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sabato 28 agosto 2021

Per le donne di Kabul: Marzia Spinelli

La Madonna delle macerie

 

I

 

Sono la Madonna delle macerie,

e vesto abiti come monaca

medioevale.

 

E questo è il figlio

nudo,

lo porto a spasso perché respiri,

perché nel sonno lo protegga

una musica lontana,

 

perché la mia voce non ha corde

 

sarà il Tempo a cantare

il mio dolore.

 

                                              

II

 

Il secolo avanza nel corpo

del tuo bambino, lo porti a spasso

perché respiri,

 

tu vestita di abiti

medioevali, grigi come le pietre intorno.

Dal braccio pende una borsa di ferro.

 

Non ha corde la tua voce

 

sarà il Tempo a cantare

il tuo dolore.

 

(da una foto di donna siriana con bambino, 2017)

 

Le rose mute

 

Le donne le mani le gambe

come giunchi e le vene

d’un sangue più rosso

di tutti i vespri anelati,

dei lividi sparsi più neri,

di tutte le notti dedicate,

 

e le rose mute raccolte

su le tombe pulite

come case imbiancate d’amore …

 

le donne le mani le gambe

salde sull’uscio

negli occhi le marce di guerra

le voci, le croci le hanno cantate

consacrato alla terra quel bianco

vestito.

 

Marzia Spinelli da Trincea di nuvole e d’ombra, (Marco Saya, 2019)

 

 

 

 

lunedì 6 aprile 2020

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Marzia Spinelli - Trincea di nuvole e d'ombre (Marco Saya Edizioni 2019)


Una questione annosa: in che cosa deve eccellere la Poesia per essere definita davvero grande, capace di emozionare, di suggestionare, ma anche di portare “oltre”, fare riflettere il lettore, tutti i lettori di ogni genere e nazionalità che riescano, tramite i versi, a coniugare incantamento e pensiero, collegare l’emozione che divampa e scuote l’anima con la razionalità che lavora nel cervello e lo stimola ad argomentazioni personali. È ardua questione poiché spesso si innestano situazioni di grande soggettività, di gusto personale; nelle nostre opinioni siamo inevitabilmente legati, magari in maniera subliminale, ai condizionamenti dello spirito dei tempi, forse anche a quelli di epidermiche mode passeggere.
La poetessa che presento oggi, Marzia Spinelli, è voce che va oltre la contingenza dell’attualità, è voce unica da sempre, fin dal suo esordio felice nel 2009 con Fare e disfare - Edizioni LietoColle - in cui il recensore Plinio Perilli puntualizzava la rarità di quest’opera, nuova in quanto poesia fuori dagli schemi consueti e acutamente affermava che Marzia Spinelli “solfeggia i propri versi e insieme se ne libera, li affranca da tutti i canoni e i luoghi comuni, di cui la poesia non ha mai bisogno, meno che meno per vedersi concedere plausi ed attenzioni sempre più sofisticate o peregrine”.
A maggior ragione nuova e coraggiosa è l’architettura sottesa al suo ultimo libro Trincea di nuvole e d’ombre - 2019 Marco Saya Editore, dove il titolo, profondamente accattivante e suggestivo, non può non evocare tuttavia un’idea dura di guerra e quindi del corso della storia, macrostoria e piccole vicende umane insieme, l’idea di combattere e di sopravvivere, “l’idea dell’esistere e del resistere, della Storia che è stata e di quella che brulica, ferve, lievita e accade: da qui all’eternità, da oggi a dopodomani…” [dall’Introduzione di Plinio Perilli].
Dalle varie sezioni delle Trincee (che tuttavia non esauriscono l’intera opera) vi propongo alcuni testi: non guido i lettori a nessun tipo di commento, in primo luogo perché le osservazioni sarebbero le mie e non le loro e non mi sembra giusto sovrappormi ad emozioni proprie, irrepetibili e personalissime. In secondo luogo non sono ipotetici commentatori, ma sono i versi che parlano, per quello che dicono e per quello che fanno solo intuire, per quello che sanno ispirare, talora al di là di quanto voluto dall’autore stesso, per il senso estetico ed etico di pienezza da cui il lettore, talvolta, si sente completato, comprendendo fino in fondo, anche se magari per un momento isolato, il senso della Bellezza e della funzione catartica dell’Arte.

