissima di doti umane e culturali, che sono emerse in grande semplicità e naturalezza nel colloquio. Tanto ritenevo la sua poesia ardua e cerebrale alla lettura, altrettanto lineare e chiara mi è apparsa dopo le sue parole esplicative.
Sono sempre più convinta che i diversi piani di lettura e la ricchezza dei riferimenti letterari nascosti tra i versi rendano la poesia di Fulvio essenziale e raffinata insieme, personale ma universale, precisa eppure sfumata nei risvolti del messaggio, realistica ma immaginifica, razionale ma intuitiva, concreta nella realtà dei luoghi ma sognante di stuporoso incantamento nello stesso tempo. La completezza degli opposti.
La mia scelta di proporre tre poesie diverse sullo stesso tema di ambiente montano è dovuta all’allargamento di orizzonti e di prospettiva che io rilevo aprirsi e crescere da una poesia all’altra, sotto forma quasi di un climax ascendente ideale.
Nella prima poesia Zendefol, Novalesa ispira una visione di decadimento e sfacelo di elementi individuali, case o persone, corrose dal tempo secondo un destino comune, doloroso ma incontrovertibile. Nella seconda lo stesso paesaggio montano diventa protagonista ed evoca grandi epopee storiche realmente accadute nei millenni. In questo teatro montano Novalesa si apre quindi alla macrostoria, in una rievocazione artistica di grandiose vicende.
Nella terza poesia troviamo ancora la storia, ma in una visione attuale, direi contemporanea, di critica storica: la microstoria. Vicende delle masse, dei personaggi oscuri che non hanno un nome importante, ma le cui gesta ed eroismi comuni hanno contribuito a creare la realtà civile del nostro paese. Dalla storia dell’individuo singolo, alle epopee clamorose della grande storia del passato, fino alla considerazione della microstoria delle genti oscure, rilevanti alla lunga forse più delle vicende dei grandi personaggi, nell’economia del nostro divenire.



sabato 1 giugno 2019

L'istante eterno: il vento e lo Haiku: 15 giugno ore 17.30

Evidenzio un evento molto interessante organizzato da Terry Olivi e Zingonia Zingone, con la partecipazione di Guidotto Colleoni, Cristina Banella, Lorenzo Marinucci, Carla de Bellis e gli interventi musicali di Carlo Conti:
"L'istante eterno: il vento e lo haiku"
serata di poesia giapponese
sabato 15 giugno 2019 - ore 17.30 
Moto Art - Viale Pantelleria, 5 - Roma 


Quinta vez (Stampa2009) di Mariapia Quintavalla letto da Cinzia Marulli


Quinta Vez è un libro di Mariapia Quintavalla pubblicato nel 2018 da Stampa2009 con prefazione di Maurizio Cucchi.
E’ un libro complesso, stratificato, spiazzante, fuori dai canoni e forse proprio per questo esso stesso canone. E’ un libro che si presenta articolato sia sul piano temporale, sia stilistico, sia contenutistico.
Questo libro è un viaggio reale, onirico, spirituale, mentale. Tutto coesiste. E’ un libro libero, dove le varie dimensioni non solo convivono ma si completano.  E’ evocativo e intimista, surreale e filosofico. E’ un libro umanissimo che traccia un percorso attraverso piani alternati e coesistenti.
La Quintavalla percorre la figura “donna” in ogni sua sfaccettatura indagando sullo status di madre, figlia, sorella. Figure che nella sua scrittura sono come la trinità: tre e una allo stesso tempo. La madre che è anche figlia che è anche sorella.  Estasiante è il modo in cui rappresenta non solo le figure in se stesse ma il rapporto esistente tra di loro penetrando nel sentire intimo dell’anima.

