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foto di Giorgio Bernardinello
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Come ben conoscono i poeti nel loro percorso di vita
e di poesia, la parola è musica. Attraverso i pieni e i vuoti, le pause e i silenzi,
le sonorità intrinseche, i fenomeni fonetici e ritmici, il linguaggio riesce ad
andare oltre il tessuto semantico del testo: si allargano i confini di
possibili significati per il lettore che può spaziare, anch’egli con una certa
forma di creatività, al di là del testo attraverso i valori allusivi della
parola sonora. Si aprono allora nuovi significati supplementari, proprio quelli
che magari, in quel momento preciso, servono al lettore per ottenere risposte a
domande che lo hanno spinto a interpellare il testo poetico. Quella
parola assume allora un valore in sé e per sé, non è più portavoce di una
realtà concretamente oggettiva, ma fa spaziare altrove in sfere più personali e
intimamente determinanti.
Dico questo perché nel bel libro di Valentina Colonna,
Stanze di città e altri viaggi, Aragno 2019, il termine stanza
non delinea il vano, le quattro mura perimetrali di un locale di unità
abitativa, ma ci porta ben oltre. Può essere sì, come dice la parola stessa,
uno stanziare inteso alla lettera come stare, fermarsi, essere riposto: casa
come protezione, nido degli affetti più cari ma, viceversa, può essere il luogo
dove più esacerbato si esalta il senso di una solitudine tremenda, di una
perdita, di un abbandono, dell’insicurezza o della destabilizzazione di sé. Allora
quella stessa stanza può diventare tutt’altro che fonte di statica pace, ma
invece squilibrante viaggio alla ricerca di un diverso spazio dell’io. Può
originarsi un itinerario faticoso, esistenziale, intorno alle proprie stanze e
all’interno della propria interiorità. Inoltre il percorso mobile della memoria
facilmente avvicina il viaggio intorno alla propria camera e ad altre camere
lontane, come ad altri percorsi di fuga, di cui il treno in partenza si fa
simbolo: altri viaggi, altri percorsi felici o ancipiti o decisamente non
felici in altre terre, in altre colline – non le proprie – in altri orizzonti
fisici e metaforici.
La bellezza di questo libro sta in gran parte nella
capacità comunicativa dell’autrice, contagiosa nel suscitare profonde
suggestioni emotive, grazie anche alla sua essenza di artista a tutto tondo,
proprio in quel campo musicale, pianistico e compositivo di cui la parola
poetica è, se non sorella, di certo cugina prima. Per la decisa padronanza di
certi strumenti è più facile aiutare la parola a sfuggire alle consuete
coordinate di tempo e di spazio verso l’Altro e verso l’Oltre. La poesia di
Valentina Colonna mi piace perché sfida il lettore a una interrogazione
continua, perché parte da un’esperienza individuale che è solo il punto di
avvio di un viaggio generalizzato, in cui tutti ci ritroviamo a fare i conti
con noi stessi, il nostro vissuto, le nostre debolezze, le nostre solitudini.
Le mie proposte di lettura esemplificano quanto
appena detto e ben qualificano l’autrice come vera musicista della parola,
così come è stata definita nella prefazione al volume.
A mia madre
Ti
guardo, sai, mentre diffondi la mattina ai fiori
con
il tuo spruzzino rosa in una massima concentrazione
Volti in un sorriso (le primule radiose
di
baci al davanzale) e appari
bambina
lieta dolcissima che muove
nelle
stanze il cielo e l'aria. È una corsa rapida
alla
porta del balcone: tu sporgi in un baleno
–
il tempo di scendere le scale – e agiti le mani
in
un continuo salutare. Non ferma il dimenare,
come
a toccarmi le spalle sino all'auto, accarezzare.
I
tuoi occhi stesi si piantano tra il mio petto e il volante.
All'angolo
si svuota un dolore trattenuto di tutta una mancanza.
*
Marzo
– oggi torna Natale: dicembre
con
la cucina piena, il forno acceso
e
la televisione trasmette quel film.
Taglio a fette le mele, la madre mi guarda
e i gatti corrono a sbirciare dal vetro
poi odorare al tagliere il formaggio.
Riconoscersi
come l'odore
di
pane alla Crocetta camminando.
La neve cambia le forme e non ferma.
Quando ferma si assenta e la pioggia si allarga.
Ricompone
l'identità delle cose. Tutto si fa solitudine intera.
Mi piacciono, di
questi testi casalinghi, quotidiani, la semplicità delle piccole cose, una
minuta felicità, le parole tra noi leggere che definiscono i corsi e i
ricorsi sia dei gesti familiari sia di stagioni consuete. Entrambe le cose,
gesti umani e calendari, portano con sé oltre alle consuetudini il senso della
caducità, della perdita, dell’inconsistenza dello stato di gioia; la sensibilità
dell’animo dell’autrice accoglie e dilata queste situazioni in un clima di
fatalità (o di fatalismo) elegiaca, non però tormentosa.
Tu
sei l'ossigeno del mio andare. Sei stato
il
padre dei miei figli mancati e dei ritorni
a
casa vivi di vite nuove, progetti in via vai
ridendo.
Ogni volta salutarti è la stretta
di
pianto, lo schianto al chiudersi delle porte.
L'amore
mio che di me ama i sogni.
