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venerdì 17 giugno 2022

Cristina Polli legge "Autobiografia del silenzio - l'orco e la bambina" di Cinzia Marulli (Ed. La vita felice 2022)

Autobiografia del silenzio è un titolo che invita a riflettere. Due nomi che hanno in sé correnti profonde, magma che ribolle, movimento continuo di faglia e di morena e poi stasi, interrogazione, quiete. Arriva il momento del dire, rivelazione e svelamento del vero, di ciò che perennemente abbiamo sottopelle. Il silenzio è il luogo in cui l’evento si è radicato per poi affiorare e manifestarsi nell’unico modo che consente a chi scrive e a chi legge di ricevere la rivoluzione interiore del cambiamento: la poesia. Fiume dai molteplici affluenti, lascia scorrere nelle sue acque ciò che volontariamente si tace, il non detto e, insieme ad esso un altro tacere, è quello che segue l’indicibile, il trauma, è il tempo in cui si deve tacere perché la persona interrotta si ricomponga. La parola, necessaria a individuare il male, a confinarlo in una incarnazione contingente, la parola che rappresenta e mette in scena la ripetibilità fittizia, salvifica, catartica, arriva mano a mano nell’ascolto accogliente che genera fiducia, e nel suo percorso può recare il dono della trasformazione, diventare poesia, ricostituire il sé e il mondo.
All’inizio del percorso di lettura è posto il sottotitolo, L’orco e la bambina, come segnale del luogo impervio e scosceso in cui la parola prende le strade multiformi del dire poetico. Dapprima le pagine dei dolci ricordi dell’infanzia, i gesti semplici delle ricorrenze, le piccole attenzioni. A dicembre arrivava sempre il vestitino nuovo comprato nel negozietto vicino Fontana di Trevi: lanetta rossella con il corpetto a nido d’ape e i fiorellini ricamati che ci stavano proprio bene con i calzettoni di pizzo. Il giorno dell’Immacolata si inaugurava tutto per la passeggiata con papà fino alla madonnina di piazza Mignanelli (p. 17)

 Si torna bambini, ci si rivede piccoli nelle parole dell’infanzia, riconosciuti e amati in una passeggiata che diventa importante perché si fa con papà, perché la festa è sacra, come sacro e puro è il trascorrere del tempo segnato dai rituali della famiglia.  La vita della famiglia è cementata dall’affetto e dalle abitudini quotidiane di leggere, commentare, ascoltare: la mamma legge l’Orlando furioso alla bambina che ascolta attenta. La bambina del tempo innocente, bambola negli occhi amorevoli dei genitori, piccola scolara dai grandi occhi scuri che sale emozionata le scale della scuola. Poi la forma cambia e il dire si distilla nell’alambicco del verso: è qui che si concreta la duplicità dolorosa del dentro/ fuori, la coscienza dell’accaduto che corrode, è qui che prende corpo la verità del dolore (p. 22):

 

la confusione nella testa

le gambette tremanti 

 

in pochi istanti il male

il male per sempre.

 

Bambola, quindi, dopo l’evento indicibile, ma con altra connotazione, oggetto usato, voce inascoltata, bambina violata, incredula e confusa, prigioniera di una colpa suscitata da una bieca manipolazione che la impietrisce nella sofferenza, bambina che vive il dramma di non meritare amore. Il mondo dei grandi è incomprensibile, disgustoso: quel giorno le caramelle/ avevano il sapore osceno dello stupro (p. 23). Versi che sono quasi un landay, una voce che torna qui nel buio, accompagnata dalla donna che la bambina è diventata, per cantare dolore e denuncia. E che della bambina rivive gli interrogativi:

 

Cosa fanno i grandi come giochi?

