venerdì 3 maggio 2019

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Giuseppe Conte

Per Letture condivise presento oggi due poesie di Giuseppe  Conte da L’Oceano e il ragazzo, TEA Edizioni 1983
 
Dopo Marzo

Dimenticare città, nomi, desideri
di uomo: voglio solo fiorire, rivivere, io
non più io, ibisco, acacia,
conca aperta e tremante di un anemone.
 
Avere piedi e nodi d'erba, io
non più io, mani guantate
di germogli, ciglia nuove blu, di
scorza il torace, spezzato e vivo.
 
Ho dimenticato tutto, scrivo
perché dimenticare è un dono: non
desidero più che alberi, alberi, prode
di vento, onde che vanno e tornano, l'eterno
 
rinascere sterile e muto delle

cose

“Marzo è stato freddo e triste, ma
poi l'Aprile, praterie, portenti
di scarlatto lieve, ciliege, e le prime

rose”

Ci sono poesie senza tempo come questa di Giuseppe Conte, scritta più di trentacinque anni fa, che non solo non è affatto datata, non ha perso la sua fatata freschezza evocativa, anzi acquista ai nostri giorni disorientati , prosaici, il sapore di una visionarietà preziosa, giocata sul ritmo di una leggerezza quasi estatica ormai difficile da ritrovare. E’ la realtà della Natura percepita come trasfigurata dallo stupore di un ragazzino che ha avuto in sorte la fortuna di nascere nella terra benedetta della Liguria.

L’Oceano e il ragazzo è un volumetto la cui lettura consiglio a tutti gli amanti della poesia grande, a quelli che si ostinano a credere che i versi abbiano ancora il potere di allargare l’anima facendoci intravedere, o almeno intuire, che esiste un Oltre a salvarci dal grigiore di certa quotidianità, se quest’Oltre sappiamo cogliere seguendo guide (e poesie) che passo passo ci conducono in viaggi dello spirito, diventati per noi rari, esotici, solo per noncuranza, disabitudine a questo tipo di viaggio incantato. Disassuefazione che porta all’atrofia della sensibilità, della capacità di ogni stuporoso incantamento.

Ma il motivo della riproposta di questa poesia di Conte è un altro: vuole essere una specie di dimostrazione di un assunto che mi sta particolarmente a cuore, proprio come una verità, sperimentata, che può portarci lontano, non so neppure io fino a dove.

Io credo che la Poesia, quella vera, quella alta, abbia la caratteristica, tra le altre, di essere inesauribile, cioè di dire sempre cose nuove a che la interpella, al di là del tempo: anni, secoli, millenni. Certi versi, introiettati nell’animo da chi legge, fatti tutt’uno con una nuova intelligenza creatrice, danno avvio ad altre poesie, ad altre forme di immaginazione. La Poesia non si ferma, se no sarebbe limitata e quindi statica, finita: altri partiranno invece da lì e porteranno avanti altre strade, altri messaggi con un percorso che teoricamente, mi piace pensare, potrebbe non avere mai conclusione. Penso infatti alla Poesia con l’immagine di una catena senza fine, dove ogni maglia non è conclusiva ma dà origine ad un altro anello di catena che la prolunga e la porta verso approdi nuovi, sempre a partire da un anello precedente che ci ha aperto a nuove emozioni ed abbiamo fatto nostro, dando avvio però a ulteriori, diverse prospettive che mantengono un forte legame con i punti di partenza precedenti. Non sarà il nostro un punto d’arrivo, bensì quello di partenza per altra creazione, per altro pensiero progressivo.

Come esempio concreto di questo procedimento mentale, che avviene in modo automatico, non voluto razionalmente o premeditatamente, vi segnalo la poesia Sera d’estate, in cui il verso di Conte: “dimenticare è un dono” è diventato l’incipit di un altro testo. Certe forme di “idem sentire” vorranno dire ben qualcosa di insospettabile, visto che accomunano persone diverse per sesso, età, frequentazioni e… capacità poetica. Posso fare quest’ultima osservazione a cuor leggero visto che Sera d’estate la scrissi io un po’ di anni fa. Non accusatemi d’immodestia, la presento solo a scopo esemplificativo della mia asserzione di base: poesia come catena inesauribile di emozioni e di collegamenti tra passato e presente, tra poeti del tempo che fu e giovani di oggi.
 