Dalla sezione Trincea dell’ombra:

Le ombre in trincea sotto nubi
dalle mutevoli forme: le guardano
a tratti, quale presagio di quel che accade
a terra

dove scorrono fiumi
e tutto sgorga dall'acqua,
dove colano scorie
ingannevoli anche del cielo.

Dove tutto stagna. Zampilla.
E passa.

*

Ombra perenne mobile e ferma,
vagheggi anche tu longevità. Piovono
scorie e meteore come stelle cadenti.

Tanto più simile, tanto più distante.
Sei solo mia.
Sagoma muta fedele sopravvivi
alla trincea dell'io.

Da Trincea del quotidiano:

Ogni giorno vesto l'armatura
porto anche l'arco, le frecce, lo scudo,
indosso il casco come l'elmo di Scipio,
e qualunque copricapo, variabile come il tempo,
a proteggere la testa, così instabile

riecheggia e suona ogni dì una musica nuova
scompigliata e dilatata melodia d'accadimenti,
ordinata cabaletta di ricordi, stanzetta di memoria,
sempre a passo lieve e piè veloce in un dove presente
ma lontano, umido e vischioso, dove perdo
ad ogni semaforo dell'armatura un tratto

e mi chiedo dove sto andando, dove vanno
tutti gli elementi, tutte le particelle della vestitura,
granelli che frantumano sotto i ponti lungo fiume
o fondigli a disciogliersi in mare,
a sfaldarsi in una risacca solo mia,

ma è di tutti la stessa domanda

se qualcosa di noi si salva dalla dimenticanza,
se in quel dopo a disperdersi a terra
c'è pace.

Da Trincea della parola:

Cicala d'ottobre

Non dovresti essere qui,
cicala che parli alla sera d'ottobre,
ma quale il tuo Tempo?
che ne è stato
del soggiorno d'estate che perdura?
il tuo canto stordisce
come demenza innaturale
quale balbettio,
quale nulla da compiere.

Il tuo suono è recondito,
non ha riposo, non si estingue
il tuo ritmo e insiste muto.

Forse tu sola sai la lingua nuova
dell'inverno. Quando giungerà,
barbara e mistilingue,
irriderai ai primitivi gesti,
alle bocche di stupore,
alla pallida neve della pagina.

Da Trincea dei poeti:

Poeti russi

Chi più di Voi la trincea
del giorno
e la sua inconsistenza,

il buio, il demone
che non cede
al sorriso dell'Angelo.

Voi e la terra
che non torna
dall'imperscrutabile mare.

Voi
saliva e parola come stalattiti.

Chi più di Voi la neve.

Vorrei che queste episodiche letture suscitassero una sana, interessata curiosità a sapere di più dell’opera e dell’autrice. Marzia Spinelli è nata e vive a Roma, ove lavora presso un Ente pubblico. Collabora e scrive su riviste importanti di letteratura ed arte.
Io non la conosco personalmente, ma dai suoi versi mi piace immaginarla come creatura semplice e sincera, schiva, come tutte le persone di grande spessore e profondità umana, prima che culturale. Una persona che sa vivere perché in lei cuore e mente, faticosamente imbrigliate attraverso le trincee dell’esistenza, hanno trovato equilibrio.
                                                                                                                      Marvi del Pozzo







