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martedì 21 aprile 2020

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "L'abitudine degli occhi" di Monica Martinelli (Passigli 2015)


C'è dato un tempo
per ogni tempo.
C'è una magia in ogni cosa,
nel perdono
in un bacio che ferma l'addio
nella ragione di essere nati.

Penso non sia il cambiamento
ma l'abitudine
l’unità di misura dei viventi,
ciò che ci rassicura e ci consola
ciò che ci viene naturale fare.

E poi gli occhi,
con cui misuriamo la realtà
che sia di fiato e di sabbia,
che ci prepari alla nostalgia
o all'abbandono.

È come seguire la danza
di una foglia nel vento
e indovinare da quale parte cadrà.

*

Respiri emanano calore
sopra l'abitudine dei sensi.
Sapere se la terra ha corpo e mani
e il cielo occhi
per vedere quanto colore
c'è in un sorriso,
o in quel sasso che riflette luce
e si chiede qual è il suo posto
come io qui.

*

Tra cera colata
e odore di incensi e memorie
si consuma la vita su mosaici
scoloriti da occhi e tempo.

Visi e teschi si fanno compagnia
in un avello senza tormento.
Il sacrificio del corpo e del sangue
si riduce a un fermo immagine
nel mestiere moderno di fare copia
e calco di ogni cosa sia stata nella storia.

Ma anche riprodurre è un'illusione
se il tempo non si ferma, non rimane.
Ecco perché qualunque senso è poco
di fronte a ciò che ci fa più grandi.

Firenze, Chiesa di San Miniato

*
Vorrei avere lo scatto di un geco
che guizza per fuggire,
la sintesi nei suoi movimenti
l'agilità di saltare i sentimenti difficili
essere minuscola e nascondermi
o confondermi con ciò che mi circonda,

scegliere sentieri facili da percorrere
nessuna asperità sul terreno
solo foglie rosse e dorate
e un tappeto di sogni
dove sdraiarmi a pensare che sei vita
sei spinta alla vita
e io sono corsa incessante per raggiungerti
nell'umano mistero della felicità.

Ho avuto in dono da Monica Martinelli, l’autrice, creatura gentile ed aggraziata come una figura botticelliana, il suo libro qualche anno fa: mi pare di ricordare poco dopo la pubblicazione e l’ho molto apprezzato.
Perché non ne ho parlato prima? Perché l’ho lasciato decantare per quasi un lustro?
La risposta ha richiesto molto tempo ed una indagine su me stessa quasi psicanalitica, che è stata faticosa e da cui rifuggivo con mille scuse: alibi per non volere far chiarezza su certi aspetti di me, contraddittori o aggrovigliati che mi squinternavano, o comunque non rientravano a formare quell’equilibrio globale di persona cui tendo da sempre. Con scarso successo evidentemente, da quanto dico.

Monica Martinelli, nell’assoluta diversità con la mia persona - nell’anagrafe (lei è giovane), nella formazione tecnica, economica, finanziaria, nell’attenzione al mondo delle scienze (fisica, chimica, geologia, come emerge anche nelle sezioni del suo libro), tutti aspetti totalmente divergenti dalla mia forma mentis - aveva trovato la chiave per entrarmi dentro. La sua poesia mi faceva da specchio in quello “sconforto di essere creature” che stimola alla vita, ma estenua, nel desiderio di slanci, di voglia di fare, di lasciare tracce chiare del nostro passaggio, ma che sfuma in troppi momenti di inadeguatezza che lasciano inappagati, dolenti fino allo stremo delle forze mentali. Monica era troppo per me, per questo le sfuggivo: per mia vigliaccheria. Finché ho potuto. Per quasi cinque anni. Ma, come dice giustamente lei nella bellissima poesia di esordio del libro - la prima che vi ho proposto - riecheggiando il testo del Qoelet (Ecclesiaste), arriva un momento per ogni cosa.

Penso adesso alla verità della seconda strofa della poesia di Monica: non il cambiamento (raro momento di esaltazione), ma è
… l'abitudine
l’unità di misura dei viventi,
ciò che ci rassicura e ci consola
ciò che ci viene naturale fare.

