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venerdì 27 marzo 2020

Tre inediti di Stefania Di Lino


aveva candore sparso fino alla punta dei piedi / tra la sella del naso e la fronte / a volte incontravi cavalli al galoppo / avevano lo stesso rimbombo del cuore / quando forte solleva il costato / negli occhi lo sguardo disarmato / e guizzi di pesci lucenti / nell'iride verde lago / scaglie dorate /nel carsico fiume ombroso della pupilla / nella sua vena frontale / confluivano stagioni in perenne fioritura / e allora nel suo sguardo incontravi / ciliegi mandorli e loti fiduciosi per loro natura/ che naturali si aprivano al sole / alla stagione nuova /alla nuova fioritura,
    [A Francesco, 2020]

***
¿ sai dirmi tu / mio amato anima mia / a quale efferata divinità / dedichi i tuoi versi? / con quali parole laceri l'atroce / di questo furibondo silenzio /
¿ e dimmi, a che vale ora tanta poesia ?

[poesia interrogante alla guisa di Juan Gelman]

***
lo spettro di questa città deserta le auto / carcasse vuote incastrate / abbandonate fitte ai lati delle strade / sono i fantasmi di una civiltà già estinta / in cui i bambini non correvano più / e i vecchi morivano per solitudine,
[Roma, sotto la dittatura sanitaria, ai tempi codiv -19 ]


Stefania Di Lino
Festival Mondiale di Poesia di Caracas e al Forum degli Stati Generali per Cooperazione Internazionale per l’Università Roma Tre.  Alcune sue poesie vengono selezionate e pubblicate in un concorso indetto dall’Unesco
Allieva dello scultore Pericle Fazzini, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza in Tecniche Incisorie alla Calcografia Nazionale del Ministero dei Beni Culturali e si abilita all’insegnamento per gli Istituti superiori.
Docente abilitata per gli Istituti Superiori, è membro di giuria in diversi concorsi poetici. Da molti anni partecipa e organizza eventi artistici con letture pubbliche. Curatrice di eventi, espone le sue opere in gallerie private, studi d’arte e luoghi istituzionali, accompagnando spesso l’opera visiva con quella poetica. Aderisce al World Poetry Movement con la Palabra en el Mundo, in diverse edizioni. Pubblica due libri di poesie: Percorsi di vetro, nel 2012, ed. DeComporre , Gaeta, e La parola detta, ed. La Vita Felice, Milano, nel 2017. I suoi testi si trovano in diverse antologie e riviste specializzate tra cui quelle curate da La Recherche, Bertoni Editore, con la curatela di Francesca Farina, per la Pellicano Ed. con Beppe Costa, I Fiori del male, Imperfetta Ellisse, Blanc de ta nuque, Bibbia d’Asfalto. Con un testo critico partecipa al X di Torino, per la Giornata Mondiale della Donna nel Mediterraneo (2014) È redattrice presso il Blog e rivista cartacea, Bibbia d’Asfalto, e presso il blog ParolaPoesia.  È  Ambassador per la Poetry Sound Library, (Londra, 2019) progetto e opere di Giovanna Iorio.
Tra i riconoscimenti ottenuti: Premio Terra di Virgilio, nel 2017, con Menzione speciale della Giuria; S. Anastasia, (Na) Concorso Nazionale di Poesia XV ed. in cui si aggiudica il secondo posto per la poesia singola; finalista con La parola detta al Premio Gianmario Lucini 2019, per l’edito, e con Il corpo del padre, sezione inedito; finalista al Concorso Bologna in Lettere 2020 nella sezione edito con La parola detta.





sabato 9 marzo 2019

Nota critica di Stefania di Lino su "Il lato basso del quadrato" (Ed. La Vita Felice 2017) di Giuseppe Vetromile

‘Mai finiremo l’esplorazione/ e la fine del nostro esplorare / Sarà giungere dove iniziammo/ E sapere per la prima volta il luogo.’
(T.S. Eliot, parte finale di Little Gidding)



‘: si va per tentativi aritmetici

soppesati la sera

prima di addormentarsi’

(G. Vetromile, Il lato basso del quadrato, pag.79)



Nella narrazione psicoanalitica, si dice che l’oggetto da perseguire non sia tanto quello che rientra nel linguaggio, quanto ciò che da questo ne rimane escluso.