Il
cuore che disegni sul vetro si ripassa
nelle
carrozze scomparendo in corsa.
È
una condanna questo amarci in Terra
e Cielo. Lui in mezzo ci salva. Esangue, ci comanda.
*
A.V.
Cosa
darei per capire cosa dici
quando
chiudi gli occhi e mi parli
per
minuti lunghi infiniti
aspettando
una risposta – che non
saprò
darti. Amore soltanto
sa
accogliere le nostre
povere parole crocifisse.
Due
meravigliose poesie di difficile amore. In particolare della seconda apprezzo
la grande capacità di sintesi: in soli sette versi con determinazione dolente
vedo delineata l’epopea di una ricercata, impossibile forma di comunicazione
tra due personalità dal forte temperamento. L’amore si distrugge anche per
incompatibilità di comunicazione tra razionalità e passione. Sono storie di
percorsi umani che creano assoluta immedesimazione in chi legge, senza
fraintendimenti, a causa di chiarezza estrema del dire, nella perfetta
concisione di forma.
Poi
dal treno sulla porta non ti sporgi,
dici
vai, è ora. Non vuoi
vedermi
mentre parti, piuttosto puoi
lasciarmi
andare (un altro strappo che ricuce
la
mancanza dei passi insieme). Quando insisti
non
ho scampo, cammino svelta a testa bassa,
sento
addosso l'abbandono: sono l'animale
che
perde d'improvviso la sua tana e se volto per cercare
tra
i vetri non ti trovo. Lo sai che qui non guardo
e
non ti cerco. Mi fingo un solo grande camminare
avanti
e indietro, insieme un volare come vicini, come
possibile in questa vita la ricucitura, l'altra casa.
*
Quanti anni ho
impiegato per abbandonare
le vite che
quotidianamente crescevo.
Quanto tempo speso a
diventare altro,
a cercare un
ricongiungimento.
Ho dovuto
attraversare interminabili confini
per trovare le
parole, allargare le braccia a perdere
ciò che amavo,
stringere più forte il mondo,
tutto il mare che
dentro mi risuonava.
Viaggio
e senso di perdita sono ben sintetizzati nella simbologia del treno. È una tematica fissa della nostra memoria
collettiva, dal senso di paura e di pena del treno che sferraglia misterioso
nella notte (tipico ricordo della mia ormai lontanissima infanzia) fino alla
memoria di saluti troppo affrettati alle stazioni: le speranze dell’inconscio
in un riavvicinamento verranno eluse, purtroppo, dalle vicende complesse della
vita. Non si tratta della perdita necessariamente di innamorati, ma comunque di
persone molto care disperse nelle nebbie degli anni e degli eventi. La vita è
una costellazione di incontri e di addii; importante è non uscirne
sconquassati, il lavorio è quello faticoso (di ogni età) di ricostruirci,
giorno dopo giorno, per quello che vogliamo diventare l’indomani: persone
nuove, giuste, degne di noi stesse, possibilmente equilibrate proprio in
virtù del nostro vissuto che ci ha visto anche sbagliare, ma in scelte non
casuali, comunque condotte con responsabilità e coscienza.
In
questo vociare di mancanze che affollano
i
miei ritorni alle case originarie, alle stanze
vuote
di domani, ripasso i discorsi
del
mattino a colazione quando insieme ci
troviamo
a
dividere gli spazi di solitudine assoluta.
Le
parole non dette in altre lingue,
sproporzionate
per avere continuazione.
È
un versare di vini, di quantiere piene.
Sedersi
accanto al più vicino degli sconosciuti
e
farsi complice, amante. Esiste una forza
improvvisa
tra estranei che fa nascere il viaggio,
il
sedile di treno, lo spazio pieno sul palco o la pioggia.
Amore
stasera aveva più nomi. E tu non sapevi
degli
austriaci con gli occhi di ghiaccio, la forma
delle
bocche che restano senza baciare
a
sorridersi accanto, a raccontarsi quanto
non
possono dire. Nei suoni come case
ci
incontriamo, come famiglie a trovare
una
pace dovunque. Queste sere gli amori
hanno
frontiere, un cambio di lingua per tacere.
Ma
in corridoio sulla porta voltando a cercare
il
vuoto è piombato delle parole, del sole
di
quando scoppia il tuo riso e mi guardi.
L'attesa
di tutto – ancora l'assenza.
Un
domani che si perde nella stanza.
Questa poesia è
l’ultima del volume e a buon diritto, perché riepiloga e canta con disincanto
(è voluto questo bisticcio di parole!) l’odissea dei viaggi materiali e
sentimentali della vita umana. Per l’autrice questa anabasi non ha esito
felice. Le parole-chiave di questo canto, razionalmente percorso ad occhi
secchi, sono tutte negative, dalle mancanze del primo verso all’assenza
della fine. Si ritorna alle stanze vuote, divise in spazi di
solitudine assoluta. Si ripercorrono viaggi, memorie, perdute immagini di
amori-fantasma che si sovrappongono senza sostanza, senza baciare altri
percorsi, altri treni, poi – circolarmente – si ritorna alle case originarie
dell’inizio, alle stanze vuote di domani e la fine è
l'attesa di tutto –
ancora l'assenza.
Un
domani che si perde nella stanza.
A fine percorso del
libro ormai una lucida razionalità, senza disperazione.
Marvi del Pozzo