L’orco cattivo a volte ha gli occhi

azzurri di un principe. (p.25)

 

 Ci vuole tempo per concedersi di tornare persona, per perdonare la bambina indifesa col suo macigno di colpa sul cuore, il tempo lungo di un amore coltivato con tenacia. Di questo amore ci fa dono Cinzia Marulli. È un amore che si esprime come creazione e comunicazione, cura sensibile delle creature fragili che l’autrice ha sempre avuto a cuore, ricordiamo la raccolta La casa delle fate, La Vita Felice, 2017, con il quale ci conduce all’interno di una casa di riposo accarezzando la caducità umana nei suoi versi. In Autobiografia del silenzio la poesia di apertura ci rivela un intento programmatico, ci avverte che stiamo attraversando una soglia infernale per entrare in un luogo di dolore e non ci lascia scampo perché, ci avverte, Può avvenire - ed è accaduto -/ che l’orco cattivo esista davvero, ma non ci lascia indifesi davanti al mostro perché ha imparato ad amare oltre il dolore: ma per poterne parlare/ ha dovuto perdonare// ha dovuto imparare ad amare. Il dato biografico è trasceso nella guida amorevole di colei che ci guida, come un Virgilio che mostra e prende per mano per condurre ad altri luoghi più degni dell’umano.  

 

Roma, 10 giugno 2022

Cristina Polli

lunedì 16 maggio 2022

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Autobiografia del silenzio - l'orco e la bambina" (Ed. La vita felice 2022)

Quegli occhi grandi e scuri che il primo giorno di scuola salivano coraggiosi le scale del futuro sono quelli, ugualmente limpidi e coraggiosi di Cinzia Marulli, sono gli stessi di una donna meravigliosamente consapevole e forte che, dopo cinquant’anni circa di sofferenze interiori celate a tutti, ricostruita nella sua identità e nella sua interezza, osa raccontare lo strazio della sua infanzia perché certi delitti nei confronti dei bimbi non avvengano più, agevolati spesso da un silenzio di innocente vergogna dei bambini, dall’omertà colpevole degli adulti. Da quanto affermo risulta evidente l’importanza del messaggio civile educativo, sociale, del tema proposto che già tocca di per sé le corde del cuore di chiunque abbia un minimo di umanità e di senso etico, ma non è questo aspetto che potenzia nel lettore, in progressione geometrica, la commozione, l’accoramento, l’adesione emotiva in toto al libro e al racconto di questa vicenda.

Mi piace valutare la cinquantina di pagine dell’Autobiografia del silenzio sotto l’aspetto letterario, quindi artistico e poetico, perché solo così si chiarisce il motivo di questa nostra assoluta condivisione di lettori.

 È un libro di composizione perfetta di rarità (quasi unicità), ove forma stilistica, sostanza contenutistica, emozione, architettura compositiva si sposano alla perfezione. La rarità consiste nel fatto che quello che sembra un equilibrio raggiunto con diligente studio e abilità tecnica letteraria è invece naturale. Deriva dalla dote dei veri poeti di fare cantare le parole prima nell’anima piuttosto che sulla carta, a tavolino: è qualcosa che è nel DNA fin dalla nascita e viene fuori prima o poi, che piaccia o no. Prima di studiare e affinare le conoscenze tecniche, un artista già c’è o non c’è: del resto Mozart bambino già era un ‘enfant prodige’ , anche se ovviamente non poteva avere l’esperienza e le conoscenze tecniche per comporre un concerto come il 466 o il 488! Quello che voglio dire è che un esperto, o anche solo un amante di poesia, capisce al volo quando c’è la marcia in più della bellezza autentica, spontaneamente naturale, ed è questo che colpisce in modo indicibile e particolare.  È del resto l’effetto del sublime catartico dell’Arte. Qui le parole di Cinzia ci scuotono nel profondo: noi diventiamo lei, bambina vilipesa violata, ma lei sa che, tramite la sua poesia, lei può diventare noi; può identificarsi nella forza prorompente di solidarietà e d’amore di noi donne lettrici, forse laicamente un cuor solo, un’anima sola, peculiarità dell’amore di cui parlano le sacre scritture.


Mi piace questa immagine legata all’amore, perché è questo sentimento che permette di vincere su male, aberrazione, crimine, follia. E del resto, come dice Cinzia, ci si salva solo con l’Amore. La sua resurrezione è nata amando e perdonando. Ribadisco: è un percorso tutto laico, umano, non trascendente o religioso; per questo, a parer mio, vale molto di più per esemplarità e forza morale.

