venerdì 17 giugno 2022

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Stanze di città e altri viaggi" di Valentina Colonna (Nino Aragno Editore 2019)

foto di Giorgio Bernardinello
Come ben conoscono i poeti nel loro percorso di vita e di poesia, la parola è musica. Attraverso i pieni e i vuoti, le pause e i silenzi, le sonorità intrinseche, i fenomeni fonetici e ritmici, il linguaggio riesce ad andare oltre il tessuto semantico del testo: si allargano i confini di possibili significati per il lettore che può spaziare, anch’egli con una certa forma di creatività, al di là del testo attraverso i valori allusivi della parola sonora. Si aprono allora nuovi significati supplementari, proprio quelli che magari, in quel momento preciso, servono al lettore per ottenere risposte a domande che lo hanno spinto a interpellare il testo poetico. Quella parola assume allora un valore in sé e per sé, non è più portavoce di una realtà concretamente oggettiva, ma fa spaziare altrove in sfere più personali e intimamente determinanti.
Dico questo perché nel bel libro di Valentina Colonna, Stanze di città e altri viaggi, Aragno 2019, il termine stanza non delinea il vano, le quattro mura perimetrali di un locale di unità abitativa, ma ci porta ben oltre. Può essere sì, come dice la parola stessa, uno stanziare inteso alla lettera come stare, fermarsi, essere riposto: casa come protezione, nido degli affetti più cari ma, viceversa, può essere il luogo dove più esacerbato si esalta il senso di una solitudine tremenda, di una perdita, di un abbandono, dell’insicurezza o della destabilizzazione di sé. Allora quella stessa stanza può diventare tutt’altro che fonte di statica pace, ma invece squilibrante viaggio alla ricerca di un diverso spazio dell’io. Può originarsi un itinerario faticoso, esistenziale, intorno alle proprie stanze e all’interno della propria interiorità. Inoltre il percorso mobile della memoria facilmente avvicina il viaggio intorno alla propria camera e ad altre camere lontane, come ad altri percorsi di fuga, di cui il treno in partenza si fa simbolo: altri viaggi, altri percorsi felici o ancipiti o decisamente non felici in altre terre, in altre colline – non le proprie – in altri orizzonti fisici e metaforici.

La bellezza di questo libro sta in gran parte nella capacità comunicativa dell’autrice, contagiosa nel suscitare profonde suggestioni emotive, grazie anche alla sua essenza di artista a tutto tondo, proprio in quel campo musicale, pianistico e compositivo di cui la parola poetica è, se non sorella, di certo cugina prima. Per la decisa padronanza di certi strumenti è più facile aiutare la parola a sfuggire alle consuete coordinate di tempo e di spazio verso l’Altro e verso l’Oltre. La poesia di Valentina Colonna mi piace perché sfida il lettore a una interrogazione continua, perché parte da un’esperienza individuale che è solo il punto di avvio di un viaggio generalizzato, in cui tutti ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi, il nostro vissuto, le nostre debolezze, le nostre solitudini.

 

Le mie proposte di lettura esemplificano quanto appena detto e ben qualificano l’autrice come vera musicista della parola, così come è stata definita nella prefazione al volume.

 

                        A mia madre

 

Ti guardo, sai, mentre diffondi la mattina ai fiori

con il tuo spruzzino rosa in una massima concentrazione

 Volti in un sorriso (le primule radiose

di baci al davanzale) e appari

bambina lieta dolcissima che muove

nelle stanze il cielo e l'aria. È una corsa rapida

alla porta del balcone: tu sporgi in un baleno

– il tempo di scendere le scale – e agiti le mani

in un continuo salutare. Non ferma il dimenare,

come a toccarmi le spalle sino all'auto, accarezzare.

I tuoi occhi stesi si piantano tra il mio petto e il volante.

All'angolo si svuota un dolore trattenuto di tutta una mancanza.

 

*

Marzo – oggi torna Natale: dicembre

con la cucina piena, il forno acceso

e la televisione trasmette quel film.

 

Taglio a fette le mele, la madre mi guarda

e i gatti corrono a sbirciare dal vetro

poi odorare al tagliere il formaggio.

 

Riconoscersi come l'odore

di pane alla Crocetta camminando.

 

La neve cambia le forme e non ferma.

Quando ferma si assenta e la pioggia si allarga. Ricompone

l'identità delle cose. Tutto si fa solitudine intera.

 

Mi piacciono, di questi testi casalinghi, quotidiani, la semplicità delle piccole cose, una minuta felicità, le parole tra noi leggere che definiscono i corsi e i ricorsi sia dei gesti familiari sia di stagioni consuete. Entrambe le cose, gesti umani e calendari, portano con sé oltre alle consuetudini il senso della caducità, della perdita, dell’inconsistenza dello stato di gioia; la sensibilità dell’animo dell’autrice accoglie e dilata queste situazioni in un clima di fatalità (o di fatalismo) elegiaca, non però tormentosa.