Trovo tale definizione adattabile anche al linguaggio poetico che, perseguendo l’innominabile, si inerpica lungo i condotti ventrali di una lingua imperfetta, quindi mai esaustiva nell’esprimere il ‘tutto’, almeno nella direzione che il poeta ricerca.

Percorrendo questi sentieri, infatti, ci si imbatte in continue fratture, in vicoli ciechi;  cesure tra il significato e il significante che il filosofo Giorgio Agàmben definisce ‘snodi’ che conducono da una lingua a un’altra. Tanto è vero che si diventa poeti per dire quello che in altro modo sarebbe difficile esprimere - forse impossibile - grazie anche alla traduzione-trasposizione – poesia è comunque traduzione – e alla possibilità di ribaltamento di registro e di piani di significazione; grazie e in virtù di uno slittamento di livello - dovuti anche all’uso di figure retoriche- che solo l’arte e la poesia, per ambizione libertaria e per un mandato preciso di svincolamento dall’ordinario, possono concedere.

Ma tale libertà espressiva, per quanto pirotecnica e immaginifica, nella traduzione del suo compiersi, - nel suo farsi ‘carne e sangue’, come dice il Vasari a proposito della pittura eretica di Piero della Francesca – tale libertà espressiva, dicevo,  nel poeta non potrà mai sottrarsi alla finitezza della materia e all’imperfezione della parola: limiti dettati da un imprescindibile principio di realtà con cui l’artista deve necessariamente misurarsi per poter realizzare la sua opera. Si cede quindi qualcosa del progetto originario (o del sogno), e si acquista qualche altra in termini di creazione sul piano della realtà. E’ esattamente da questo momento che l’opera diventa autonoma per acquisire un’identità tutta sua, a volte sorprendente persino per lo stesso autore.

E Giuseppe Vetromile, poeta, si colloca in una posizione di un realismo raro e disarmante, aderente alla terra, avendo ben presente che tali limiti appartengono esattamente a tutti gli esseri viventi, situando in tal modo l’elemento umano non in posizione egemonica o antropocentrica - molto lontana, anzi antitetica  è infatti l’idea di dominio su chicchessia-  ma pari a un filo d’erba o a un coleottero, se non altro per destino, ma forse anche per scelta, situandosi nella parte bassa (forse la più viscerale?)  di un’ipotetica finestra (quadrata).  In ogni caso parallelo alla terra.

E tali limiti Giuseppe li dichiara con umiltà quasi mistica, direi francescana, con quella sobrietà e quel certo distacco che il caso, nella sua posizione geografica (già il Sud! ma a Sud di cosa?) gli conferisce.

Lo fa chiaramente, onestamente, senza infingimenti esornativi,  già nel titolo e nell’ introduzione che lui scrive per il suo libro – [...] Partire da costituenti minimi, da geometrie di base, da sottili lati fortemente aderenti alla terra [...] - ,  ma anche in alcuni versi, in cui viene citata la concretezza della materia:

[...]

Perduti noi siamo    mia cara

nelle viscere della materia

 
Cantare al cielo non serve

non serve il nostro sbattere d’elitre fasulle

[...]



La geometria piana dunque, e più genericamente intesa, una visione scientifica della materia che ci rende corpi proiettati nello spazio, (forse ologrammi mescolati alla ‘stessa sostanza dei sogni’), sono il leit motiv, il filo rosso che ci guida tra i versi, ed è ciò che intride e pervade il discorso lirico di Giuseppe Vetromile nel suo poema, alto per forma e per intenti, ma che non rifugge da una certa sfumatura intimista – commoventi i testi dedicati alla madre e al padre - , e un certo tono colloquiale, dovuto all’intercalare ricorrente con cui si rivolge a una ascoltatrice ideale, appellandola affettuosamente con ‘mia cara’; un interporre quasi anaforico che rende il dettato poetico ancor più catturante, originale anche per l’uso dei due punti  collocati all’inizio del verso.



E l’uso della metafora geometrica, attinente alla formazione culturale del nostro poeta, in effetti, si giustifica ricordando l’etimologia della parola stessa che deriva dal greco antico  γή = ‘terra’ e μετρία, metria = ‘misura’, e pur evitando di citare importanti pensatori dell’antichità a tal proposito, comprendiamo appieno l’accezione filosofica del termine e il portato simbolico su cui si fonda la felice l’intuizione lirica e direi tutto l’assioma poetico di Giuseppe Vetromile.



