lunedì 15 giugno 2020

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Pierluigi Cappello - Parte II


Riprendendo a parlare di Pierluigi Cappello in questa seconda parte, mi rendo conto che non ho accennato all’ambivalenza del successo, pure immediato, della sua poesia. In effetti era un poeta molto letto ed amato dal pubblico, come molti furono i riconoscimenti ed i premi letterari ottenuti, eppure molta parte della critica letteraria e numerosi “colleghi” poeti lo hanno considerato  con snobismo, come un caso di poesia di “facile intenerimento” a causa della sventurata sorte di un giovane infelice. Il suo sarebbe stato un successo più legato alla biografia che al valore poetico intrinseco. Superficialità, invidiose malevolenze non hanno impedito, alla lunga e post mortem, un giudizio più equanime e serio sulla grandezza di tale poesia: del resto la sua figura di friulano montanaro, figlio e cantore di un mondo marginale e provinciale, ne rendeva difficile la comprensione alle ambiziose voci poetiche cittadine, espressione di una civiltà del benessere, smaniosa di successi, gloria e corone d’alloro. Era facile etichettare la poesia di Cappello come poesia piena di sentimentalismi, espressione peraltro di una civiltà contadina che aveva fatto il suo tempo.

Ma egli, pur combattendo la propria solitaria battaglia tra parola e corpo, si sentiva poeta proprio in quanto appartenente alla comunità montana di poveri lottatori ai margini del paese, che dovevano lavorare in Austria o in Germania, o che si sfiancavano tra sventure, incidenti, terremoti, abbandoni, sfollamenti, con la forza di non abbattersi mai, che regalavano al mondo la stessa lezione morale della Ginestra di Leopardi, ma senza la presunzione di volerla dare, questa lezione, a chicchessia: si era così, forti e tenaci, per natura, per un senso di dignità umana e di appartenenza all’Umanità. “Sono nato al di qua di questi fogli”, scrive il poeta.

La forza della solidarietà all’Umano, dell’ostinazione nella pacatezza, era nel DNA del friulano e servì indubbiamente, come ancora di salvezza, al giovane Cappello dopo la sventura, ma resta anche come cifra distintiva della sua poesia.
Parlavo dei riconoscimenti ottenuti. Tra i più rilevanti:

*      Laurea honoris causa  in Scienza della formazione presso l’Università di Udine (2013)
*      Cittadinanza onoraria di Udine (2013)
*      Premio Montale, ultima assegnazione prima della sospensione di tale riconoscimento (2004)
*      Premio nazionale letterario di Pisa (2006)
*      Premio Viareggio (2010), ottenuto col suo volume Mandate a dire all’Imperatore

Ritengo che basterebbe la poesia iniziale di questa felice raccolta (Mandate a dire all’Imperatore, Edizione Crocetti 2010) per tacitare ogni voce accusante i versi di Cappello  di “facilità” e di sentimentalismo da donnicciole.

Mandate a dire all’imperatore
                        nulla nessuno in nessun luogo mai
                        Vittorio Sereni
Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,           
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Forse è necessaria qualche spiegazione al titolo della raccolta e a questo suo primo testo.
Il Milione di Marco Polo ed il suo viaggio esotico nel Catai alla corte di Qubilai Khan ha ispirato varie opere letterarie. Ricordo la scenografia fantastica, quasi mitica, di Samuel Taylor Coleridge (1772 - 1834) che in Ballate liriche inventa un palazzo orientale di Kublakhan sospeso sul fiume della vita, dimora della felicità perfetta. L’armonia, per l’autore, è in un “altrove” esotico lontano dalla razionalità dell’Occidente.
In età contemporanea, nel 1940 Dino Buzzati col Deserto dei Tartari” e nel 1972 Italo Calvino con Le città invisibili trattano i temi - a partire dall’avamposto della Fortezza Bastiani contro fantomatici Tartari che non attaccano mai, l’uno; le città ideali, fantastiche, perciò invisibili, l’altro - trattano i temi, dicevo, dell’alienazione, dell’incomunicabilità, dell’estraneità del mondo.
Calvino, nell’impossibilità di conoscere, si cala in realtà letterarie “virtuali”: la comunicazione diventa combinatoria con altre opere del passato (qui il Milione), diventa attività ludica. Del resto la comunicazione passa non attraverso la lingua, Marco Polo non conosce il linguaggio del Khan, ma attraverso gesti, sguardi, il gioco degli scacchi, eccetera. Il riferimento alla vicenda, rielaborata, dell’incontro tra Polo e il Khan, cioè tra due culture apparentemente senza alcuna possibilità di contatto, fa da cornice ai racconti sulle Città invisibili.
In Buzzati il tema è l’attesa, l’alienazione di una routine senza termine, di una vita incasellata in norme assurde mai a misura d’uomo. Solo il sortilegio, la malia del deserto dà gioia, ma aumentano lo sperdimento, le follie individuali, l’estraneità al mondo, nell’attesa vana dei Tartari, i nemici, i diversi da noi, che non arriveranno mai.