 

Tu sei l'ossigeno del mio andare. Sei stato

il padre dei miei figli mancati e dei ritorni

a casa vivi di vite nuove, progetti in via vai

ridendo. Ogni volta salutarti è la stretta

di pianto, lo schianto al chiudersi delle porte.

L'amore mio che di me ama i sogni.

 

Il cuore che disegni sul vetro si ripassa

nelle carrozze scomparendo in corsa.

È una condanna questo amarci in Terra

e Cielo. Lui in mezzo ci salva. Esangue, ci comanda.

 

*

A.V.

 

Cosa darei per capire cosa dici

quando chiudi gli occhi e mi parli

per minuti lunghi infiniti

aspettando una risposta – che non

saprò darti. Amore soltanto

sa accogliere le nostre

povere parole crocifisse.

 

Due meravigliose poesie di difficile amore. In particolare della seconda apprezzo la grande capacità di sintesi: in soli sette versi con determinazione dolente vedo delineata l’epopea di una ricercata, impossibile forma di comunicazione tra due personalità dal forte temperamento. L’amore si distrugge anche per incompatibilità di comunicazione tra razionalità e passione. Sono storie di percorsi umani che creano assoluta immedesimazione in chi legge, senza fraintendimenti, a causa di chiarezza estrema del dire, nella perfetta concisione di forma.

 

Poi dal treno sulla porta non ti sporgi,

dici vai, è ora. Non vuoi

vedermi mentre parti, piuttosto puoi

lasciarmi andare (un altro strappo che ricuce

la mancanza dei passi insieme). Quando insisti

non ho scampo, cammino svelta a testa bassa,

sento addosso l'abbandono: sono l'animale

che perde d'improvviso la sua tana e se volto per cercare

tra i vetri non ti trovo. Lo sai che qui non guardo

e non ti cerco. Mi fingo un solo grande camminare

avanti e indietro, insieme un volare come vicini, come

possibile in questa vita la ricucitura, l'altra casa.

 

*

Quanti anni ho impiegato per abbandonare

le vite che quotidianamente crescevo.

Quanto tempo speso a diventare altro,

a cercare un ricongiungimento.

Ho dovuto attraversare interminabili confini

per trovare le parole, allargare le braccia a perdere

ciò che amavo, stringere più forte il mondo,

tutto il mare che dentro mi risuonava.

 

Viaggio e senso di perdita sono ben sintetizzati nella simbologia del treno.  È una tematica fissa della nostra memoria collettiva, dal senso di paura e di pena del treno che sferraglia misterioso nella notte (tipico ricordo della mia ormai lontanissima infanzia) fino alla memoria di saluti troppo affrettati alle stazioni: le speranze dell’inconscio in un riavvicinamento verranno eluse, purtroppo, dalle vicende complesse della vita. Non si tratta della perdita necessariamente di innamorati, ma comunque di persone molto care disperse nelle nebbie degli anni e degli eventi. La vita è una costellazione di incontri e di addii; importante è non uscirne sconquassati, il lavorio è quello faticoso (di ogni età) di ricostruirci, giorno dopo giorno, per quello che vogliamo diventare l’indomani: persone nuove, giuste, degne di noi stesse, possibilmente equilibrate proprio in virtù del nostro vissuto che ci ha visto anche sbagliare, ma in scelte non casuali, comunque condotte con responsabilità e coscienza.

 

In questo vociare di mancanze che affollano

i miei ritorni alle case originarie, alle stanze

vuote di domani, ripasso i discorsi

del mattino a colazione  quando insieme ci troviamo

a dividere gli spazi di solitudine assoluta.

 

Le parole non dette in altre lingue,

sproporzionate per avere continuazione.

 

È un versare di vini, di quantiere piene.

Sedersi accanto al più vicino degli sconosciuti

e farsi complice, amante.  Esiste una forza

improvvisa tra estranei che fa nascere il viaggio,

il sedile di treno, lo spazio pieno sul palco o la pioggia.

 

Amore stasera aveva più nomi. E tu non sapevi

degli austriaci con gli occhi di ghiaccio, la forma

delle bocche che restano senza baciare

a sorridersi accanto, a raccontarsi quanto

non possono dire. Nei suoni come case

ci incontriamo, come famiglie a trovare

una pace dovunque. Queste sere gli amori

hanno frontiere, un cambio di lingua per tacere.

Ma in corridoio sulla porta voltando a cercare

il vuoto è piombato delle parole, del sole

di quando scoppia il tuo riso e mi guardi.

 

L'attesa di tutto – ancora l'assenza.

Un domani che si perde nella stanza.