Sera d’estate

Dimenticare è un dono
scrivere è immaginare
ricucire spezzoni di passato
sperperato dall’altra che io ero.
Fotogramma sbiadito in film non visto.
Fantasia è insufflare vita nuova
a maldestri ricordi frantumati,
in passatoie riannodare trame
di vite calpestate. – Fin che posso –
Questa memoria che non è memoria
a metà tra reale e immaginario
vibra vivida, forte, a dissetare
il riarso tramonto di un’estate
di canicola stanca.

Marvi  del Pozzo

martedì 26 marzo 2019

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Valentina Perucca

Per la rubrica Letture condivise presento oggi una giovane poetessa alla sua seconda pubblicazione: Valentina Perucca, Il senso che mi fa la parola, Eretica Edizioni  2018.

Valentina Perucca, l’autrice, è una giovane torinese con laurea magistrale in Antropologia culturale ed etnologia che, innamorata di cultura orientale e di poesia occidentale, da sola vive e si mantiene al mondo occupandosi da libera professionista di benessere psicofisico, di trattamenti ayurvedici e medicamenti orientali.
La silloge, di cui vi do l’assaggio con quattro brevi testi, è una raccolta veramente contemporanea, di notevole carica innovativa nel panorama della poesia attuale.
 
Araba
Sono araba,
italiana periferica
sono spagnola estranea
a me stessa, centro
di tutti gli altri
per questo sono inglese
lingua franca usurpata
sono di mondo
sono di confine, francese.
Sono araba, ancora soltanto
araba che attende di farsi fenice.
 
*
Pane di poesia
Se la fame nel mio mondo
fosse folle come brama di
sapere o la voglia di ballare,
se fossi io capace di stare in me
non so, non sto,
andrei intera in incandescenza
con briciole di poesia
agli angoli della strada, della bocca
del mio fratello più famelico
per ricucirgli la mancanza.

In una maniera che fluissero
almeno equamente tra il nulla
dello stomaco e lo strale del cuore
 
ingorghi di parole che vincessero
la fame, spezzando al muto,
con il silenzio, il pane.
 
*
Gli anni in corpo
Mi piega la vita, mi
costa come quando picchio
il chiodo al muro
e mi scosto a rivedere
la foto.
Quei sorrisi sono tanto
antichi che sorrido anch'io
e mi chiedo chi sia
quella composizione di
persone incolta.
Quanto grigio mi è scappato
di mano per andare tutto
sulla cornice.
Picchio ancora il chiodo
ed il dolore si fa vivo
e greve.
Non scorre sangue,
se non in immagini.
 
Da lontano siamo bellezza
imponente. Ho preso tutti quei nostri
anni in corpo: sono dilatazione infinita.

*
Erano le colline
Sono ritratti facili a immaginarsi
oggi su queste colline
irrigate di un colore fresco
se le vene implodono
che si perdono dentro
e non le sento più fino a trovarle
disegnate sui lembi della distesa
di quando stavamo

lì tutti raggruppati di baci e sogni
stropicciandoci gli occhi con le idee
sdraiandoci più del consentito
con arti scricchiolati
e piedi nudi come in vendemmia.

Il tuo profilo
sommato a quel profilo di collina
il tuo po' di pallore dolce
stemperato sui cromatismi d'autunno
il sale di quella lingua
ad aggiustarmi la ferita
mi lasciano ora come fosse in quell'epoca,
sconfitta la parola.
 