Ciò anche a sfatare il persistente pregiudizio di un antagonismo, anzi addirittura di una incompatibilità, tra la visione poetica del mondo, che si vuole per ignoranza e pregiudizio, più romantica ed evanescente, contro un presupposto rigore della geometria e dei numeri più in generale, che in quanto tali, dovrebbero essere più credibili rispetto alla prima. Ma, e chiedo, esattamente in virtù di cosa?



Per ciò che mi compete, visto e appurato l’uso manipolativo delle cifre quanto delle parole, agilmente sorvolerei su tale infondato stereotipo, comprendendo in un unico orizzonte l’imprescindibile dialettica tra pittura e filosofia, matematica e poesia, scienza e arte, in passato tutt’altro che disgiunti, senza preclusioni di sorta, poiché è proprio la letteratura stessa a parlarci spesso di scienza, interrogandosi, proprio come il nostro poeta, sulla condizione umana e sul senso della nostra postura nel cosmo.

Anzi, in questo caso è il poeta a denunciare la fallacità della scienza, avvisandoci quasi alla maniera di Dostoevskij, che la ragione non è tutto e non soddisfa completamente,  non basta, e la geometria con i suoi teoremi, o la matematica con i suoi numeri, non spiegano, perché non sono in grado di spiegare:  Da questa casa pitagorica non sfuggirò/ che al declino dei numeri totali/.quando avrò reso le mie cose al mondo/ e sarò sogno di me stesso/in cammino tra le stelle/ (pag.18). 

 E nei versi del nostro poeta, la vita è rappresentata ossimoricamente come un ‘cerchio’ tutt’altro che perfetto, anzi ‘ambiguo’, con tutte le manifestazioni dell’esistere, l’affanno del vivere, le illusioni (pag. 22):



Ho con me una tabella



Non entra la ragione in questo breve spazio di luce

cunicolo tra una preghiera e un altro affanno

non entra l’evidenza del teorema euclideo

nel cerchio ambiguo della vita



: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo

e il sogno continua all’infinito

come sparlando di questa verità di bocca in bocca



Ho con me una tabella

mia cara

per calcolarmi i passi esatti lungo il crinale

e lo sbattere giusto delle ali

verso il cielo



: così almeno l’illusione è perfetta

quanto la felicità di un’addizione

 
ma è tutto vano

: ho compreso il gioco della materia

in questi laterizi abbandonati



nessun grido nessuno dolore

: il paese finto giace

sotto gli occhi stupefatti



e continuiamo mia cara a credere

che tutto stia solo ora

a iniziare



Un poeta, quindi, è tale se è portatore di una visione del mondo, di un suo specifico originale punto di vista e su di sé assume, poeticamente parlando, le conseguenze di tale visione. Parlo della responsabilità della parola e della soglia verso cui, il poeta conduce i suoi lettori.

Giuseppe Vetromile, come dicevo, si dichiara da subito con la sua ‘poesia onesta’ (pag.9):



Geometrie spurie



la parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo

umile   inerte

e sta fermo dall’eternità della legge

a sorreggere le sorti della buona geometria



laddove per ‘buona geometria’, si legga una possibile vivibile traduzione di senso dello stare al mondo, ma anche –  e siamo al topos poetico – l’andarsene da questo mondo (pag.71):



[...]

Dove andrò la casa sarà memoria d’aria e d’ombra

e sarò scritto col dito di Dio sulla faccia della terra:



di me più nulla eppure in ogni dove

combacerò perfettamente a tutto l’orizzonte



e così via fino al bellissimo testo sul fabbricato Esse che chiude il poema sulla inesauribile circolarità che alterna la vita alla morte, e viceversa, o se si vuole, tra l’entrare e l’uscire dal mondo.



In uno splendido dramma dedicato a Galileo,  in cui la diatriba, visti i tempi,  si gioca tra religione e scienza, ma il paragone calza benissimo anche con la poesia, Bertolt Brecht fa dire al fisico e astronomo del ‘500 : ‘Rimetteremo tutto in dubbio [...]  Quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo scriveremo più, a meno che posdomani, lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con particolare diffidenza. [...] E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora, con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione.’