 

Questa poesia è l’ultima del volume e a buon diritto, perché riepiloga e canta con disincanto (è voluto questo bisticcio di parole!) l’odissea dei viaggi materiali e sentimentali della vita umana. Per l’autrice questa anabasi non ha esito felice. Le parole-chiave di questo canto, razionalmente percorso ad occhi secchi, sono tutte negative, dalle mancanze del primo verso all’assenza della fine. Si ritorna alle stanze vuote, divise in spazi di solitudine assoluta. Si ripercorrono viaggi, memorie, perdute immagini di amori-fantasma che si sovrappongono senza sostanza, senza baciare altri percorsi, altri treni, poi – circolarmente – si ritorna alle case originarie dell’inizio, alle stanze vuote di domani e la fine è

                        l'attesa di tutto – ancora l'assenza.

Un domani che si perde nella stanza.

A fine percorso del libro ormai una lucida razionalità, senza disperazione.

 

 

Marvi del Pozzo 

 

Cristina Polli legge "Autobiografia del silenzio - l'orco e la bambina" di Cinzia Marulli (Ed. La vita felice 2022)

Autobiografia del silenzio è un titolo che invita a riflettere. Due nomi che hanno in sé correnti profonde, magma che ribolle, movimento continuo di faglia e di morena e poi stasi, interrogazione, quiete. Arriva il momento del dire, rivelazione e svelamento del vero, di ciò che perennemente abbiamo sottopelle. Il silenzio è il luogo in cui l’evento si è radicato per poi affiorare e manifestarsi nell’unico modo che consente a chi scrive e a chi legge di ricevere la rivoluzione interiore del cambiamento: la poesia. Fiume dai molteplici affluenti, lascia scorrere nelle sue acque ciò che volontariamente si tace, il non detto e, insieme ad esso un altro tacere, è quello che segue l’indicibile, il trauma, è il tempo in cui si deve tacere perché la persona interrotta si ricomponga. La parola, necessaria a individuare il male, a confinarlo in una incarnazione contingente, la parola che rappresenta e mette in scena la ripetibilità fittizia, salvifica, catartica, arriva mano a mano nell’ascolto accogliente che genera fiducia, e nel suo percorso può recare il dono della trasformazione, diventare poesia, ricostituire il sé e il mondo.
All’inizio del percorso di lettura è posto il sottotitolo, L’orco e la bambina, come segnale del luogo impervio e scosceso in cui la parola prende le strade multiformi del dire poetico. Dapprima le pagine dei dolci ricordi dell’infanzia, i gesti semplici delle ricorrenze, le piccole attenzioni. A dicembre arrivava sempre il vestitino nuovo comprato nel negozietto vicino Fontana di Trevi: lanetta rossella con il corpetto a nido d’ape e i fiorellini ricamati che ci stavano proprio bene con i calzettoni di pizzo. Il giorno dell’Immacolata si inaugurava tutto per la passeggiata con papà fino alla madonnina di piazza Mignanelli (p. 17)

 Si torna bambini, ci si rivede piccoli nelle parole dell’infanzia, riconosciuti e amati in una passeggiata che diventa importante perché si fa con papà, perché la festa è sacra, come sacro e puro è il trascorrere del tempo segnato dai rituali della famiglia.  La vita della famiglia è cementata dall’affetto e dalle abitudini quotidiane di leggere, commentare, ascoltare: la mamma legge l’Orlando furioso alla bambina che ascolta attenta. La bambina del tempo innocente, bambola negli occhi amorevoli dei genitori, piccola scolara dai grandi occhi scuri che sale emozionata le scale della scuola. Poi la forma cambia e il dire si distilla nell’alambicco del verso: è qui che si concreta la duplicità dolorosa del dentro/ fuori, la coscienza dell’accaduto che corrode, è qui che prende corpo la verità del dolore (p. 22):

 

la confusione nella testa

le gambette tremanti 

 

in pochi istanti il male

il male per sempre.

 

Bambola, quindi, dopo l’evento indicibile, ma con altra connotazione, oggetto usato, voce inascoltata, bambina violata, incredula e confusa, prigioniera di una colpa suscitata da una bieca manipolazione che la impietrisce nella sofferenza, bambina che vive il dramma di non meritare amore. Il mondo dei grandi è incomprensibile, disgustoso: quel giorno le caramelle/ avevano il sapore osceno dello stupro (p. 23). Versi che sono quasi un landay, una voce che torna qui nel buio, accompagnata dalla donna che la bambina è diventata, per cantare dolore e denuncia. E che della bambina rivive gli interrogativi:

 

Cosa fanno i grandi come giochi?