La realtà di Valentina è quella del Duemila: la conosciamo e la viviamo tutti di questi tempi, è una realtà sociopolitica ibrida, contradditoria - lo sperimentiamo quotidianamente - avida ed amara, dove cosmopolitismo e razzismo convivono (nella poesia Araba l’autrice, in chiave soggettiva, si sente creatura del mondo, cittadina di una società aperta alle influenze sane di ogni possibile tradizione o cultura). Cantando la realtà di oggi Valentina ci parla di un mondo dove i rapporti interpersonali, in particolare quelli tra uomo e donna, si snodano tra situazioni e sentimenti contrastanti, ambivalenti, talora poco classificabili con la parola “amore” tradizionalmente intesa. Sono rapporti intensi, di violenta, oscura, passionalità, che vanno, si sciolgono, rinascono, si perdono, talora senza apparenti motivazioni, così come forse per impeto momentaneo sono nati eppure lasciano un segno profondo, dolce-amaro, quello di un ricordo, un rimpianto, un senso di sconfitta, di inadeguatezza di lui, di lei, di tutti e due.
Sono storie tutte psicologiche, sono storie di anime ferite, non raccontate nei fatti se non per cenni, qualche intenso, ma sparuto, particolare. I luoghi, la natura, restano puri sfondi di momenti dell’anima.
La poesia di Valentina procede a sprazzi, per bagliori sentimentali repentini: non è narrativa, è intuitiva. Intuiamo infatti a malapena le vicende perché l’autrice non ci dà gli strumenti per capire, con lo sviluppo di un racconto logico, lo svolgimento dei fatti. Sarebbe impossibile, credo, fare l’esercizio scolastico del riassunto per i testi di Valentina. Il pensiero farraginoso, complesso si rivela e si snoda in una espressione poetica, metaforica, immaginifica, propria dei sogni o degli incubi e in un suo linguaggio astruso, tormentato, talora addirittura al limite della liceità sintattica. Una forma espositiva strana, personalissima ma di rara efficacia. Lei ci offre frasi di bellezza lancinante e strana, con difficile accostamento di termini, grammaticalmente ardita, talora forse nemmeno del tutto accettabile secondo i canoni tradizionali. Ma non importa perché arrivano al cuore questo dire spezzettato, queste figure frantumate eccezionalmente efficaci e poetiche. Il racconto, se non è chiaro, lo riempiamo noi con le nostre storie, le nostre nostalgie, i nostri fallimenti. Capiamo benissimo che Valentina parla con pochi cenni astratti delle storie concrete di tutti. Volete degli esempi?

Sugli anni che lasciano un cimitero di  delusioni dice:
            Ho preso tutti quei nostri
            anni in corpo: sono dilatazione infinita
 
Sul suo anelito all’Arte e alla bellezza scrive, in Pane di poesia:
            Se fossi io capace di stare in me
            come non so, non sto
            andrei intera in incandescenza
            con briciole di poesia
            agli angoli della strada…
 
Da Erano le colline:
            … sui lembi della distesa
            di quando stavamo
            lì tutti raggruppati di baci e sogni
            stropicciandoci gli occhi con le idee
            sdraiandoci più del consentito
            con arti scricchiolati
           e piedi nudi come in vendemmia
 
Vedete che modo personale, particolare, di esprimersi, che accostamenti inconsueti siano creati dalla poetessa. A volte sono disorientanti per chi legge perché vanno al di là dell’uso strettamente logico dei termini, del loro significato letterale, tra virgolette “normale”. Ma la poesia deve necessariamente corrispondere alle regole della logica, dei procedimenti conoscitivi razionali? Bisogna essere messi in grado di comprendere frase per frase, immagine per immagine, per trovarne la logica intrinseca?
O non è importante intuirne il senso ultimo attraverso moti interiori, grazie a strumenti e mezzi diversi, comunque legati alla sfera dell’irrazionale, dell’inconscio, forse? Non è importante che su questo piano intimo Valentina Perucca, da psiche a psiche, sappia condividere ed emozionare e, proprio tramite queste emozioni intense, noi riusciamo a ritrovare noi stessi, le nostre anime fragili?