Il libro è strutturato, ben definito, tanto da accompagnare il lettore attraverso il viaggio senza il rischio di uscire dai percorsi delineati, ma lasciando la libertà del sentire.
Sono cinque le sezioni in cui è composto il libro e ognuna di loro ha caratteristiche stilistiche e semantiche differenti: sono i cinque percorsi dai quali è composto il viaggio; sono cinque piani spazio-temporali.
La prima sezione s’intitola “Pre-natale” si presenta stilisticamente come una prosa poetica e come dice l’autrice stessa in una nota a fine libro tratta di China, cioè della madre dopo morta.
E’ un dialogo tra la figlia viva e la madre morta. Ma l’autrice, quasi a indicare la sacralità del termine “madre”, lo usa, proprio per accompagnare il lettore nel viaggio senza devianze, solo due volte, nel primo testo della sezione: “Stamane mi sono svegliata già stanca e un po’ agitata come da un sonno duro e senza pace, e avrei voluto parlare con te, madre: “ e nel testo di pag. 29; “Era mia madre quella beatitudine di piccolo rosa e giallo che forava il bianco dell’aria, …”.
Ed è proprio con il primo testo, a incipit, che Maria Pia ci prende per mano e ci porta con lei in questo viaggio di vita, ma soprattutto in questo viaggio dell’anima. Qui, in questi versi si svela l’intento del dialogo desiderato e perso. E prosegue scrivendo: “… mi sento così strana senza il nostro telefono senza fili, quei fili che ho cercato amorosi nel buio, per un po’, senza trovarli.”; esprimendo dunque lo smarrimento e il dolore per il distacco, per la perdita. Ha necessità di sentire la sua “voce” come legame etereo, immateriale ma indissolubile. C’è l’urgenza di afferrare i ricordi che chiama “tesori”. “La voce” torna come un assillo, una necessità ed ecco i versi: “Eravamo sole, e quest’immagine mi ha dato la carica nervosa, senza le parole ancora, che per giorni mi avrebbe lasciata in tormento.”
Il rapporto madre-figlia, dovendo fare i conti con l’assenza, il distacco e diciamo pure questa parola che ci fa tanta paura, con la Morte, si eleva a una dimensione ultra corporea ma nello stesso tempo tangibile attraverso il sentire interiore. Quasi una sorta di schizofrenia immaginifica a tutela di un vuoto insopportabile. E questo legame che non è più materiale, corporeo, diventa paradossalmente più forte, più intenso.
C’è una parola che torna ricorrente in questa prima sezione ed è la parola “aria. L’aria è presente ovunque. L’aria è la madre stessa, è l’assenza e la presenza allo stesso tempo.  La materia non c’è più, si è dissolta, è divenuta aria.  I due mondi del qui e dell’altrove coesistono e si parlano.
Troviamo la madre-aria in molti versi come: i seguenti:
Così ho sentito che ti spostavi liberamente e che potevo farti dei cenni, circondarmi della tua aria…” (pag. 15)
E dove era caduta la rondine più alta, per forare spostandolo, il muro a me incompiuto, nel tremore di una singola canzone ci muoveva, l’aria forse ti cercava.” (pag. 17)
La tua sottigliezza esile e nota, il tuo dimagrimento continuo fino a farti tornare a essere aria, aria che respira e fa riposare…” (pag 18)
“Tu, quei rami spessi, qua nei colori compensati dal sentire, erano per tocchi e suoni, dal silenzio ribaciati! Dolce l’aria che li conteneva … “ (pag. 20)
“Forai con le mani quel vuoto spesso più dell’aria, presi coraggio dall’essere già deste e feci un gesto, eccomi non temere, andiamo più dentro o più lontano, abbandoniamo l’impenetrabile e l’immobilità – mute. “ (pag. 24)
“Ci abituavamo allo spostamento dell’aria, e con il respiro spingendocene fuori all’aperto, di nuovo lo scartammo.” (pag. 27)
“Un purgatorio era il luogo cui facevo somigliare questa nostra aria piena di bianco, in una quasi pioggia trasmutata.” (pag. 28)
Era mia madre quella beatitudine di piccolo rosa e giallo che forava il bianco dell’aria, …” (pag. 29)
Né la voce unita all’estremo eterno, né le mani, quelle piccole e segrete, mi avrebbero più fatto cenno. Né le reti di memoria, le sue immagini ultime che si libravano dell’aria perché chiare e struggenti, troppo immacolate.” (pag.32)
Tu guardavi senza avere l’aria di vedere nulla, giacevi ti libravi eri pura musica di spazio, nulal più poteva toccarci come prima, sparimmo alla loro vista, mute.” (pag. 38)

Dapprima la voce, poi l’aria. Il corpo non esiste più, ma le vibrazioni perdurano.