Volutamente, in via eccezionale, evito di proporre ai lettori di Letture condivise un florilegio di versi o di brani poetici che identifichino le sezioni del libro. Mi sembra lesivo dell’opera estrapolare parti da questa cinquantina di pagine: sono poche e vale la pena di avere una visione d’insieme che, come ripeto, alternando prosa e poesia, raggiunge una completezza emozionale particolarmente intensa e una struttura stilistica mirabilmente efficace. Mi sento di lasciarvi tuttavia con una poesia che, pur non essendo l’ultima del libro, pare concludere idealmente il cerchio di questa vicenda, dilatando davvero l’anima di tutti noi.

 

Quello che è stato è stato

il male è indietro

 

la vita ha vinto sulla vita

dall'interno la luce

ha dipinto di sole

la cicatrice

 

nessuno ha potuto offuscare

l'amore

quell'amore che cresce

nel mio grembo

e che ha il volto meraviglioso

del bene.

 

Questo breve libro è un dono prezioso per noi stessi e per le persone che amiamo.

giovedì 14 aprile 2022

Carlo Di Legge su Autobiografia del silenzio di Cinzia Marulli (Ed. La vita felice 2022)

Mi giunge per posta questa lettera di Carlo Di Legge su Autobiografia del silenzio. È emozionante la sua poesia riportata alla fine in assoluta comunione col mio sentire. Un dialogo poetico che mi ha commosso intensamente.

Grazie, carissimo Carlo

Cinzia


Autobiografia del silenzio ed. La Vita Felice Milano 2022

Cara Cinzia, non mi sembra si possa dire molto sulla tua parola “insanguinata”. Parola di silenzio chiama parola di silenzio. Non ho, qui, criteri letterari da utilizzare – quelli mi appartengono poco, comunque – o filosofici. Forse potrei dire “fenomenologici”? Certo v’è, nei tuoi versi e nelle tue descrizioni, non certo di accompagnamento ma di sostanza, la ricerca della narrazione, una chiamata in parola a partecipare, al modo del lettore, delle cose per come devi averle vissute.

Si capisce bene la scelta di “dare voce a tutti i bambini che, come la me di allora, non hanno avuto la forza né il coraggio di parlare” (p. 50). Ciò non toglie che non so chi altri, come te, possa arrivare a dare voce al coraggio; so, peraltro, che spesso è avvenuto e avviene.

Il tuo silenzio di tanti anni è il silenzio tuo e, con te, di tutte le vittime (p. 50) di questo mondo strano e spietato. Certo.

Anche di tutti i bambini che sono vittime tra le vittime di questi giorni tremendi, come ascoltiamo e vediamo.

Ma infine scrivi che “la vita ha vinto sulla vita” cioè questo aspetto di vita e d’amore che hai avuto la forza di portare avanti ha prevalso su quell’altro aspetto.

Siccome si tratta di “autobiografia del silenzio”, credo tu abbia ricercato una parola che si avvicinasse il più possibile al silenzio.

Pertanto una parola scarnificata, povera e con ciò efficace, perché il messaggio pervenisse. D’altro canto la parola della poesia – o d’una prosa poetica – è per definizione ciò che più si presta.

Io non so come si possa fare questo a un bambino, a una bambina, o anche a un adulto. A chiunque.

Sono stato costernato nel leggere, e ho partecipato come mi riusciva, in luce e ombra d’ umanità.

Io non so come tu abbia fatto a perdonare, con quale forza.

Arrivare al punto da poter scrivere parole di perdono, come quando dici che l’orco cattivo “non è brutto come ci raccontano”, quando parli di “cicatrici”, o di quella bambina che ha trasformato “/in amore/ il suo dolore osceno” e addirittura “tiene tra le braccia l’uomo nero/lo accarezza e lo perdona/e con lui se stessa…” (p. 47).

Grazie.

 

Un affettuoso saluto.

Carlo

(Sto lavorando a questi versi, credo facciano al caso, e d’istinto te li regalo. Non ho mai fatto questo, ma non ho mai visto qualcosa “come” (?) il tuo libro).