Valentina, nella complessità del suo pensiero illineare, nell’esposizione formale così distinguibile nella sua singolarità, colpisce come un pugno e lascia un ematoma indelebile dentro e a lungo visibile fuori. Ma è un livido che permette di fare i conti con le situazioni, di prendersi cura di sé, di medicarsi pur senza dimenticare, ed alla fine di guarire perché la consapevolezza della nostra fragilità  è il punto d’avvio per costruire la completezza razionale ed emotiva della nostra personalità, senza soccombere dolorosamente ai nostri fantasmi personali, come pure alle diverse manifestazioni di disumanità e violenza presenti nella società dei nostri giorni.
Marvi Del Pozzo
 

lunedì 11 marzo 2019

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: due poesie di Franco Canavesio


Due poesie di Franco  Canavesio

I desideri dei sonnambuli   (inedito)
Tra terra e cielo, per sentieri
inaccessibili ad occhi aperti, i desideri dei
sonnambuli
schiudono su precipizi d'azzurro, fidarsi dell'aria
per coglierli, in sereno equilibrio sui bordi,
il passo notturno ha la stessa densità
del vento.

Una direzione, ogni notte un continente
giardini già conosciuti sulla carta, non solo fiori
aceri, datteri, manghi,
succo e polpa, ora matura dei loro frutti.
Una catena d'oro mi lega al sogno
d'Africa - schiavo, scrivano del mio sogno‑
migrante
in senso contrario al tempo
sul tetto estremo del faro d'Alessandria
lì toccavo le stelle, ad occhi chiusi, sulle dita
contavo le punte, e racconto ora della loro luce
tersa,
mai uno sbavo, non debordo, del papiro millenario
ho chiara la dimensione del foglio
e l'illimitata voglia di suggere.
Filtravo, ora distillo, sono state la mia forza
le piene e il limo, le maree in un bicchiere d'acqua
dolce.

Ho calcato le melme dell'India,
a ogni pagina, varcavo il confine
un passo di indice e medio sulla mappa,
era chiaro, senza bolo di betel, il senso del viaggio
monsone d'infanzia, potente,
inondava le rive del Gange,
ardeva l'ultima face delle pire galleggianti,
vita in circolo, dalla cenere sciolta alla polpa
zuccherina del mango.

Anche il deserto, e m'asciugo
e scurisco di pelle
nero, senza caravelle, confuso all'aliseo
schiavo del sogno, in volo e col corpo son sveglio
in moto anche senza luna e stelle
seguo la catena sommersa tra i due continenti
- solo se anneghi t'accorgi dell'acqua ‑
è reale il mio traversamento.

Le foreste, oltre l'Atlantico
tronchi alti come torri, verdi da millenni, radici
profonde
schiavi legati alla terra, e il sogno mio non
vorrebbe
ma su questa ha piedi ben saldi.

È vita vera il passo notturno
a occhi chiusi il ritorno dai luoghi d'infanzia
la coscienza ben salda e con corpo vivo
di giovane sonnambulo.