Stefania Di Lino






giovedì 26 aprile 2018

Vanina Zaccaria legge "La parola detta" di Stefania Di Lino (La Vita Felice 2018)

La Teogonia dello spirito di Stefania Di Lino
Il battesimo della parola
di Vanina Zaccaria

Quando si offre ascolto alla parola altrui, all’intima vocazione che diviene lettera scritta e, dunque, corpo del pensiero, bisogna conservarsi sensibili e attenti all’offerta esistenziale che quella parola contiene, alla vicenda umana che si sforza di trasmettere e della quale rappresenta la sintesi altissima, l’irriducibile e personale epos di chi è impegnato nell’atto dell’esistere.
È in questa maniera umanissima che si dovrebbe leggere La parola detta (La vita felice, 2017) della poetessa Stefania Di Lino, che si concede al mondo con vigore e verità.
L’opera poetica s’apre come una splendida Teogonia e procede con la forza narrativa di un poema delle origini; del poema esiodeo conserva la persistenza del grandioso, difatti, anche quando si fa cupa e grave nella narrazione, la Di Lino proclama il mondo con una parola elevata e solenne, intimamente impegnata a testimoniare l’epopea umana. La parola detta è anche racconto che si porta all’inizio delle cose, che tenta di andare alle origini del sentimento e del dolore dell’esserci al mondo e capace di contenere, dunque, le notizie di una genesi e la tensione di un annuncio.
L’eroe fondatore che narra le sue imprese è il poeta stesso, la vicenda intera contenuta ne La parola detta è la narrazione del narratore e del suo dono tremendo, la parola.
Rimanendo nella nobile cornice di una grecità che tutti ci lega alla stessa radice originaria, va ricordato quanto nello spirito esiodeo il poeta assista la creazione e presieda all’ordine che lentamente si conquista; ogni teogonia è opera della conquista del mondo nel senso di una sua traduzione in un ordine simbolico comprensibile, anche quando quest’ordine storico viene celato nella metastoria del mito e delle azioni delle potenze numinose. Il poeta tragico, invece, assiste l’uomo nel travaglio, si sgomenta al cospetto di un ordine mai immediatamente decifrabile, la tragedia è difatti opera della frattura e della scomposizione.
Nel lavoro poetico della Di Lino sussistono e convivono l’annuncio dell’esserci al mondo, una disposizione d’animo e narrativa tesa a rintracciare il criterio regolatore delle cose e lo sgomento tragico dell’impossibilità di compiere siffatto esercizio. Tale umano sgomento non si misura però al cospetto del dio e della sua volontà remota, ma al cospetto della vita stessa che diviene, nelle sue manifestazioni storiche, il titano cannibale, il terribile Crono che divora i suoi figli; la parola e le intenzioni della Di Lino restano fedeli alle miserie umane, alle minute vicende di ogni esistenza e la vita  viene narrata nella sua indecifrabilità storica e culturale, sempre mancate e irrisolta sul versante spirituale.

le distanze i perimetri/ le angolazioni / il goniometro giusto per la misurazione / e poi il metro lineare / quadro o cubico / il rapporto in scala / (di Policleto la proporzione) / la sezione aurea e non ultima / l’ispirazione. // La distanza utopica che avanza all’orizzonte / con quel punto di fuga a latere o a fronte //
tutto mi disorienta / tutto è mancanza,

Lo smarrimento dinanzi ai codici comuni e all’ordine che vogliono trattenere, sembra accennare a qualcosa di  ancora più radicale: quella che viene narrata è la genesi del dolore, intesa come racconto dei luoghi in cui esso esordisce e inaugura le personali e infinite battaglie; i luoghi  dell’attesa, dell’abbandono e del fallimento, che sempre testimoniano dello scarto tragico tra quello che volevamo compiere e quello che invece ci ha compiuto. Qui la frattura tremenda, il confine tra l’essere soggetti della nostra vicenda e l’esserne assoggettati; si tratta di quella crudeltà del caso che la Di Lino racconta senza fingimento e che diviene causa comune di travaglio, lamento collettivo che l’autrice canta per mantenersi vicina alle sorti universali. In questo La parola detta è teogonia dello spirito, perché contiene l’incipit delle sorti collettive e a quelle si rivolge con infinita grazia; sembra quasi che il “porto sepolto” della Di Lino sia il posto in cui convergono tutti i dolori e le umane fatiche e che il suo inesauribile segreto di scrittrice sia tutto in quella pietà storica verso il fratello uomo, dipinto sapientemente come un Cristo incerto e caduco, anche se si mantiene  nobile il suo passo che misura e scrive la terra.