mercoledì 20 settembre 2017

"Nelle tue stanze " di Marzia Spinelli nella lettura di Monica Martinelli

Il rapporto tra poesia e dolore è intessuto a doppio filo, come quello tra la poesia e la perdita, a cui consegue necessariamente dolore. Se poi la perdita è quella della propria madre - che rappresenta la Perdita, il distacco da quel cordone ombelicale che ci ha donato la vita - il dolore è ancora più grande, ed è un dolore unico, particolare, che ci accomuna tutti:
“A dimenticare la voce/ci vogliono anni, mi dicono./ Parlano come sapessero/ tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,/ straniera approdata./ Stesso dolore, stesso cuore pesto..”
“Nelle tue stanze”, seconda opera di Marzia Spinelli dopo la silloge poetica “Fare e disfare” edita da Lietocolle nel 2009, è un libro dedicato alla madre a seguito della sua scomparsa pubblicato dall’editore romano Progetto Cultura nella collana di poesie “Le Gemme” curata da Cinzia Marulli, con una preziosa introduzione di Alberto Toni. In questi versi è possibile specchiarsi e riconoscersi per riflettere non solo sul senso della morte, delle emozioni generate e sull'elaborazione del lutto, ma anche sul concetto dell'inesorabilità del tempo che la poesia riesce a fermare e a rendere perennemente presente e vivido proprio attraverso la memoria: “L’amo della memoria/è una corda pendula, il gancio/su un’attesa da riempire..”.  Il gancio dei ricordi appeso all’anima.
Ecco altri versi ricchi di metafore sulla vita e sull’oltre, sulla frantumazione del tempo e dei ricordi che, come le foglie, si insinuano quasi a non volerci lasciare mentre altri, ancora troppo freschi, troppo leggeri, si alzano in volo e ci abbandonano senza traccia: “Le foglie rosse nella tua stanza,/inutile raccolta, insostenibile il vuoto/affacciato su questo nulla…le più frantumate s’insinuano negli angoli/del parquet divelto,/non avvertono, non lasciano traccia/le più leggere che volano via.”
La sensitività, che è al tempo stesso sensibilità, emotiva dell’autrice è un asse portante nella sua poetica. L’empatia percorre il libro, e se da un lato la scrittura diventa un’operazione catartica per l’autrice, una modalità per lenire la sofferenza e magari anche il senso di colpa che una figlia fragile può provare dopo la scomparsa di un genitore pensando di aver “mancato” in affetto, in premure o comunque in qualcosa, dall’altro rappresenta un soccorso alla vita di chi resta, di chi legge e di chi prova lo “stesso dolore”, un com-patire insieme, generando un mosaico di altre possibili o reali madri e figlie che si sovrappongono all’immagine di sé e di sua madre, come nella poesia ‘Negozio di pietre’: “Tace il pianto/sigillato tra le pietre/dove la figlia padrona fuma e vende quarzi,/dice buongiorno come te/la madre quando arriva”.  Effetti della nostalgia…

Illustri e noti poeti hanno dedicato poesie alla propria madre, tra cui Pasolini nella “Supplica alla madre” (citata in esergo), Alberto Bevilacqua in “Poesie alla madre”, ma quella che più mi sovviene leggendo i testi del libro di Marzia è la “Lettera alla madre” di Quasimodo: “Ah, gentile morte,/non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro/tutta la mia infanzia è passata sullo smalto/del suo quadrante, su quei fiori dipinti:/non toccare le mani, il cuore dei vecchi.”
Così anche la nostra poetessa parla di un orologio: “Se è il giorno o la notte fa lo stesso,/ l’autunno di adesso m’ha fermata/alla tua ultima estate/fisso a quel nulla il tuo orologio/continua a chiedermi che ora è”, e quell’orologio non è solo una misura del tempo e dell’affetto filiale, ma di tutte le cose.
Questo libro non è un diario autobiografico e lamentevole, ma la descrizione della verità della realtà e del dolore. Lo stile è chiaro, pacato ma evocativo, mai eccessivo o forzato, non ci sono sbavature, ogni verso è al giusto posto. Una struttura liricamente ritmica e solida, versi asciutti, limpidi e densi: “Chiuse come urna nella tua stanza/le nostre verità, coltivavano tutte/spighe di grano, ciliegie che divoravi,/tra rami secchi d’ulivo benedetto,/e fiori,/di quelli almeno non ho mancato.”
E un congedo dolcissimo e struggente lascia l’amarezza del ricordo, l’ultimo: “L’ultima stanza é l’ultimo giorno,/il più lungo, poi ti portano via”.