Mi sento con serenità d’animo di definire Franco Canavesio “il Poeta” con la P maiuscola, cioè colui che personifica il concetto di poeta valido in tutti i tempi, la persona che vive la sua età ma non solo quella, che è inserito nel mondo ma non è del mondo, quello che coglie l’anima segreta della natura e delle cose e le fa parlare per trasmetterle a noi, quello che percepisce “l’oltre” e riesce a rendere a noi tutte le intuizioni misteriose che ci sfuggono, che finiscono in genere inghiottite con i loro segreti nel mare magnum della quotidianità materiale, spesso superficiale, talora becera dei nostri giorni. Franco è l’uomo toccato dalle Muse, quello per cui Platone diceva (ovviamente non a lui, ma pensando a qualcuno come lui, duemila quattrocento anni fa circa) nei dialoghi dell’Amore ed in particolare nel Fedro, che per la poesia… non serve il terrestre, non ha importanza scienza, tecné, capacità espositiva, perché la poesia è ispirata direttamente dall’alto e all’alto riconduce, esprime l’inesprimibile, dà voce alle cose che non parlano quasi a nessuno, si fa veggente di altri modi di essere e di sentire, insomma vede l’invisibile, sente ciò che il mondo non sa ascoltare, si nutre degli odori mischiati dell’aria, della terra, della natura, del mare e li rende palpabili e trasferibili con una parola che si fa spirito tanto è ariosa, rarefatta, quasi non di  questo mondo. Questa è l’indicibilità dell’arte, resa concreta solo in parte, grazie alla magia della parola poetica, se la parola riesce a farsi poetica.
Le mie possono sembrare sterili parole di lode, ma non lo sono. Il perché ve lo esemplifico per far capire cosa voglio dire, parlando di arte e di fantasia creatrice, con la condivisione di alcune sue poesie: la prima, I desideri dei sonnambuli, è un bellissimo testo inedito dove capiamo concretamente dall’atmosfera che l’autore sa inventare che il sogno è vita e la vita è sogno. Per chi vive con tali doti di sensibilità percettiva non è possibile distinguere tra le due situazioni, questo se “ci fidiamo” dell’aria e ci lasciamo andare al “passo notturno che ha la stessa intensità del vento”, se viaggiamo in un viaggio più reale del reale, sulle ali geografiche di voli immaginifici al di là di tempi e spazi.

“E’ vita vera il passo notturno
a occhi chiusi il ritorno nei luoghi dell’infanzia
la coscienza ben salda e con corpo vivo
di giovane sonnambulo”.

Quale è il nostro vivere reale, quello della realtà concreta, pratica, materiale, diurna, o quella appassionata, artistica, misteriosa, immaginifica della sensibilità estenuata del sogno?

da L'anima sognante (2018)

Mi è chiaro, in questo giardino
ogni nato ha il suo nome
leucanthemo non è lo stesso che biancofiore
ha importanza, mi dici, la precisione
ma se vago nei meandri di colore
- lo sguardo abbraccia, corre di fiore in fiore
non mi va di pensare a distinzioni
(nome che specifica, nome che separa).
Qui, nella comune e trepida salita, fervore
di steli, identica voglia di luce
si mischiano profumi, s'accoppiano pollini,
nuovi ibridi senza nome, nati
da impossibili amori.
E io pure, amico caro, qui
tra luci e ombre del prato
ho smarrito il senso del mio nome
rosa, o margherita forse, dal candido sorriso
- strappare i petali uno ad uno
fino a farla morire -,
ché altro era il fiore, da tenere tra le labbra
innominabile e selvaggio,
nascosto, sotto l'ombra dei noccioli.

Suggestioni, seduto accanto ad un amico, nel suo giardino.

Già l’argomento è poetico di per sé e per dargli vita e riuscire a comunicarlo bisogna far leva su una leggerezza di lessico, di atmosfere, sulla capacità di evocare in chi legge sensazioni magiche, aiutandosi con strumenti tecnici che quasi non appaiono; non appaiono perché, se apparissero, di colpo appesantirebbero il testo e lo farebbero precipitare dall’aere a terra di colpo, come un aquilone per calo di vento improvviso si schianta perdendo tutta la sua levità ed incanto di volo.
Franco Canavesio evoca la vita poetica e complessa del giardino fiorito. Qui la sinestesia – figura retorica in cui, come si sa, si accostano parole o espressioni relative a sfere sensoriali diverse (esempio: voci azzurre: sensazioni uditive e visive accostate) – è solo suggerita, non è aperta, ma risulta talmente intensa che mi è sembrato di odorare distintamente i profumi mischiati di un giardino decadente, dove nessun elemento mantiene la sua identità originaria ma concorre a creare entità diverse, molteplici, che si fanno e disfanno in un clima di stordente sensualità, cui l’autore non si sottrae anzi aggiunge sottile, incantato, erotismo.
La poesia di Canavesio è una forma di educazione alla Bellezza, non voluta – beninteso – da lui che è tutt’altro che gnomico-sentenzioso: questo avviene, a parer mio, in modo inconscio. Ma gli riesce bene, forse perché è poco narrativo, meno legato alle contingenze della vita pratica, almeno in questi suoi testi, ma più intensamente lirico, più autenticamente ed immediatamente comunicativo. Pur nella contemporaneità del registro espressivo, l’accurata scelta lessicale, l’armonia degli elementi rimandano in modo inconscio, ma ben più che subliminale, al decadentismo francese del primo Novecento, ma sostanzialmente al clima onirico ed evocativo della musica di Debussy.