Un altro elemento che mi ha avvolto in questa sezione è l’elemento natura o meglio il rapporto diretto tra “natura” e madre”; una sorta di osmosi, di trasformazione. Forse, inconsapevolmente, l’autrice, che sente il bisogno di mantenere il contatto, richiama il concetto tutto orientale del buddismo che ci porta a ridiventare tutt’uno con il tutto dopo la nostra ultima morte, quando, terminato il ciclo di rinascite, si giunge al nirvana, all’illuminazione. Ritroviamo questo elemento, per citare alcuni esempi, nei testi di pag. 18 “Quel bianco, breve sconfinato verso il cielo eri tu a carpirlo, ma i rami-mani e il calore vano, quel tocco della schiena tornata a vivere all’altezza del tronco, là tu per noi, più viva dei viventi ti faceva.”; di pag. 20 “Tu, quei rami spessi, qua nei colori compensati dal sentire…”;
Il ritratto di Mariapia è quello di una madre-luce. In tutta questa sezione che è incentrata sul legame madre-figlia vi è una sacralità intensissima e a essere sacro per l’appunto non è solo la madre, ma il legame stesso.

A questo punto vorrei fare una brevissima e sintetica digressione sulla figura della madre in letteratura.  Essa è presente sin dall’antichità. Ricordiamo nell’Iliade la madre di Achille,  la madre di Eurialo nell’Eneide, Venere con Enea. Per non parlare della figura per eccellenza della madre: la Madonna, la madre di Cristo. Per citare solo alcuni esempi.
Tutte queste “madri” sono figure materne esemplate su un modello universale che le vede vivere in funzione del loro figlio  poste in una dimensione quasi ultra terrena. Diciamo idealizzata. Si deve giungere all’800/900 per trovare un cambiamento. La madre cantata non è più quella di qualche personaggio reale o irreale, ma è proprio la madre dell’autore il quale si rivolge a lei con il tu: quindi la figura della madre diventa più concreta, più vera anche se continua a conservare il tradizionale ruolo materno . Possiamo citare Preghiera alla madre di Umbero Saba, La madre di Giuseppe Ungaretti, A mia madre di Eugenio Montale, Lettera alla madre di Salvatore Quasimodo, Preghiera di Giorgio Caproni, Supplica alla madre di Pier Paolo Pasolini. Da non dimenticare Vincenzo Cardarelli che ha cantato con infinito amore di sua madre e della sua assenza.
Si discosta dai precedenti Elio Pecora con Nel tempo della madre (Ed. La Vita Felice) scritto in memoria della madre Elena e nel quale troviamo una madre non mitizzata, ma raffigurata nella sua umanità di donna-persona.
Però si tratta sempre della visione di autori uomini .
Molto più difficile è trovare autrici che parlano delle loro madri, ma ultimamente, per fortuna la voce delle donne inizia a farsi sentire e possiamo portare molti esempi di donne poetesse che hanno scritto della madre. Per citare alcune contemporanee c’è Vivian Lamarque con “madre d’inverno” (Mondadori 2016); la sottoscritta con “La casa delle fate (La Vita Felice 2017), Marzia Spinelli con “Nelle tue stanze” (Ed. Progetto Cultura 2012); le antologie “La tesa fune rossa dell’amore” e  “Matrinilenare” edite rispettivamente nel 2015 e nel 2018 da La Vita Felice e curate da Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster e Anna Maria Robustelli che raccolgono poesie sul tema madri-figlie nella poesia contemporanea di lingua inglese e in quella italiana dagli anni sessanta ad oggi;
Tutta questa digressione è stata necessaria per far comprendere l’immenso valore di Quinta Vez di Mariapia  Quintavalla che non si è limitata a scrivere della madre e del rapporto madre-figlia, ma come vedremo andando avanti nella lettura del libro e come ho già scritto all’inizio, ha indagato sulla figura “donna” in ogni sua sfaccettatura: madre, figlia, sorella. Credo che fino ad ora questo libro sia unico nel suo genere e se non lo è, vi prego, ditemi a quale libro debbo fare riferimento.
Il rapporto madre figlia di “Pre- Natale” è un rapporto interscambiabile e che si compie pienamente quando anche la figlia diviene madre (pag. 34: “Mai ti voltasti se non nell’attimo in cui baluginasti di me una donna, e divenute madri, mi chiamasti per nome.”).
E’ un rapporto che non risiede negli affanni terreni, che appartiene a una dimensione cosmica, ma al contempo intimissima. Che non risiede nella mente, ma appartiene all’anima. Questa sezione è intrisa di tu e di noi ed è scritta quasi interamente in corsivo ad indicare non solo il dialogo, ma anche il sussurro di una dimensione ultracorporea e ultratemporale.
La seconda e terza sezione del libro s’intitolano Mater e Mater II. Qui si uniscono la prima persona, la seconda e la terza. Si cambia la prospettiva, non è più la figlia a colloquiare con la madre, ma la figlia divenuta madre colloquia con la figlia. E’ un concetto bivalente che s’interseca e coesiste. Mariapia qui è figlia che scrive di se stessa come figlia ed è madre che scrive della figlia. Il registro cambia radicalmente e così anche il verso che non è più prosastico ma più breve, interrotto, singhiozzante. Non c’è più il corsivo perché anche la dimensione è cambiata: siamo nella vita, abbiamo abbandonato la dimensione dell’oltre, ma non c’è un tempo definito. E’ un presente eterno. Un presente che sancisce una condizione filiale che c’è, c’è sempre stata e ci sarà sempre.
Il poemetto Mater si apre con un testo che definisce chiaramente il dualismo già da titolo: “Due sono una” dove si evidenzia la dimensione corporea, la figura filiale delineata da un essere che è a se stante, staccato, perché si rimane nella sola condizione di figlia fino a che non si diventa madre e la descrizione è luminosa:

… i suoi occhi luccicano con una margherita
appesa al lobo ma di luce propria
senza infingimenti e lei là, un gran andare
per una corsa sua segreta,
tra fili d’erba e treni, caramente
d’oro il suo sorriso.

E’ la madre che dipinge il ritratto della figlia con un amore dolcissimo e mesto.
Si tratteggia anche qui però il senso del distacco, è un distacco diverso da quello della madre morta, è il distacco opposto. E’ la madre che deve fare i conti con la disgregazione del cordone ombelicale, con quel desiderio forse insano, ma esistente di conservare la propria figlia nel grembo e invece deve assistere, paradossalmente con dolore e felicità insieme, al suo andare nel mondo, da sola.

Così a pag. 44 leggiamo:

Nel giorno che precede, la vedrai
varcare sola, e sola sarai tu che là
pazienti sulle orme della mani cerchi
il tuo sangue quando volata via
con te, ma dolcemente, piano,
in una sua salita

ne disegna l’arco intero di una vita
piccola più della tua, sognata.“

E ancora leggiamo per intero il testo di pag. 48:

Tu ti distacchi e sposti, la guardi scivoli
via, piano per non ferirla
ti mostri neutra amica, taci,
ma lo diresti quanto sangue-voce
ci è voluto per tagliare
quel cuore intero in una luce sua,
che ti divora. Scompare
se c’è un emblema vostro, lei lo saprà
capire, lei non ha paura.
Tu, una chiave di notte
nel suono delle sue parole ti ha acceso
il video della mente e poi,
non turba più:
per quella mano speculum sul cuore
ti senti piccola, e sperduta;
la sua nascita va verso la tua morte.

Ma lei serena guarda e stacca, non capisce.

Nell’ultimo, strepitoso testo del poemetto Mater è tracciato per intero il percorso: c’è la figlia che guarda se stessa nel suo rapporto e addio con la propria madre e poi si guarda essere madre rivolta alla figlia:

Uscendo piano dalle porte, credevi non udire
quel pianto secco che ti prese nel salutare,
quando tua madre nell’abbandonarti
ancora, una seconda volta se ne usciva
zitta e solenne, verso il suo bell’ade,
fasciata in oro – andare nella vita.

Ma Lei Sarah, nata dal riso
domina nella silhouette radiosa,
circonfusa.