                                                            Monica Martinelli


lunedì 4 settembre 2017

La memoria e il tempo nella poesia di Marzia Spinelli

Come curatrice della collana nella quale Marzia Spinelli ha pubblicato la sua ultima raccolta poetica Nelle tue stanze, mi sono detta che probabilmente non sarebbe stato deontologico scrivere e divulgare una nota di lettura della sua raccolta; ma in me non c’è nessun doppio fine, nessun scopo pubblicitario se non l’esigenza vera di esprimere attraverso questo scritto il mio grande apprezzamento per la sua opera.
Considerato che la poesia non è mai del poeta che la scrive, ma diviene un dono all'umanità, la mia è una  gratitudine sincera che nasce dall'anima – come, del resto,  è necessario che nasca la gratitudine - nei confronti di questa poetessa così minimale e riservata eppure così grande nella sua poesia.
                                                                                                                                                                                                     
Nelle tue stanze di Marzia Spinelli edito dalla casa editrice Progetto Cultura nella collezione di quaderni di poesia Le gemme - da me curata - segue di tre anni la prima raccolta poetica Fare e disfare della Spinelli; si distingue da quest’ultima per la tematica  mentre se ne avvicina per lo stile conciso e personalissimo dell’autrice.
E’ dunque il naturale seguito di una voce poetica che si sta sempre più inserendo come voce importante e significativa della poesia contemporanea.
Con Nelle tue stanze la Spinelli ci fa un dono particolare: una raccolta poetica tutta incentrata sulla memoria della madre. Una rarità da un punto di vista letterario considerato che il tema della madre è stato ampiamente trattato nel passato in letteratura, ma quasi esclusivamente da autori uomini con, ovviamente, la prospettiva maschile del ruolo materno; ricordiamo, solo per citare qualche autore: Umberto Saba con Preghiera alla madre, Giuseppe Ungaretti con La madre, Salvatore Quasimodo  con Lettera alla madre, Eugenio Montale con A mia madre, Giorgio Caproni con Preghiera, Pier Paolo Pasolini con la sua famosissima Supplica alla madre, da ultimissimo Elio Pecora con il suo poemetto Nel tempo della madre; in tutti questi versi la madre è sì una figura reale, concreta (a differenza di quello che invece succedeva nella classicità dove la madre era una figura esemplata su un modello universale), ma pur sempre ritenuta un essere perfetto, sublimato. Unica eccezione è Elio Pecora con il suo poemetto Nel tempo della madre, dove troviamo l’umanissima madre Elena; in campo femminile mi viene in mente la madre Isuzza della Morante, ma anche qui si tratta di un personaggio di un romanzo (La Storia) e non della madre dell’autrice.
La Spinelli invece dedica questa raccolta a Lina, la madre persa da poco tempo, ne fa una descrizione emozionale ricorrendo alla memoria.
Profondamente significativo è il titolo stesso dell’opera: la stanza come ha ben detto Sabino Caronia in una nota critica all’opera della Spinelli ci ricorda Giovanni Cristini e la sua epigrafe borgesiana messa a premessa del poemetto che s’intitola proprio La stanza: tutta la storia dell’umanità può essere scritta sulle pareti bianche di una stanza.
Quindi il titolo ci conduce attraverso un luogo del ricordo; è Marzia stessa che ci apre la porta della sua memoria per farci entrare in luoghi intrisi di storia; ma qui non troviamo solo la madre Lina, c’è anche quello che Lina ha lasciato, c’è sua figlia, le sue nipoti.
La storia di una famiglia diviene la storia di tutte le famiglie perché non ci sono archetipi, figure ideali o idealizzate. C’è la vita, la concretezza del reale e la trasmissione del sentimento della perdita. La figura della madre vista dagli occhi della figlia, che è madre a sua volta, perde quella freddezza dello stereotipo e diviene carne, passione, amore.
La madre di “Negozio di pietre” è l’identificazione della propria madre nella figura di un’altra madre incontrata per caso: ed è una figura umanissima; basti leggere i versi ha capelli come i tuoi questa invisibile piccola statua.