Per concludere quindi: la poesia di Canavesio è poesia di grande anima, attenta alle voci nascoste, è la scrittura di chi non può fare a meno di scrivere perché non annota ma, anche da uno spunto, un libro, un quadro, una fotografia, crea, non racconta: non è descrittivo ma immette vita nuova. Non può fare a meno di questa creatività. Come il pittore impressionista Monet, nell’ultimo periodo, che dal laghetto di ninfee di Giverny, crea qualcosa di diverso, non è più descrittivo, non ripete ciò che vede, ma va avanti ad inventare su una strada moderna un’altra idea di pittura, arriva al concetto  essenziale di ninfea: l’idea di ninfea. Così è Canavesio in quello che scrive, almeno io dai testi letti immagino e credo questo sia il suo procedimento mentale.
Mi rendo conto di avere inserito riferimenti pittorici (Monet) o musicali (Debussy), ma io credo profondamente nella sinergia tra le arti. Questa sinergia Canavesio evoca e suggerisce in modo spontaneo e naturale nel lettore. Ed è cosa rara, non capita in genere, o quasi mai, in altri autori di poesia contemporanea.
Altra dote di questa poesia e, direi più ancora, dell’autore è il vedere le cose in modo distaccato, con calma olimpica: è l’atteggiamento del Poeta-Filosofo, ma direi più del poeta, che cerca di vivere poeticamente e cioè con attenzione agli altri e alle cose, con equilibrio, con semplicità e gentilezza, non lasciandosi imbarbarire dai costumi altrui, dalla consuetudine alla prevaricazione, dallo sgomitare, dalle invidiuzze più o meno latenti, dall’ostentazione dei premi letterari ricevuti, dal palmarès della propria carriera artistica.
In sintesi la sua è una poesia coerente, specchio reale e non letterario di una persona in equilibrio con se stessa, con il mondo circostante, con il suo modo di concepire l’arte. E’ poesia di armonia nel contenuto e nella forma e come tale ha effetto rasserenante in chi le si avvicina.

Marvi Del Pozzo

sabato 9 marzo 2019

Nota critica di Stefania di Lino su "Il lato basso del quadrato" (Ed. La Vita Felice 2017) di Giuseppe Vetromile

‘Mai finiremo l’esplorazione/ e la fine del nostro esplorare / Sarà giungere dove iniziammo/ E sapere per la prima volta il luogo.’
(T.S. Eliot, parte finale di Little Gidding)



‘: si va per tentativi aritmetici

soppesati la sera

prima di addormentarsi’

(G. Vetromile, Il lato basso del quadrato, pag.79)



Nella narrazione psicoanalitica, si dice che l’oggetto da perseguire non sia tanto quello che rientra nel linguaggio, quanto ciò che da questo ne rimane escluso.

Trovo tale definizione adattabile anche al linguaggio poetico che, perseguendo l’innominabile, si inerpica lungo i condotti ventrali di una lingua imperfetta, quindi mai esaustiva nell’esprimere il ‘tutto’, almeno nella direzione che il poeta ricerca.

Percorrendo questi sentieri, infatti, ci si imbatte in continue fratture, in vicoli ciechi;  cesure tra il significato e il significante che il filosofo Giorgio Agàmben definisce ‘snodi’ che conducono da una lingua a un’altra. Tanto è vero che si diventa poeti per dire quello che in altro modo sarebbe difficile esprimere - forse impossibile - grazie anche alla traduzione-trasposizione – poesia è comunque traduzione – e alla possibilità di ribaltamento di registro e di piani di significazione; grazie e in virtù di uno slittamento di livello - dovuti anche all’uso di figure retoriche- che solo l’arte e la poesia, per ambizione libertaria e per un mandato preciso di svincolamento dall’ordinario, possono concedere.