Mater II è una scrittura dolorosa. Non c’è più la luminosità di Mater. Il punto di vista cambia ancora. Qui viene messo in evidenza il fare della figlia più giovane, quella che ancora non è madre e il soffrire della madre che si sente incompresa, ripudiata, perfino odiata.
E’ una sezione forte che rappresenta un altro modo d’intendere la madre, non più amata, necessaria, ma odiata, rivale.
Leggiamo a pag. 56:

II) C’è pena sotto la volta di Milano

Di notte,
la notte aperta fra lenzuola io parlo
a voce alta comprimo,
anzi comprendo sentendomi negare
per ogni via il calvario
di madre crocifissa,
io cerco non vedere l’icona, oppure
vorrei farla vedere e fatta, ma conchiusa
lei va lontano blatera, sposta
ogni suo gesto dove non esisto.
Così entra la mia persona così
troverà spazio e semenza
per il suo fututo
che oscuro se lo punge e bruca,

come il suo dolore.

Con la quarta sezione che s’intitola “Quinta Vez o del ritrovamento” entriamo in una dimensione onirica. Il tempo non è più quello contemporaneo ma è il tempo dell’immaginazione. La poetessa torna alla madre, ovvero a China, ma in un modo molto particolare: scrivendone un’allegoria che la riporta in vita giovinetta in terra di Castiglia come ci dice Mariapia stessa all’inizio della sezione. E’ una breve biografia che continua quella precedente presente nel libro China del 2010, ne è una metamorfosi.
Particolarissimo è lo stile e come scrive Stafano Vitali in sua attenta recensione di Quinta Vez, con un tono che richiama i canti popolari trecenteschi e una struttura poetica che fa pensare alle Chansons dei Trovatori. Maria Pia usa un stile arcaico e immaginifico, unisce lo spagnolo, probabilmente proprio come dedica alla madre Castigliana, ma anche parole inventate, sognate. E una sezione magica e mitica: qui fa rivivere la madre come essere libero, felice, privo di costrizioni. Qui China è fanciulla, giovinetta e non è ancora madre e nel corso di tutta la sezione non lo sarà mai. Ciò mi ha fatto pensare che forse la libertà e la felicità di una donna, secondo Mariapia  risiede nel suo essere donna e basta, senza la costrizione del ruolo di madre o figlia. Una sorta di liberazione da una condizione, sì naturale, ma anche imposta dalla società. Una condizione sia pur bellissima, ma comunque vincolante e costringente nell’animo e nel sentire.

A pag. 70 leggiamo, in chiusura del testo:

Belle le gambe e belli gli occhi scuri,
forti le braccia nel danzare danze di vita,
e danze della morta i n t e r a.

E ancora il testo di pag. 72 dal titolo China era prodigio di canzone

Quando di China si vedette il volto
salire in aura, in benvoluta gloria
China già più non era là seduta, ma distante
volgersi e dire in addio serena
le ultime care frasi della notte:
quelle che di cantari, gesta e sacripanti
donzelle e mostri, essa mostrava
sé capace a recitare –

modeste cupole, già case per la mente,
di una speranza che la villa, e mente di Castiglia
più non udiva.

e quello a pag. 73 in chiusura della sezione

Morì, Tradì scoppiò, dissolse sé, disparve

non fu mai dato di sapere, ma servì a capire
che China era prodigio di canzone
meravigliosa creatura in luogo chiaro,
corso di virtù serena – gioia nel corpo cibo
della mente – angelo al tocco dei bambini
salvi nel fiume corso della sua esistenza,
frumento pane di virtù mai sorte

sentimento del mondo, sua dizione.

L’ultima sezione del libro “ Le sorelle”  continua a sorprenderci.  Si tratta infatti di un testo in prosa teatrale. E’ un dialogo tra due sorelle che s’incontrano in un luogo molto ben descritto all’inizio. E’ un dialogo incentrato sul loro rapporto, sulla loro incomprensione. Ognuna di loro è ferma e chiusa nel proprio ruolo. Ci sono i ricordi, le rimembranze che le riportano ad affrontare vecchi dissapori di bambine. Non c’è soluzione.
In ultimo, mi sento di dover ringraziare profondamente Mariapia Quintavalla per la luminosità della sua scrittura e per questo libro che rappresenta un dono prezioso per tutti noi. 

Cinzia Marulli