 

Tornando

 

Sulla via stretta, trovo a terra

un piccolo uccello che non vola,

forse invece dell’alto cerca

il tepore dell’asfalto.

Salvato dalla strada, sta morbido

in mano, lo poso su un ramo

che viene dal giardino in basso:

lui si appende, poi cade nel vuoto,

apre le ali,

mi regala un attimo di volo.

 

Penso ai pericoli,

un uccello non è come un uomo?

Il mondo è strano. Ognuno è

niente, chiunque è quasi un dio

che può uccidere un altro,

o lo salva, forse invano,

e nessuno è salvo per sempre.

 

 Carlo Di Legge,  Aprile 2022

 

 

giovedì 7 aprile 2022

Monica Guerra su "Autobiografia del silenzio - l'orco e la bambina" di Cinzia Marulli (Ed. La vita felice 2022)

Ho ricevuto ieri da Monica Guerra una letteramail che mi ha profondamente toccato. Con il suo permesso la condivido con tutti voi perchè credo che il suo dire sia portante per accompagnare il mio libricino attribuendogli il valore della condivisione. Grazie Monica, grazie infinitamente. 

Cinzia

 

da Monica Guerra

6 aprile 2022 ore 11.26

 

Ciao cara Cinzia, 

il tuo libro è arrivato. Non ho potuto fare a meno di leggerlo subito (nonostante la pila di libri che l'avrebbe preceduto) perché il sottotitolo ha fermato per un attimo il mondo.

L'importanza di quello che hai pubblicato (e di tutto il lavoro a monte che ti ha permesso di farlo) supera i confini della poesia, per il suo intento, nudo e puro, per la sua lingua adatta e chiara, per quel dato biografico conclusivo estremamente fortificante e che spinge direttamente il lettore a compiere il salto nel proprio vissuto, a sondarne i fondali e a riemergere con una qualche direzione di pace. Il lettore non sfugge, se il trauma c’è, dinanzi alla tua apertura, così eccezionalmente diretta e tesa alla ricostruzione, si apre un varco. 

Basta la dedica per capire che questo libro dovrebbe essere letto da tutti: genitori, famigliari, adolescenti, insegnanti. Violati e non. Se non si scoperchiano questi vasi, la malvagità continuerà a scorrere beata all’interno della nostra società, continuerà a perpetuare i suoi danni e ad avvelenare bambini e famiglie intere. Solo la presa di coscienza del nostro possibile grado di corruzione può ristabilire un equilibrio, può determinare un miglioramento. Solo la sensibilità verso certi segnali può aiutare a intraprendere un percorso di risalita, per niente scontato.

Alcuni bambini interrotti possiedono una rara forza per ricomporsi, una magica riserva d’Amore che consente loro di trasformare l’orrore di certi traumi in dono, affinché altri possano specchiarsi e tendersi, a loro volta, la mano. Questo tu lo hai fatto. Immensamente grazie. 

 


 

sabato 19 marzo 2022

Autobiografia del silenzio di Cinzia Marulli (Ed. La vita felice 2022) oggi al Teatro della Dodicesima - a cura di Manuela Minelli

 L’ORCO E LA BAMBINA

Storie di orrore quotidiano

Cinzia Marulli presenta il suo ultimo libro nel foyer del Teatro della XII

 

di Manuela Minelli

 

Uscito la scorsa settimana in tutte le librerie italiane, verrà presentato oggi pomeriggio a Roma, nel delizioso foyer del Teatro della Dodicesima dall’atmosfera bohémienne, il nuovo, toccante libro di Cinzia Marulli, “Autobiografia del silenzio – L’orco e la bambina” (Ed. La Vita Felice), che racconta poeticamente una storia cruda e realmente vissuta, quella dell’autrice bambina.

progetto grafico di Veronica Paredes
Il libro che trasporta il lettore dal male al bene, è l’elaborazione di qualcosa di terribile, il cicatrizzarsi lento di una ferita profondissima, è lo splendere della cicatrice, è l’atto sublime, liberatorio e sacrale del perdono, che la Marulli - nota poetessa contemporanea, tradotta in moltissime lingue e una dei rari poeti italiani invitati nei più prestigiosi festival di poesia, nei Paesi dove la poesia viene considerata alla stessa tregua del calcio nel nostro stivale - dopo poco meno di mezzo secolo dal fattaccio, è riuscita a raccontare la violenza subita da bimba, con quel grande strumento terapeutico che lei sa maneggiare assai bene e che è la scrittura poetica.