Penso, in questi tempi di coronavirus, a quanta gioia nel mio stare con la persona amata asserragliata a casa, a meditare su me stessa e sull’abitudine degli occhi, a cercare di capire meglio che cosa voglio ancora fare nella vita e cosa, realisticamente parlando, sono in grado di fare. E poi lavorare ai miei studi con testa, con cuore, con volontà, con amore. Nell’abitudine la creatività: tra quattro mura tutta la gamma dei contrastanti sentimenti dell’uomo. La speranza con la disperazione, la nostalgia  insieme alle progettazioni, l’utopia con la rassegnazione. Noi siamo tutto e il contrario di tutto. Da qui la ribellione, la rabbia, contro la nostra magmatica mente, contro lo squilibrio, nel tentativo forse vano di riuscire a trovare un approdo.
In una sua poesia Monica dice:

ogni cosa cerca spazio
per trovare ormeggio
nel corpo in cui dimora.
E poi ci si affeziona anche al dolore
all’ospite sgradito
ignaro di solitudine.

Ribadisco che comunque Monica è troppo sfaccettata per me. Valgono, in relazione a lei, le parole che Juan Gris scrisse al grande poeta Vicente Huidobro, che gli aveva dedicato il volume Poesie artiche: “ E’ troppo bello per me, non riesco a penetrarlo”. Parole semplici ma essenziali nella loro verità.
Ne parlai un giorno con la mia amica Cinzia, poeta e cultrice di poesia sudamericana. Mi capita, di fronte a testi poetici magari singoli, meno spesso rispetto ad autori in generale, di sentirmi invasa come da un’ondata sentimentale che prende totalmente per profondità e bellezza, ma lascia inermi, senza parole, anche perché ogni parola diventa inadeguata a definire ciò che si sente. Può essere la possessione da parte delle Muse di cui parla nel Fedro Platone? O quella che ha provato un paio di volte Orazio, poeta apollineo, di fronte alla dirompenza dionisiaca della poesia di Libero - Bacco?
Non lo so. Posso dire che la poesia di Monica mi ha creato problemi per “eccesso”. Per questo motivo non tento neppure di avvicinarmi a questo libro prezioso in maniera sistematica. Vi ho offerto pochi spunti con i quattro testi riportati più sopra, di diversa connotazione. Io li amo tutti: desidererei che fossero letti più di una volta e uno per volta; vorrei che il lettore si lasciasse penetrare, avvolgere, non solo dalle parole ma dallo spirito che dai versi si espande, occupa spazio, esterno ed interiore, fino forse a cambiare negli altri le abitudini degli occhi e, ancor più, dell’anima. Solo dopo il lettore può riflettere. E’ questione di un momento fulminante o di cinque anni. Dipende dalle persone.

Mi piacerebbe segnalarvi, come conclusione, questa poesia scritta al mare di Sperlonga al tramonto. Io la trovo perfetta: il contatto con la natura, simbiotico, porta all’introspezione non solo del sé, ma dell’epopea di ogni uomo alla ricerca di una pacificazione finale, ove ogni dolore spezzato su scogli rassegnati si plachi in grande malinconia, senza confini nel mare e nella sera.

Mi smarrisco nel rumore del vento
e nel continuo accadere
di onde pazienti
che nel fragore si danno voce.
                                   
Il pensiero si stordisce nel ricordo
e si ferma a cercare ristoro
da un dolore ininterrotto
che si spezza su scogli rassegnati.

Ma quando il sole spegne la sua luce
e le onde si muovono nel modo giusto
lì si accende la grande malinconia
che solo il mare può vedere.