le genti non appartengono mai /a un solo posto / mille latitudini attraversano / che fanno la storia / e longitudini / da cui pure sono attraversate / e aperte sezionate a metà / la testa spesso è proiettata a Nord / mentre il resto del corpo rimane a Sud / le braccia invece di aprono / quando a Est quando a Ovest / ma è solo col le scie disperate lasciate dal loro passo compasso / che si ha l’esatta misura del mondo,

Questa narrazione tragica però non langue in se stessa, emerge a tratti l’amore come categoria dello spirito; l’amore è il vero annuncio, l’unica possibile buona novella che rende futuribile il futuro e sembra comporre ciò che è scomposto in nuove tenere forme. Se il dolore è un codice storico, l’amore sembra commerciare con le costruzioni cosmiche e le trame globali della natura, divenendo quasi sapere nomotetico da cui dedurre le leggi universali; questa straordinaria conversione dell’ordine storico in ordine naturale, rende il corpo che ama antico e mai vecchio, sempre in attesa del prodigio della creazione.

da dove arrivano poi quelle mani / che presero a scavare lo sguardo / disarmato di un bambino / a soverchiarne la magia / a spogliare l’infanzia / dall’albero luminoso / delle sue epifanie / per trovare l'insano nutrimento di un morto? // Ed io che ti pensavo lieve tra i miei fianchi / a prenderti del giorno / ogni angolo di sole /a giocare sferico nell’acqua / tu che conosciuto eri / della stessa conoscenza che ha l’albero di radici e foglie / e di cromosomi antichi e di gameti / tu che conosciuto eri / eppure nuovo arrivavi / già chiamato / navigando lieve tra i miei fianchi / attraversando muto nell’ombra / ere e maree / tu riuscivi navigando / a risalire col sangue la mia aorta / a sederti sotto il mio ombelico / raccolto / tu / che mi guizzavi dentro / argenteo pesciolino / tu che ora affronti il mondo / con le mani di un pianista / e gli occhi scuri / furiosi di tuo padre.

Va infine detto quanto, in questo ampio e complesso teatro diretto dalla Di Lino, la parola abbia un ruolo centrale e irriducibile. Essa è l’operazione della presenza umana che si fa presente e si annuncia nel mondo iniziando a fondare la storia; è l’operazione culturale, per entro un ordine naturale, che permette all’uomo di narrare la sua vicenda, è l’artificio creativo e rivelativo umano. Se, dunque, il mondo per esistere ha bisogno di essere pronunciato, la parola stessa è battesimo. Abbiamo bisogno, difatti, di un suono per esistere, del verso primordiale della madre che ci annuncia; così la Di Lino in una preziosa lirica dedicata al figlio Edoardo, sembra estrarlo dalla carne pronunciando il suo nome e pronunciandolo lo chiama in vita, lo decide tra i vivi, lo mette al mondo come materia e come spirito, lo concepisce come nuova genetica e nuovo pensiero. Di questa operazione di chiamare in vita le cose del mondo è ricca l’intera opera della Di Lino, votata a una parola abbondante, che si impegna a magnificare il dettaglio, che si preferisce gravida, ricercata e complessa perché è parola detta e in questo terribilmente più fragile della parola taciuta, in quanto esposta al rischio della compromissione e della caduta.  Nel raccontare la genesi delle umane fatiche la Di Lino mantiene un atteggiamento quasi sacrale, tutto espresso nel suo dire prezioso, il dire di chi si impegna a rinvenire il nome delle cose per mantenerle in vita nella storia.

e s’apre un’intera notte nello spazio della mia fronte

Il poeta conserva in sé / un’antica tragedia / di cui ancora non conosce i versi

mercoledì 30 agosto 2017

La ribellione del verso - prefazione a La parola detta di Stefania Di Lino (Ed. La Vita Felice 2017)