Ma tale libertà espressiva, per quanto pirotecnica e immaginifica, nella traduzione del suo compiersi, - nel suo farsi ‘carne e sangue’, come dice il Vasari a proposito della pittura eretica di Piero della Francesca – tale libertà espressiva, dicevo,  nel poeta non potrà mai sottrarsi alla finitezza della materia e all’imperfezione della parola: limiti dettati da un imprescindibile principio di realtà con cui l’artista deve necessariamente misurarsi per poter realizzare la sua opera. Si cede quindi qualcosa del progetto originario (o del sogno), e si acquista qualche altra in termini di creazione sul piano della realtà. E’ esattamente da questo momento che l’opera diventa autonoma per acquisire un’identità tutta sua, a volte sorprendente persino per lo stesso autore.

E Giuseppe Vetromile, poeta, si colloca in una posizione di un realismo raro e disarmante, aderente alla terra, avendo ben presente che tali limiti appartengono esattamente a tutti gli esseri viventi, situando in tal modo l’elemento umano non in posizione egemonica o antropocentrica - molto lontana, anzi antitetica  è infatti l’idea di dominio su chicchessia-  ma pari a un filo d’erba o a un coleottero, se non altro per destino, ma forse anche per scelta, situandosi nella parte bassa (forse la più viscerale?)  di un’ipotetica finestra (quadrata).  In ogni caso parallelo alla terra.

E tali limiti Giuseppe li dichiara con umiltà quasi mistica, direi francescana, con quella sobrietà e quel certo distacco che il caso, nella sua posizione geografica (già il Sud! ma a Sud di cosa?) gli conferisce.

Lo fa chiaramente, onestamente, senza infingimenti esornativi,  già nel titolo e nell’ introduzione che lui scrive per il suo libro – [...] Partire da costituenti minimi, da geometrie di base, da sottili lati fortemente aderenti alla terra [...] - ,  ma anche in alcuni versi, in cui viene citata la concretezza della materia:

[...]

Perduti noi siamo    mia cara

nelle viscere della materia

 
Cantare al cielo non serve

non serve il nostro sbattere d’elitre fasulle

[...]



La geometria piana dunque, e più genericamente intesa, una visione scientifica della materia che ci rende corpi proiettati nello spazio, (forse ologrammi mescolati alla ‘stessa sostanza dei sogni’), sono il leit motiv, il filo rosso che ci guida tra i versi, ed è ciò che intride e pervade il discorso lirico di Giuseppe Vetromile nel suo poema, alto per forma e per intenti, ma che non rifugge da una certa sfumatura intimista – commoventi i testi dedicati alla madre e al padre - , e un certo tono colloquiale, dovuto all’intercalare ricorrente con cui si rivolge a una ascoltatrice ideale, appellandola affettuosamente con ‘mia cara’; un interporre quasi anaforico che rende il dettato poetico ancor più catturante, originale anche per l’uso dei due punti  collocati all’inizio del verso.



E l’uso della metafora geometrica, attinente alla formazione culturale del nostro poeta, in effetti, si giustifica ricordando l’etimologia della parola stessa che deriva dal greco antico  γή = ‘terra’ e μετρία, metria = ‘misura’, e pur evitando di citare importanti pensatori dell’antichità a tal proposito, comprendiamo appieno l’accezione filosofica del termine e il portato simbolico su cui si fonda la felice l’intuizione lirica e direi tutto l’assioma poetico di Giuseppe Vetromile.