Sperlonga, al tramonto






domenica 1 marzo 2020

Consigli di lettura a cura di Rita Pacilio: febbraio 2020


La terra originale di Eleonora Rimolo – Collana Gialla Lietocolle, 2018
L’abitudine degli occhi di Monica Martinelli – Passigli, 2015
Tutt’altro, dialogando con C.S. di Lina Salvi – Edizioni della Meridiana, 2011
Tra lampi e corti di Adam Vaccaro – Marco Saya Edizioni, 2019
Limite del vero di François Nédel Atèrre – La Vita Felice, 2019
Nella carne e nel sangue rugge una madre di Rossana Oriele Bacchella – La Vita Felice, 2019

Le poesie sono sempre una commistione di luoghi, oggetti, avventure, volti che ci corteggiano, tra passato e presente, sfociando in riferimenti e sensazioni inequivocabili. Con un libro di poesie tra le mani possiamo ri-scrivere sceneggiature complesse in cui umano, visione, realtà e vissuto coincidono perfettamente. Nell’ultimo anno ho fatto fatica a parlare di tutti i libri letti e mi scuso sin da ora per le omissioni, sicuramente non volute. Infatti, non dovrebbe essere messo da parte nessun libro di poesia, soprattutto perché la parola poetica resta l’unico modo e mezzo per avvicinarsi, in maniera autentica, all’emblema del patire dell’uomo. Nella recitazione dei versi che di seguito riporterò, tratti dai libri sopracitati, aleggia la volontà e la necessità di denunciare e/o esaltare, con stupore e ricerca stilistica, la tormentosa incertezza del nostro tempo. Un dramma, una ferita universale che parte dal bisogno di cercare e trovare speranza, refrigerio plausibile di fronte al buio vulnerabile del misero compiacimento o delle tensioni metafisiche. Balenano emblematici significati, germogliano consolazioni e miracoli semantici che strutturano antichi moti dell’anima e identità convulse che sprigionano carica edenica. La poesia appare, dunque, una difesa pensante contro l’ingiusto e l’illusorio urlando e richiamando le coscienze, a volte con prepotenza fervida, a volte con delicatezza dicotomica, alla forza della bellezza pura e nascente, comunque e in ogni dove.
                                                                                                                      Rita Pacilio


Da “La terra originale” di Eleonora Rimolo – Collana Gialla Lietocolle, 2018

Getta le carte vecchie, i vestiti:
nella casa serve più luce, più aria
entrerà dalle fessure attraverso
le tende bianche, quella calda
che asciuga lacrime, vernici.
Serve qualcosa per saldare il vuoto,
una libreria più larga, un complice
che metta in tavola il pane, un figlio
che con tenerezza ti versi l’acqua
lasciando seccare il bucato
sotto la canicola che ci brucia la faccia,
che ci scalda nella bocca la cenere,
briciole amare, ustione di voci.



Da “L’abitudine degli occhi” di Monica Martinelli – Passigli, 2015

Maestranze

Siamo muri surriscaldati
pareti confinanti
separate da spazi siderali.
Ci sfioriamo
a simulare una pena di turno
che ci trattiene in sorvoli d’ansia.
Io ospite sgradita,
paziente come un condannato
ostaggio di vane trattative.
Mucchietto d’ossa rinsecchite
a sbattermi in un coraggio sconosciuto
immerso in calcare di sconfitte.
M’improvviso saltimbanco
tra sobbalzi e respinte.
È un soprassello vertebrale
intriso di commozione.
E le mie vertebre hanno il tuo nome.


Da “Tutt’altro, dialogando con C.S.” di Lina Salvi – Edizioni della Meridiana, 2011

Certe notti le trascorro insonne
visitatori circondano tavoli rotondi,
giunti dal tetro dei portoni
sulla soglia da una luce.

Tempi duri per chi lavora
buttati in uffici sporchi, desolati
torri di carte ci vengono incontro,
personali effetti rinchiusi
in armadi metallici.

Insensata la quantità di parole
che mettono in un progetto.
Ad hoc. To be. In abiti
scuri, da pinguini.