Scrivere della poesia di Stefania Di Lino significa affrontare un percorso complesso che necessita di una mente libera, scevra di precostruzioni mentali.  Non siamo davanti a una poesia semplice. Essa si configura fortemente stratificata e proprio per questo assume connotazioni e significati diversi e paralleli. E’ una poesia che parte dal dolore per giungere al bene come mezzo di guarigione e speranza: si aprano al cielo e al vento/ le parole sollevate dal fango/ commistione impura della terra/ che talvolta radici vanno recise / talvolta / e lasciate a marcire nel buio cavo di un rancore // non vi è alcun rossore a giustificare abbandono / se premono e urgono le mani / a modellare costruzione / a segnalare – ed è colore rosso - / lo spurgo cristallino di un rancore/ l’affondo fatto di carne // ci sarà un tempo migliore da espugnare / sarà cura, allora, sarà grazia,
Molto spesso vengono usati verbi al futuro che si contrappongono a periodi di presente in un dualismo costante tra ora e dopo, nero e luce, realtà e aspirazione. Il presente e la realtà sono coperti da un velo buio, rappresentano il dolore, le difficoltà; nel futuro si apre la via, si torna alla luce. Si tratta di una poesia dolorosa, ma pervasa da una grande speranza che diviene necessaria e onirica aspirazione per superare il laceramento dell’animo: avremo ancora sguardi / da donare al mondo / e gesti protesi all’amore / avremo ancora bocche / da cui far sgorgare / come bambini sorrisi / e avremo becchi generosi / precisi / con cui nutrire / e ali grandi per volteggiare / giocare planare / appagati su rami / di alberi grandi sapienti / conosceremo le stagioni / ne sapremo il fiorire,
Vi è all’interno della poesia della Di Lino una sorta di lucida consapevolezza sulla necessità di un lavoro costante, intenso, profondo per raggiungere un’esistenza che vada oltre l’apparente quotidianità. E’ un continuo scavare alla ricerca del senso universale dell’esistere: e i frammenti restano spaiati / come i calzini bucati / di questo nano secondo di esistenza / e son fiotti di sangue schizzati / sulle piastrelle nuove / della cucina / che fatica stamattina / dover ripulire le tracce / dai piccoli silenziosi omicidi / perpetrati da ogni giorno che passa,
C’è in Stefania un amore profondo per le “parole”, una ricerca di salvezza tramite esse, una fede disperata verso il loro potere salvifico, forse un rifugio dove il macchiare d’inchiostro la sofferenza porti a una sorta di sparizione del dolore. Un’aspirazione, senz’altro, espressa con un condizionale che aumenta la tensione e il desiderio: se le parole fossero surrogato/ medicamento elaborato / di ferite leccate lenite/ - come fa un cane con le sue ferite - / se scrivere fosse sempre prelevare / cellule del nerbo osseo dorsale / i versi sarebbero salvezza, unguento / diventerebbero certezza, medicamento 
Vorrei attirare l’attenzione su una poesia in particolare perché affronta una tematica a me molto cara. E’ una poesia che parla della madre. Topos sin troppo famoso si potrebbe pensare. Ma non esattamente, infatti a parlare della madre sono stati soprattutto scrittori e poeti uomini. Ben diversa è la situazione invece nell’ambito della scrittura di una donna nella quale la figura della madre diviene molto più umana, perdendo quell’aurea di mitizzazione. Pensiamo ad esempio alla poesia alla madre di Montale, o a quella di Ungaretti, alla famosissima supplica alla madre di Pasolini. Testi meravigliosi, ma che rappresentano il punto di vista di un figlio maschio nei confronti della propria madre. Ma lo sguardo da figlia a madre è ben diverso. Esse sono entrambe. Una madre è stata figlia e la figlia è o sarà madre, o comunque può potenzialmente diventarlo. C’è dunque una visione diversa che porta inevitabilmente a guardare il ruolo con occhi realisti, a volte impietosi come se perdonare la madre fosse perdonare se stesse. Nella poesia di Stefania ci troviamo davanti a un madre di un’umanità disarmante. La descrizione diviene fisica, ma tramite la materia Stefania, da vera grande artista visiva, raggiunge l’animo nel profondo. Si tratta di una visione che trasmette un sentimento di grande pietà. Un sentimento attraverso il quale, forse, Stefania per la prima volta trova veramente sua madre. Cito solo alcuni versi di questa fulgida poesia e che essi siano testimonianza di altissima poesia: …/ nel sempre più ristretto ambito delle sue clavicole/…. / mia madre è stata una donna del novecento - / era ormai vuota dentro / … semmai un giorno fosse stata intera / presa come era da una lacerazione profonda / ….  mia madre era una donna cava/ con le sue ossa cave/ su zampette da uccellino,   Stefania riesce, dunque, attraverso la descrizione fisica della madre malata a descrivere per intiero il suo rapporto con lei lasciando comunque in noi lettori un pensiero di dolce compassione.