Ciò anche a sfatare il persistente pregiudizio di un antagonismo, anzi addirittura di una incompatibilità, tra la visione poetica del mondo, che si vuole per ignoranza e pregiudizio, più romantica ed evanescente, contro un presupposto rigore della geometria e dei numeri più in generale, che in quanto tali, dovrebbero essere più credibili rispetto alla prima. Ma, e chiedo, esattamente in virtù di cosa?



Per ciò che mi compete, visto e appurato l’uso manipolativo delle cifre quanto delle parole, agilmente sorvolerei su tale infondato stereotipo, comprendendo in un unico orizzonte l’imprescindibile dialettica tra pittura e filosofia, matematica e poesia, scienza e arte, in passato tutt’altro che disgiunti, senza preclusioni di sorta, poiché è proprio la letteratura stessa a parlarci spesso di scienza, interrogandosi, proprio come il nostro poeta, sulla condizione umana e sul senso della nostra postura nel cosmo.

Anzi, in questo caso è il poeta a denunciare la fallacità della scienza, avvisandoci quasi alla maniera di Dostoevskij, che la ragione non è tutto e non soddisfa completamente,  non basta, e la geometria con i suoi teoremi, o la matematica con i suoi numeri, non spiegano, perché non sono in grado di spiegare:  Da questa casa pitagorica non sfuggirò/ che al declino dei numeri totali/.quando avrò reso le mie cose al mondo/ e sarò sogno di me stesso/in cammino tra le stelle/ (pag.18). 

 E nei versi del nostro poeta, la vita è rappresentata ossimoricamente come un ‘cerchio’ tutt’altro che perfetto, anzi ‘ambiguo’, con tutte le manifestazioni dell’esistere, l’affanno del vivere, le illusioni (pag. 22):



Ho con me una tabella



Non entra la ragione in questo breve spazio di luce

cunicolo tra una preghiera e un altro affanno

non entra l’evidenza del teorema euclideo

nel cerchio ambiguo della vita



: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo

e il sogno continua all’infinito

come sparlando di questa verità di bocca in bocca



Ho con me una tabella

mia cara

per calcolarmi i passi esatti lungo il crinale

e lo sbattere giusto delle ali

verso il cielo



: così almeno l’illusione è perfetta

quanto la felicità di un’addizione

 
ma è tutto vano

: ho compreso il gioco della materia

in questi laterizi abbandonati



nessun grido nessuno dolore

: il paese finto giace

sotto gli occhi stupefatti



e continuiamo mia cara a credere

che tutto stia solo ora

a iniziare



Un poeta, quindi, è tale se è portatore di una visione del mondo, di un suo specifico originale punto di vista e su di sé assume, poeticamente parlando, le conseguenze di tale visione. Parlo della responsabilità della parola e della soglia verso cui, il poeta conduce i suoi lettori.

Giuseppe Vetromile, come dicevo, si dichiara da subito con la sua ‘poesia onesta’ (pag.9):



Geometrie spurie



la parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo

umile   inerte

e sta fermo dall’eternità della legge

a sorreggere le sorti della buona geometria



laddove per ‘buona geometria’, si legga una possibile vivibile traduzione di senso dello stare al mondo, ma anche –  e siamo al topos poetico – l’andarsene da questo mondo (pag.71):



[...]

Dove andrò la casa sarà memoria d’aria e d’ombra

e sarò scritto col dito di Dio sulla faccia della terra:



di me più nulla eppure in ogni dove

combacerò perfettamente a tutto l’orizzonte



e così via fino al bellissimo testo sul fabbricato Esse che chiude il poema sulla inesauribile circolarità che alterna la vita alla morte, e viceversa, o se si vuole, tra l’entrare e l’uscire dal mondo.



In uno splendido dramma dedicato a Galileo,  in cui la diatriba, visti i tempi,  si gioca tra religione e scienza, ma il paragone calza benissimo anche con la poesia, Bertolt Brecht fa dire al fisico e astronomo del ‘500 : ‘Rimetteremo tutto in dubbio [...]  Quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo scriveremo più, a meno che posdomani, lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con particolare diffidenza. [...] E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora, con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione.’



Stefania Di Lino