Così dopo “Agave” (Lieto Colle Ed.); “Le coperte di Dio – Las Mantas de Dios” (edizione bilingue trad. di Emilio Coco, collezione Le Gemme, Progetto Cultura Ed.); “Percorsi” e “La casa delle fate” (entrambi pubblicati da La Vita Felice Ed.); “El sentido blanco de las nubes” (Ed. Valparaíso) l’autrice ci regala questo piccolo grande libro, che si legge come una favola in cui l’orco cattivo a volte ha gli occhi azzurri di un principe.

Ho fatto un lunghissimo lavoro di elaborazione interiore che mi ha portato ad accettare la cicatrice che la violenza subita mi ha lasciato e che, ovviamente, ha condizionato molti aspetti della mia vita, racconta questa donna solare, radiosa e sorridente che, oltre a pubblicare libri tradotti in arabo, cinese, francese, greco, inglese e spagnolo e pubblicati in Cina, Bolivia, Colombia, Ecuador, Honduras, Messico, è anche organizzatrice di eventi poetici che hanno la finalità di diffondere la poesia, è fondatrice e curatrice del blog letterario ParolaPoesia, realizza progetti videoartistici, vince premi letterari importanti (come quello che porta il nome di Alda Merini) ed è curatrice di due collane di poesia, tra cui una di poeti ispano/latinoamericani.

Ho deciso di pubblicare “Autobiografia del silenzio” per dare voce a tutti quei bambini che, come la me di allora, non hanno la forza e il coraggio di parlare. E voglio dire a tutti i bambini del mondo di non provare vergogna. Credetemi, non siete voi che dovete provare vergona. Voi siete, così come lo ero io, bambini puri e meravigliosi. E non avete fatto nulla per meritare questo, non siete voi i colpevoli, non siete voi a dover provare il senso di colpa. È l’orco il cattivo. È solo lui che deve vergognarsi.

È necessario combattere il silenzio che non porta a nulla, raccontare ciò che si è subito, è il passo più importante verso la guarigione. È un gesto d’amore verso sé stessi.

Per questo vi affido la mia autobiografia del silenzio che, finalmente, si è aperta alla parola, passando attraverso la conoscenza del male fino allo splendere del bene.

Saper raccontare di una violenza subita in età infantile non è certo da tutti, ci vuole coraggio e tempo. Cinzia Marulli, c’è riuscita. Alla sua maniera, poeticamente, con grande dolcezza, levità e grazia. Nel Buddismo si chiede di trasformare il veleno in medicina e nel cattolicesimo si chiede di perdonare, così come fece Gesù sulla croce. Con questo libro l’autrice ha dimostrato di essere riuscita in entrambe le imprese.

Cinzia Marulli ha deciso di devolvere i proventi di questo suo ultimo libro all’Associazione Prometeo, che combatte la pedofilia e si batte con grande impegno per far sì che non si debba mai più parlare di infanzia violata.

All’incontro condotto dalla giornalista e scrittrice Manuela Minelli seguirà cocktail.

 

 

Sabato 19 marzo – Ore 18,30 – Roma – Teatro della Dodicesima – Via Carlo Avolio, 60 - Roma

 

 

venerdì 27 agosto 2021

Per le donne di Kabul: Cinzia Marulli

s’è sfaldato il pensiero

il cuore tace

  

immobile l’inchiostro

cede alla disfatta

 

Cinzia Marulli

mercoledì 25 agosto 2021

Per le donne di Kabul: Amina di Cinzia Marulli

Amina

di Cinzia Marulli

 

Amina guardava sua figlia. La guardava e basta.

Non osava dire nulla.

Non osava fare nulla.