Ma in questa poesia si ravvisa anche una sorta di finalità dell’autrice, un messaggio che invia a tutti coloro che hanno ancora a che fare con i propri genitori, vecchi malati, a volte difficilmente trattabili nella quotidianità della vita. Ci lancia questo messaggio proprio mettendo in evidenza l’indifferenza della figlia nei confronti della madre e dicendo: alla figlia padrona che annuncia i saldi/volevo dare un segnale,/ma solo per me la coincidenza, la pena, le pietre da sgranare/.
Si può dire che in questo libro il protagonista, o meglio i protagonisti sono le sensazioni, le emozioni lasciate dalla memoria; esso sembra nascere da un’urgenza dell’anima, come risposta al vuoto della perdita, ma anche come desiderio di dire ancora alla propria madre tutte quelle cose che non si è fatto in tempo a dire. E proprio il Tempo con la T maiuscola ricorre quasi in modo ossessivo nei versi della poetessa: già nella prima poesia troviamo ... mi nascondo al Tempo/, nella quarta c’è ... e decifrare insieme il battito del Tempo, nella quattordicesima ...Ora so che è semina il Tempo, nella quindicesima ... come non ci fosse stato avviso/e mai in bilico il Tempo, nell’ultima appare addirittura due volte ... nel gelo del Tempo e Il Tempo di passa sopra.
Il Tempo dunque come persona-personaggio che trascina con sé la vita, la memoria, le opportunità. La dimensione spazio-temporale dei versi dell’undicesima: l’ultima stanza è l’ultimo giorno,/ il più lungo poi ti portano via.
E’, questo libro della Spinelli, una vera gemma, un dono dell’autrice che arricchisce la poesia contemporanea, una voce necessaria. I posteri, ne sono certa, me ne daranno conferma. 
                                                                                                                                           Cinzia Marulli
                                                                                                                                                      

                                                                               
Alcune poesie tratte da Nelle tue stanze


VIII
a dimenticare la voce
ci vogliono anni, mi dicono.
Parlano come sapessero
tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,
straniera approdata.
Stesso dolore, stesso cuore pesto,
abisso che si tace, se ne parla da soli
come colloquiano i matti.

 X
le foglie rosse nella tua stanza,
inutile raccolta, insostenibile il vuoto
affacciato su questo nulla,
peggiora di giorno in giorno,
inutile l’acqua e l’aria,
le più frantumate s’insinuano agli angoli
del parquet divelto,
non avvertono, non lasciano traccia
le più leggere che volano via.

XIV
l’amo della memoria
è una corda pendula, il gancio
su un’attesa da riempire,
pestando a terra come fosse uva.

se agronomi della vita o geometri dell’aria
lo sapremo alla fine. Ora so che è semina il Tempo,
porta tutto a vendemmia, anche le stelle.

XVII
In sogno scopro felice che sei viva,
ma l’abbraccio non ha presa,
infilo gesti in un’ assenza
di attrazione,
dura finché chiedo se sono
alla vista, al tatto, di qualcosa.
Dovrei essere anche senza di te,
risponde il corpo che formicola.

XIX
solo i poeti sanno la nascita
segnata dalle stelle, la veglia di luce
su le colpe che diventano preghiere,
su quali chiodi fissi vigila
il pieno e il nuovo della luna.
Nel tempo che dormiamo c’è un arresto
o un ignoto accelerato
dalla staffetta dimenticata della morte.
XX
Siede il Novecento
su la tua schiena curva
di superstite
air bag di bombe e di rese

era cibo la Storia nel guscio
chiaro dei più limpidi ricordi
la guerra, il matrimonio, la mia nascita
il diario comune di ragazza

nell'infinito sbando dei venti
e le tempeste
l’arco minuscolo, la parabola,
il perimetro del mio secolo.

Marzia Spinelli
da Nelle tue stanze, Ed. Progetto Cultura 2003, Collana Le Gemme, 2012





Marzia Spinelli, romana, è stata tra i fondatori e nella redazione della rivista Línfera. Attualmente nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato con articoli e testi in prosa a La bottega del restauro, Frontiera, Omero, Polimnia. Suoi testi poetici sono presenti in varie antologie edite da Bagatto, Notegen, Aletti, Artescrittura, LietoColle, Lepisma. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Fare e disfare (LietoColle,2009)e Nelle tue stanze (Progetto Cultura, Collezione quaderni di poesia Le Gemme, 2012).