Il punto di partenza per Cappello è tuttavia un racconto di Kafka del 1918, dal titolo Un messaggio dell’Imperatore che parla del Khan, imperatore dell’immensa Cina, che sul letto di morte, tra nobili e dignitari di corte, fa chiamare un messaggero e lo invia con un messaggio segreto, sussurratogli all’orecchio, ad un oscuro, comune suddito della periferia dell’impero. L’inviato giura di obbedire al comando ultimo del sovrano e parte, ma si perderà nei meandri dell’immenso palazzo, nei labirinti dei giardini, e non arriverà mai ad uscirne. Il suddito lontano si sente come depositario di un segreto che sta per arrivargli, ma passerà ogni sera alla finestra ad attendere un messaggero che non arriverà mai. La chiusura del racconto è onirica e fiabesca, tuttavia, forse per mitigare il tema cupo dell’incomunicabilità, dell’attesa, dell’alienazione del potere, del soffocamento del popolo tra falsi valori, norme e burocrazia.
La poesia di Cappello, che ha quasi come un sottotitolo l’evocativo verso di Vittorio Sereni dalle quattro negazioni nulla nessuno in nessun luogo mai, ribalta i ruoli del racconto di Kafka: qui sono i sudditi, è il popolo che deve comunicare al potere qual è la situazione concreta del vivere, perché chi comanda, chiuso nel suo Limbo, nel bozzolo dei suoi privilegi, non lo sa. Ci si domanda quindi come possa legiferare per il bene comune, ma il discorso civile sfuma, è solo una domanda che può affacciarsi alla mente di straforo, perché il problema prioritario è quello esistenziale, della sofferenza umana di tutti e dell’uno, della mancanza di riferimenti:  
“i pozzi seccati”, “qui c’è da camminare nel buio della parola” in sentieri “vasti da non avere direzione” “né zenit né nadir // in nessun luogo mai”.
Questo imperatore, quindi, potrebbe essere un Dio, inaccessibile e lontano, che lascia i suoi “alla durezza dello scorpione”, con un sole “contro”, con un “rosso” di indicibile stanchezza e tormento sotto le palpebre?
L’oscuro suddito di Qublai Khan , nel racconto di Kafka,  ignaro del messaggio “sta alla finestra e ne sogna quando giunge la sera”; l’imperatore di Cappello, potere civile o divino che sia, non si pensa che risponda. Resta l’uomo col suo mistero, col suo dolore esistenziale, filosofico e metafisico, nella sua solitudine tremenda.

Ombre
Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l'est, le pietre rotte dall'inverno
l'ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l'Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un'eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l'aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l'inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore dì cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un'Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
Il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell'uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall'ombra
si raduna nei miei occhi
da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l'ombra dall'ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l'altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all'alto, seguendo una salita.

***

Le parole
Annodammo la nostra infanzia ai capelli delle nuvole
e non fu la pioggia, fummo la pioggia;

la mano dell'uomo ci sradicò dall'aria
e lungo i canyon della nostra pelle
attecchì il pensiero;

le nuvole furono scrittura,
la nostra voce un nodo sciolto,
noi da una parte, da un'altra parte il cielo.

***

Da lontano
Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c'è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

***

Commiato
Costruire una capanna
di sassi rami foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.


Ancora un pensiero su Ogni goccia balla il tango, Edizioni BUR Ragazzi 2014.

E’ un libro di rime scritte per la nipotina Chiara, figlia del fratello, allora di sette anni. Due anni prima la bambina, all’asilo, doveva recitare per la festa del papà una poesia che giudicava difficile e bruttissima. Pregò lo zio di scriverne un’altra per l’occasione e per lei. Fu un successone e Chiara, dopo la festa scolastica, telefonò raggiante allo zio, piena di gioia e di meraviglia: “lo sai zio che quando due parole rimano a me scappa da ridere? Però nella poesia che mi hai scritto è ancora più bello. E’ come quando volo giù dalla scivolo nel parco, perché zio?”.
Lo zio provò a spiegarle qualcosa dell’incanto misterioso da cui nasce la poesia, che si apre e resta enigma, che è esilità e potenza insieme, che è suono evanescente e forma concreta. Le parole possono essere note, disegnano cose che si sapevano già, “ma ci appaiono  come una scoperta, una porta che si apre, una corsa giù per lo scivolo che un po’ ci dà gioia e un po’ ci fa paura. Quella paura bella perché, quando arriva, in un attimo l’abbiamo scampata”.

Da questo delizioso libro di filastrocche per  bambini, ma non solo per loro, propongo alcune rime in modo da finire il discorso su Cappello con quella serenità e tenerezza che era connaturata in lui e, penso, non gli dispiacerebbe ritrovare in queste righe conclusive.

La pioggia
Questa pioggia è da ascoltare,
è il concerto delle gocce:
fatto in battere o in levare
suona note dolci o chiocce.
Fruscian gocce sopra il prato,
tamburellano le foglie
ridon tutte sul selciato
piange il vetro che le accoglie.
Sembra quasi dire il cielo
sono triste e allora piango,
ma in compenso, in parallelo,
ogni goccia balla il tango,
molte scendon le grondaie
tristi alcune, alcune gaie.

***

Neve
Nasce un sogno ad ogni fiocco
mentre sogni alla finestra,
te li porta lo scirocco
tutti insieme in un'orchestra.

È l'orchestra silenziosa,
è il silenzio della neve
che scendendo piano sposa
il tuo sguardo acceso e lieve.

Tutto tace e si fa notte
e dal manto delicato
fantasie sono tradotte
nel tuo sogno smemorato.

***

La rana
Un salto di qua
un salto di là
la senti la sera
la senti d'estate
e che serenate
e che primavera
è tutto un cra-cra!
Poi trova uno stagno
e - pluff - si fa un bagno
si scorda l'estate
e il caldo che fa.

***

Le lucciole
Un puntino, più un puntino,
poi pian piano un altro ancora,
tutti accesi, nel giardino,
finché il buio si colora:

luccioline, fiammicelle,
in crescendo, poi in calando,
si travestono di stelle
a mezz'aria, palpitando.

Sembra luce che sospiri
al profondo cielo vasto
come astronomo che ammiri
delle stelle il lento fasto.

E se poi le luccioline
se ne vanno ad una ad una
come luci chiacchierine,
figliolette della luna

resti tu come incantato,
resta il buio innamorato.

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