Vi accorgerete che a ogni lettura dei testi di Stefania vi si trovano significati, evocazioni, immagini nuove, via via sempre più profonde. Sicuramente si tratta di una poesia intrisa di vita e di pensiero. Non è una costruzione mentale, ma la materializzazione di un vissuto. Il libro di Stefania è complesso, articolato, è il risultato di una ricerca costante, abbraccia l’esistenza nella sua interezza spingendosi oltre, in dimensioni altre e a volte anche oniriche. E’ un’esperienza profonda che ci porta a esaminare il nostro io individuale e il noi universale con prospettive diverse, ma sempre, sempre pervase da un’aspirazione salvifica. Si potrebbe continuare a scrivere centinaia di pagine sulle tematiche che ritroviamo nella poesia di Stefania, ma io debbo limitarmi a una prefazione e non mi è concesso di svelare troppo.
Desidero invece scrivere, sia pur brevemente, qualcosa circa la tecnica della poetessa. Credo si possa dire che Stefania Di Lino nega il verso nel senso tradizionale del termine e crea un modo originale di collocare le parole sul foglio. Il verso, perché tale è, non è definito da un “a capo” ma da un segno grafico singolo o doppio che dona respiro non solo alla lettura, ma al senso stesso della poesia.  Siamo di fronte all’opera di una donna-artista che prende in mano la propria poesia e la modella fornendole una forma estetica e contenutistica insieme.
E’ come se tutto fluisse senza interruzione apparente, come se le parole fossero un corso d’acqua nel quale scogli sparsi, ma non a caso, tentassero di limitarne il flusso, senza però riuscirvi e, al termine, lì dove il fiume si getta nel mare, a volte troviamo un luogo inatteso simboleggiato, ad esempio, da una virgola posta alla fine del dettato come  a dire che in realtà tale fine non esiste realmente.
Si sente, nei versi di Stefania, una conoscenza profonda della poesia, sicuramente frutto di anni e anni di letture e non cela, certo, la poetessa la sua ammirazione per coloro che, credo, abbia considerato suoi maestri, inserendo all’interno dei suoi versi molte figure retoriche che ci collegano alla migliore tradizione.  Così troviamo l’allegoria, l’anafora, l’allitterazione, l’analessi, la metafora, l’endiadi ecc… A volte pure, altre volte con variazioni personali. Ma sempre nella poesia di Stefania troviamo un ritmo intenso che in alcuni casi arriva a trasformare in canto i suoi versi.
                                                                                                                         Buona lettura.
Cinzia Marulli




Stefania Di Lino nata a Roma, dove vive e lavora.

Allieva dello scultore Pericle Fazzini, e del poeta, critico d’arte Cesare Vivaldi, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza alla Calcografia Nazionale del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, e si abilita all’Insegnamento per i Licei, occupandosi anche di formazione. è presente da anni in numerose manifestazioni artistico letterarie, coniugando spesso la parola con l’immagine in opere di Visual Poetry.
Da anni partecipa a reading pubblici di poesia.
Nel 2012 pubblica la sua prima raccolta di poesie Percorsi di vetro (DeComporre Edizioni). è presente in numerose antologie e riviste letterarie, tra cui I fiori del male (2016).
Con un suo testo critico partecipa al X Festival Mondiale di Poesia, Caracas, in Venezuela; nel 2014 alcuni suoi testi vengono selezionati dall’unesco di Torino, per la giornata de «Etica Globale e Pari Opportunità: il contributo delle donne allo sviluppo dell’Europa e del Mediterraneo», pubblicati e tradotti in diverse lingue.

Nel 2015, nell’ambito del programma dedicato alla Rassegna Poetica, presso la Galleria Biffi di Piacenza, con il poeta Franco Di Carlo, partecipa con una sua performance denominata Dialoghi poetici.