Da “Tra lampi e corti” di Adam Vaccaro – Marco Saya Edizioni, 2019

Tu fiore d’autunno (A Chris)

che non smette di parlare
della primavera, lo sai
che sei un fiore d’autunno
che non smette non smette
di parlare della primavera?
Facendo girare scaldare
il sangue che dal cuore
scioglie la parete di ghiaccio
che veste le vene dell’autunno


Da “Limite del vero” di François Nédel Atèrre – La Vita Felice, 2019

Cortili è la parola, e tu sai dirla,
che rende il luogo com’era, com’è.
Manca, ma è irrilevante, una conferma.
Il marmo che non si può riparare
cede, mi appoggio ai muri con la mano.
Restare qui è fidarsi delle dita.
Porte serrate, quelle che sapevo
sopra le scale, e l’ombra ti allontana.
Grani dall’alto, è la pioggia che arriva
o è solo l’acqua caduta alle piante.
Mi accorgo, intanto, che guardare a lungo
è garantire l’esistenza in vita.


Da “Nella carne e nel sangue rugge una madre” di Rossana Oriele Bacchella – La Vita Felice, 2019

Matrioska

Se pulita ascoltassi
attraverso le pareti del tempo
le voci che sono stata
le radici pescherebbero
dalla terra comune
la linfa per nuove foglie
di stessa fattura
ma più ampia visione.

Si dischiuderebbero
una a una le matrone
simulacro di seme e madre
canestro intrecciato
con giunchi di diverso sapere
legato di futuro.

***

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi) e Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio Ossi di seppia (Taggia, 2017). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.

Monica Martinelli è nata a Roma e lavora nella Pubblica Amministrazione in un settore economico-finanziario.  Dopo la laurea in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma e un dottorato sui rapporti tra Cina e Unione Europea, ha scritto articoli e recensioni sulla rivista letteraria “Rassegna di letteratura Italiana”.
Nel 2009 ha pubblicato il libro di poesie con prefazione di Walter Mauro dal titolo Poesie ed ombre, Tracce editore. Nel 2011 ha pubblicato Alterni Presagi, Altrimedia editore.  Nel 2015 ha pubblicato L’abitudine degli occhi, Passigli editore. Ha pubblicato poesie sulle riviste “Poeti e Poesia”, “Poesia”, “Orizzonti” e racconti e poesie su varie antologie e blog letterari: ViaDelleBelleDonne, Neobar, La presenza di Erato, L’ombra delle parole, Poetarum Silva. È redattrice della rivista si cultura e letteratura “I Fiori del male”.

Lina Salvi nasce a Torre Annunziata nel 1960 e vive in provincia di Lecco. In poesia ha pubblicato le raccolte Negarsi ad una stella (Olgiate Comasco, 2 Dialogolibri , 2003; con prefazione di Giampiero Neri), Abitare l'imperfetto (Milano, La Vita Felice, 2007); Socialità (Napoli, Edizioni d’if, 2007). Nel 2010, con la raccolta Dialogando con C.S. ha vinto il Premio Sandro Penna per inediti, pubblicata a cura del premio nel 2011 dalle Edizioni della Meridiana di Firenze, con prefazione di Elio Pecora; Lettere dal deserto, con un’incisione di F. Giudici (collana Fiori di Torchio, curata dal Circolo Seregn De la Memoria,  Seregno 2014). E’ presente in diverse rassegne antologiche. Sue poesie sono state tradotte in lingua rumena e pubblicate sulla Rivista Poezia di Bucarest.