Anche a lei, quando era bambina, fecero la stessa cosa.

Era una tradizione.

Ricordava ancora, come fosse in quel preciso momento, tutto quello che era successo.

Tutto quello che aveva provato.

La sua famiglia era intorno a lei, mentre una vecchia del villaggio cantilenava sottovoce preghiere antiche.

La fecero sdraiare su un tavolo. Non sapeva cosa sarebbe successo.

Le avevano detto solo che stava per diventare donna.

Ma Amina era solo una bambina.

Gli occhi di tutti era posati su di lei. Chi taceva. Chi pregava.

La vecchia le legò le mani e i piedi ai lati del tavolo dopo averle fatto allargare le gambette magre.

Amina si vergognava.

Perché farla mettere così?

Tutti potevano vederla nel luogo suo più segreto.

Amina piangeva, mentre sua madre la guardava.

La guardava e basta.

Non osava dire nulla.

Non osava fare nulla.

E come un fulmine che squarcia la terra con tutto l’impeto e la forza che solo la natura può avere Amina si sentì squarciare in mezzo alle sue gambette magre.

La vecchia continuava. Con una lametta in mano.

Amina urlava.

Amina urlava.

Urlo dopo urlo tutto il suo essere donna venne strappato via. Per sempre.

Alla fine un ago e un filo per chiudere quasi del tutto la porta di accesso alla sua verginità.

Amina piangeva.

Non aveva mai provato un dolore così.

Tutti la guardavano, mentre quella vecchia le faceva così male, mentre le strappava via la sua carne, il suo pudore, la sua dignità.

Tutti la guardavano, mentre quella vecchia la condannava a soffrire per sempre.

Nessuno diceva niente.

Guardavano e basta.

Era una tradizione.

Dopo di allora Amina non fu più la stessa.

Le avevano detto che stava per diventare donna, ma lei, in cuor suo, sapeva.

Non sarebbe mai più stata una donna.

Sarebbe stata solo una procreatrice.

Nessun piacere concesso.

Solo un mezzo per soddisfare un uomo che avrebbe dovuto servire per tutta la vita.

Un uomo che l’avrebbe squarciata come un fulmine squarcia la terra con tutto l’impeto e la forza che solo la natura perversa e malvagia può avere.

Amina ricordava e temeva quei momenti di intimità che per lei significavano una cosa sola: dolore.

Amina ricordava e temeva quei periodi del mese duranti i quali il suo ventre diventava di fuoco e  ogni più piccola cellula tra le sue gambe sembrava ardere.

Amina era ormai adulta.

Amina era ormai una madre.

Amina guardava ora sua figlia. La guardava e basta.

Non poteva dire nulla.

Non poteva fare nulla.

Ma una lacrima silenziosa scese dai suoi occhi.

 

 

giovedì 19 agosto 2021

Per le donne di Kabul: Agosto di Cinzia Marulli

Ciò che sta accadendo alle nostre sorelle Afgane ci impone azione. La sensazione, in realtà, è quella di impotenza davanti a un orrore così grande, davanti a un orrore che in realtà non si è mai fermato. Mi chiedo se un verso scritto possa servire a qualcosa, ma nello stesso tempo penso che il silenzio sia a dir poco offensivo. Sì, forse non serviranno a nulla i nostri scritti, ma la com-passione, la solidarietà, l'amore per la vita, per la giustizia che anima queste parole su carta possono diventare una forza invisibile e, mi auguro, invincibile. 

Per questo ParolaPoesia termina qua la sua sosta estiva e riprende con parole che alimentino questa forza per le sorelle di Kabul.

Siete tutti invitati a partecipare, mandatemi i vostri contributi a parolapoesia@gmail.com e ParolaPoesia li selezionerà e pubblicherà.

Io, personalmente, dal canto mio sento di dover fare qualcosa e vorrei lanciare un appello al nostro Governo affinchè diventi parte attiva in questa difesa e mi offro di ospitare nella mia casa una sorella Afgana per tutto il tempo che sarà necessario, fosse anche per sempre. Andiamo a prenderle, salviamole intanto da questa destino assurdo e apriamo a loro le nostre case. Sono certa che ci porteranno molto più amore di quanto noi possiamo dare loro. 

 

Di seguito alcuni miei versi scritti ad agosto 2014 e che tornano terribilmente attuali. 


 

Il grido di sale tra le gabbie indicibili del costato

le costole frantumate da un cuore fermo, le mani bianche

tra le macerie finte della fotografia

luce e grida, lampi di dolore – voi lì – noi qui.

 

La carta ci unisce

ma noi guardiamo e voi urlate

a noi basta spegnere il tablet per voltare pagina

per fermare a mezz’aria le bombe

                                                per ricostruire un pensiero nuovo.

 

E mentre le donne a gambe larghe urlano le loro mutilazioni

noi firmiamo appelli che vagano nell’etere

e vendiamo armi agli assassini

siamo qui, d’agosto, a stenderci al sole col sottofondo delle tragedie folli.

 

Le grida che agonizzano sotto la terra sterile

nei luoghi della dimenticanza

le rose crescono senza petali e il rosso è quello del sangue.

 

Buona la pasta mangiata a mezzogiorno

mentre i missili saettano lontano e quel bicchiere

di vino che bagna la coscienza e ubriaca la memoria

è secco come la vagina infibulata di una donna tristissima.

 

Il grido, il grido della terra che inonda tutto

questo orrore con le acque sacre del perdono

in quel giardino lontano – forse anche finto –

intanto una rosa dai petali bianchi sboccia.

                                                                        agosto 2014

 

(Cinzia Marulli da Percorsi - Ed. La vita felice 2016)

 

 

venerdì 2 luglio 2021

"Non ho mai finto" (Ed. La vita felice 2021) di Monia Gaita letto da Cinzia Marulli

Il titolo “Non ho mai finto” e i primi due versi che lo accompagnano Faccio finta di esser viva. /Stanne certo: sono un’abusiva ci portano immediatamente a comprendere che questo libro è un percorso esistenziale e spirituale dove l’unica certezza sembra essere quella del “fuori posto” (sono un’abusiva) esprimendo così una condizione umana che ancora non ha trovato la sua corretta e armoniosa collocazione in questo mondo e, stratificando i livelli di interpretazione, possiamo estendere questa inadeguatezza alla sfera sociale, psicologica, umana e perfino fisica e materica. Tuttavia vi è qui, in questi mirabili due versi anche una forza di volontà incredibile: la forza della donna, dell’essere umano di combattere per ottenere il proprio giusto posto nel mondo, nella società, nel cuore degli altri.

Ma questo ce lo svelerà il libro che si dirama in tre sentieri principali: “Il ciclo del sentire”, “confluenze” e “a colloquio coi luoghi”.

Il “ciclo del sentire”, è una sezione chiaramente dedicata al sentimento dell’anima e alle esperienze dell’esistenza. La poetessa scava, indaga, porta in superficie ed elabora in qualche modo il “dolore”. Scrive nella poesia “I tetti del respiro” di pag. 13: ...Quando il dolore/ mi scoperchiava i tetti del respiro; / avevo ancora un tisico giacinto di reazione, / un forse striminzito, / un tiepido sorriso. / ….

Sono parole forti che ci portano dentro a questa dimensione di delusione e sofferenza. La musicalità del verso diviene dura, graffiante così come il dolore graffia la vita.

Tutta la sezione è caratterizzata dalla presenza costante del senso della perdita e dell’assenza

ad esempio in “Provo a dimenticarti” troviamo: E un Dio non c’è/ a rammendarmi lo strappo del perduto. / e ancora in “Quella me di prima” leggiamo: ...è traslocare nella vecchia casa/ del perduto, / guardare quella me di prima che sibila, indelebile, tra i rami/ e scruta da uno sbuffo della porta/ quel che sono. / fino ad arrivare a “Una presa salda” dove la perdita è di sé stessi: E io perduta/e con la bocca ancora da sfamare, / cercai una presa salda, un tetto/ nel tuo nodo. /

Vi è in questa parte del libro l’elaborazione delle difficoltà vissute, delle delusioni, di un amore perso e forse mai ritrovato. Monia Gaita scrive in prima persona perché, lei donna, diviene tutte le donne che hanno vissuto, sofferto, attraversato sentieri di vita selvaggi e scoscesi e conclude la sezione con una poesia straordinaria, “L’impalcatura”, dove coesistono forza, coraggio, sofferenza, consapevolezza, rassegnazione e, credo, liberazione:

 

L’impalcatura

Hai deciso di andare.