Adam Vaccaro, poeta e critico nato in Molise nel 1940, vive da più di 50 anni a Milano. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: La vita nonostante, Studio d’Autore, Milano 1978; Strappi e frazioni, Libroitaliano, Ragusa 1997, con prefazione di Giancarlo Majorino; La casa sospesa, Joker, Novi Ligure 2003, con postfazione di Gio Ferri; e la raccolta antologica La piuma e l’artiglio, Editoria& Spettacolo, Roma 2006, con prefazione di Dante Maffia. Infine, Seeds, New York 2014, è la raccolta scelta da Alfredo De Palchi per Chelsea Editions, con traduzione e introduzione di Sean Mark. Ha realizzato inoltre varie pubblicazioni d’arte:, Spazi e tempi del fare, con acrilici di Romolo Calciati e prefazioni di Eleonora Fiorani e Gio Ferri, Studio Karon, Novara 2002; Sontuosi accessi – superbo sole, con disegni di Ibrahim Kodra, Signum edizioni d’arte, Milano 2003; Labirinti e capricci della passione, con acrilici e tecniche miste di Romolo Calciati e prefazione di Mario Lunetta, Milanocosa, Milano 2005; I tempi dell’orsa (2000) e Questo vento (2009) con opere di Salvatore Carbone, Edizioni Foto: Nicola Picchione – Firenze PulcinoElefante. È stato tradotto in spagnolo e in inglese.
Con Giuliano Zosi e altri musicisti, che hanno scritto brani ispirati da sue poesie, ha realizzato concerti di musica e poesia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti (tra questi Premio Speciale Astrolabio, Pisa 2007, a La piuma e l’artiglio) ed è presente in molti Siti, blog e raccolte antologiche. Collabora a riviste e giornali con testi poetici e saggi critici. Per quest’ultimo versante, ha pubblicato Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi Terziaria, Milano 2001, Premio nel 2001 del Laboratorio delle Arti di Milano, sez. saggistica. È tra i saggisti del Gruppo redazionale che ha curato Sotto la superficie – quaderno di approfondimento sulla poesia contemporanea de “La Mosca di Milano”, Bocca Editori, Milano 2004; e tra gli autori de La poesia e la carne, Edizioni La Vita Felice, Milano 2009.
Ha fondato e presiede Milanocosa (www.milanocosa.it,), Associazione Culturale con cui ha realizzato numerose iniziative. Tra queste: “Scritture/Realtà – Linguaggi e discipline a confronto”, di cui ha curato con Rosemary L. Porta gli Atti, Milanocosa 2003; “Bunker Poetico” in collaborazione con M. N. Rotelli alla 49a Biennale d’Arte di Venezia, giugno 2001, di cui ha curato con G. Guidetti la raccolta Poesia in azione, Milanocosa, Milano 2002; la 1^ Carovana Nazionale di Poesia e Musica (21-31 marzo 2003), promossa e coordinata con Anna Santoro e Maria Jatosti; evento col patrocinio del presidente della Repubblica e dell’UNESCO in corrispondenza della Giornata Mondiale della Poesia del 2003. Ha curato con F. Squatriti 7 parole del mondo contemporaneo, libro di Poesia, Arti visive, Musica e altre discipline, Milanocosa ed ExCogita, Milano 2005; Milano: Storia e Immaginazione, Milanocosa, Milano 2011; Il giardiniere contro il becchino, Atti del convegno 2009 su Antonio Porta, Milanocosa, 2012. Cura la Rivista telematica Adiacenze, materiali di ricerca e informazione culturale del Sito di Milanocosa.

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terracciano) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. È laureato in Economia e Commercio. La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione.
Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti. Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.
Del 2018 è la raccolta poetica Mistica del quotidiano, Terra d’Ulivi edizioni.
Nel 2018 una sua poesia è risultata vincitrice al Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia XVI Edizione”.

Rossana Oriele Bacchella nasce a Milano dove tutt’ora vive. È vincitrice di alcuni premi di poesia e presente sulla scena letteraria con vari interventi e letture poetiche. Ha pubblicato la silloge Indizi dalle periferie (Kanga, 2019) e i suoi testi sono presenti in antologie poetiche tra cui: Corpo&Anima (ARPAnet, 2012), Terza e quarta Raccolta Pubblica di Poesia (Tempo diVersi, 2015 e 2016), Veglia 24 agosto 2016 (2016, Antologia Autori per l’Italia a sostegno dei terremotati), Poesia (urgente) per Giulio Regeni (Rayuela, 2018). È tra le ideatrici di “NavigliInVersi”, un collettivo poetico che periodicamente promuove l’omonimo evento.