Non devo insistere, non devo dire niente.

L’anima adesso è piena di rumori,

beve d’un fiato il vuoto, perde peso,

incrocia gli occhi degli dei irritati.

  

Ora la forza dovrà riprendere a soffiare,

ferma e insistente, da tutte le fessure.

Ora dovrò perseverare nell’uguale,

accendere le stelle cieche

a quelle azioni che sembravano scontate.

 

Eviterò di piantarmi nelle cose

troppo a fondo

e metterò le cicatrici ad asciugare

con il coraggio della volta prima.

 

Fuori dai malintesi e senza contrariarmi

quando l’impalcatura,

stanca di concepire,

cade al suolo. 

 

La seconda sezione “Confluenze” è la prosecuzione del viaggio, il luogo della riflessione e della consapevolezza; sono poesie intrise di vita che non è mai troppo generosa. È come un dialogo che la poetessa fa con sé stessa e con tutte le confluenze della sua esistenza che è una scuola continua di esperienze e di dolori. Così scrive nella poesia “Presidiare” (pag.48): La vita passa fra una lezione e l’altra, /un clandestino entrare negli sbagli/ dalla porta posteriore, / uno schivare attivo e resistente/ i dispiaceri. /

La lingua poetica di Monia Gaita è una lingua originale e personale; Monia è poetessa con un suo stile dove non c’è spazio per l’imitazione ma dove si sente la presenza dei grandi maestri che hanno sedimentato e ramificato.

Ma credo che nella terza sezione “A colloquio con i luoghi” si compia definitivamente la “parola”; qui, dove il vissuto dei luoghi e l’amore per essi diviene materia, a volte rarefatta e onirica e altre volte densa e corposa, troviamo un’intensità rara, una poesia, dal mio punto di vista, altissima e il cui “sentire” è talmente profondo che va oltre il luogo narrato e amato, diviene ricordo e speranza e si trasforma nel luogo della nostra anima. Così leggiamo una poesia raffinata e fortissima dedicata alla terra natia della poetessa, l’Irpinia, e credo che a questi versi non si possa aggiungere e dire null’altro:  

 

Sono partita


Sono partita,

ho fatto scorta di verde e sono andata.

 

Ora m’immergo nell’emicrania dei montaggi,

dei contafili azionati dai pulsanti.

 

Quando ho riavvolto la storia dei miei anni,

gli esami, lo studio, le rinunce,

avevo l’amarezza di un cratere dentro il petto.

 

Non è servita la mia laurea.

Ha traslocato di ripostiglio in ripostiglio,

in molti vuoti navigabili,

nella peluria del soffione quando vola

e si disperde.

 

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia.

 

Resto ancorata all’utero dei campi,

covo la prole delle spighe, la proteggo

fino al millimetro finale della schiusa.

 

L’Irpinia mastica i suoi figli e li sospinge

dove si ingrossano gli ovari della nebbia

e il traffico del centro

s’attacca con l’uncino dei rumori

sulla pelle.

 

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia.

 

E mi strofinano gli omeri delle vigne,

la cartilagine del vento e delle piante.

 

E quando il forno pone a bollore

l’acqua dei ricordi,

estraggo dall’archivio gli annegati,

corazzo le mie gambe col tronco dei castagni.

 

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia.

 

L’Irpinia delle chiese e delle volpi,

L’Irpinia delle pale, dei carpini, dei faggi,

l’Irpinia con le tempie corrotte del moderno.

 

Io non dimentico l’Irpinia,

 

L’Irpinia di mio nonno con gli occhi da brigante.

Irpinia madre, Irpinia del mio sangue. 

 

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