mercoledì 20 settembre 2017

"Nelle tue stanze " di Marzia Spinelli nella lettura di Monica Martinelli

Il rapporto tra poesia e dolore è intessuto a doppio filo, come quello tra la poesia e la perdita, a cui consegue necessariamente dolore. Se poi la perdita è quella della propria madre - che rappresenta la Perdita, il distacco da quel cordone ombelicale che ci ha donato la vita - il dolore è ancora più grande, ed è un dolore unico, particolare, che ci accomuna tutti:
“A dimenticare la voce/ci vogliono anni, mi dicono./ Parlano come sapessero/ tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,/ straniera approdata./ Stesso dolore, stesso cuore pesto..”
“Nelle tue stanze”, seconda opera di Marzia Spinelli dopo la silloge poetica “Fare e disfare” edita da Lietocolle nel 2009, è un libro dedicato alla madre a seguito della sua scomparsa pubblicato dall’editore romano Progetto Cultura nella collana di poesie “Le Gemme” curata da Cinzia Marulli, con una preziosa introduzione di Alberto Toni. In questi versi è possibile specchiarsi e riconoscersi per riflettere non solo sul senso della morte, delle emozioni generate e sull'elaborazione del lutto, ma anche sul concetto dell'inesorabilità del tempo che la poesia riesce a fermare e a rendere perennemente presente e vivido proprio attraverso la memoria: “L’amo della memoria/è una corda pendula, il gancio/su un’attesa da riempire..”.  Il gancio dei ricordi appeso all’anima.
Ecco altri versi ricchi di metafore sulla vita e sull’oltre, sulla frantumazione del tempo e dei ricordi che, come le foglie, si insinuano quasi a non volerci lasciare mentre altri, ancora troppo freschi, troppo leggeri, si alzano in volo e ci abbandonano senza traccia: “Le foglie rosse nella tua stanza,/inutile raccolta, insostenibile il vuoto/affacciato su questo nulla…le più frantumate s’insinuano negli angoli/del parquet divelto,/non avvertono, non lasciano traccia/le più leggere che volano via.”
La sensitività, che è al tempo stesso sensibilità, emotiva dell’autrice è un asse portante nella sua poetica. L’empatia percorre il libro, e se da un lato la scrittura diventa un’operazione catartica per l’autrice, una modalità per lenire la sofferenza e magari anche il senso di colpa che una figlia fragile può provare dopo la scomparsa di un genitore pensando di aver “mancato” in affetto, in premure o comunque in qualcosa, dall’altro rappresenta un soccorso alla vita di chi resta, di chi legge e di chi prova lo “stesso dolore”, un com-patire insieme, generando un mosaico di altre possibili o reali madri e figlie che si sovrappongono all’immagine di sé e di sua madre, come nella poesia ‘Negozio di pietre’: “Tace il pianto/sigillato tra le pietre/dove la figlia padrona fuma e vende quarzi,/dice buongiorno come te/la madre quando arriva”.  Effetti della nostalgia…

Illustri e noti poeti hanno dedicato poesie alla propria madre, tra cui Pasolini nella “Supplica alla madre” (citata in esergo), Alberto Bevilacqua in “Poesie alla madre”, ma quella che più mi sovviene leggendo i testi del libro di Marzia è la “Lettera alla madre” di Quasimodo: “Ah, gentile morte,/non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro/tutta la mia infanzia è passata sullo smalto/del suo quadrante, su quei fiori dipinti:/non toccare le mani, il cuore dei vecchi.”
Così anche la nostra poetessa parla di un orologio: “Se è il giorno o la notte fa lo stesso,/ l’autunno di adesso m’ha fermata/alla tua ultima estate/fisso a quel nulla il tuo orologio/continua a chiedermi che ora è”, e quell’orologio non è solo una misura del tempo e dell’affetto filiale, ma di tutte le cose.
Questo libro non è un diario autobiografico e lamentevole, ma la descrizione della verità della realtà e del dolore. Lo stile è chiaro, pacato ma evocativo, mai eccessivo o forzato, non ci sono sbavature, ogni verso è al giusto posto. Una struttura liricamente ritmica e solida, versi asciutti, limpidi e densi: “Chiuse come urna nella tua stanza/le nostre verità, coltivavano tutte/spighe di grano, ciliegie che divoravi,/tra rami secchi d’ulivo benedetto,/e fiori,/di quelli almeno non ho mancato.”
E un congedo dolcissimo e struggente lascia l’amarezza del ricordo, l’ultimo: “L’ultima stanza é l’ultimo giorno,/il più lungo, poi ti portano via”.

                                                            Monica Martinelli