L’orco cattivo a volte ha gli occhi

azzurri di un principe. (p.25)

 

 Ci vuole tempo per concedersi di tornare persona, per perdonare la bambina indifesa col suo macigno di colpa sul cuore, il tempo lungo di un amore coltivato con tenacia. Di questo amore ci fa dono Cinzia Marulli. È un amore che si esprime come creazione e comunicazione, cura sensibile delle creature fragili che l’autrice ha sempre avuto a cuore, ricordiamo la raccolta La casa delle fate, La Vita Felice, 2017, con il quale ci conduce all’interno di una casa di riposo accarezzando la caducità umana nei suoi versi. In Autobiografia del silenzio la poesia di apertura ci rivela un intento programmatico, ci avverte che stiamo attraversando una soglia infernale per entrare in un luogo di dolore e non ci lascia scampo perché, ci avverte, Può avvenire - ed è accaduto -/ che l’orco cattivo esista davvero, ma non ci lascia indifesi davanti al mostro perché ha imparato ad amare oltre il dolore: ma per poterne parlare/ ha dovuto perdonare// ha dovuto imparare ad amare. Il dato biografico è trasceso nella guida amorevole di colei che ci guida, come un Virgilio che mostra e prende per mano per condurre ad altri luoghi più degni dell’umano.  

 

Roma, 10 giugno 2022

Cristina Polli

martedì 24 maggio 2022

Luca Perrone su "Sibilla" di Zahira Ziello (Terra d'Ulivi Edizioni 2021)

Sibilla strappa l'assoluto. Accartoccia le fondamenta, disabilita la convenzione. Il lettore di poesia si ripara dal freddo e si nasconde. La certezza di aver individuato il genio benigno, il suo officiante preferito, lo cela e lo riscalda. Ma Sibilla è il dove del dopo. La dimostrazione che morale ed estetica possano coincidere: tutt'altro che scontato. Gesù Cristo avrebbe impressionato davvero soltanto se avesse ceduto alla trama poemi, piuttosto che parabole.

Questi oracoli confermano a qualcuno che sia cieco, ma senza traccia tattile di Omero, un assunto parossistico mai scomposto: ispirazione è una intelligenza tangibile, che tutto ammanta senza lasciare ai profani alcun margine di abbruttimento. La poetessa è sacra. Davvero ben lungi dal più canuto tra i mortali

 

L.

 

Ti guardo

e le mie vene

si srotolano dal cielo

 

Mi guardi

e le tue vene

si srotolano fino al cielo

 

Peraltro pare consapevole in abito composto. Costume. Delicata e diafana o astuta e pagana, la poesia di Zahira Ziello si incastona impercettibilmente nel gioiello parto d'artista, destinato al più prezioso dei diamanti neri. A proposito di vene. Vi sono computi perfetti, più o meno celati tra le molte pagine della raccolta, volti a dimostrare un assunto originale: la metà alta del cielo maneggia la razionalità con destrezza di ladro. È sufficiente togliere. L'altra metà pare non darsi conto, immersa spesso tra l'ingombro del superfluo, che si tratti di materia-parola o di quell'altra.

La colpevole consapevolezza riguardo i flussi terrestri dell'estasi, l'infinitamente piccolo, rende possibile saturare l'epifania di questo libro per mezzo di significati, che nel migliore dei mondi non sarebbero concepibili, tanto perfetti e spesso struggenti sono i significanti che lo compongono.

Sibilla canta da sola. Una band che suoni rock progressivo: i Giano Bifrontman, poniamo. Due donne luminose come soli, giacché le stelle sono troppo eteree. Una urla e scalcia insulti e l'altra esegue perfette triplofonie. Poi si scambiano ed entrambe sputano. I Cerbero magari, ma forse sarebbe pretendere troppo.

 

Celere

Sono un eccesso di pause

fisicamente grasse

e inmpropriamente collocate

 

Annaspo nello zucchero

che non mi fu dato

 

"Maledirò la brevità

del salto con la sua disfatta,

il tono basso dello slancio,

Te mancanza mia

 

Appare chiaro che qualcuno sia infine riuscito a poetare, per mezzo della sperimentazione punteggiaturiale©. Il magismo dell'idea ha scoperchiato il tempo, compresso dagli dei nell'unico istante privo di tormento, che un essere umano possa contare. Mancanza, soli quattro anni fa, fu il titolo della prima silloge di Ilaria Palomba. Ilaria Palomba martedì tre maggio duemilaventidue ha deciso di volare, questa volta senza ali, dal quarto piano di un edificio. È sopravvissuta a causa della brevità del salto di cui all'enjambement della Celere appena letta. L'ideazione suicidiaria ricorre come un vessillo nella raccolta di Ziello. Cifra sempiterna delle lettere, trova sperticato e fertile terreno nell'attuale generazione di poeti

 

Schiacciato

 

Schiacciato dal peso della terra

degli angeli che frugano fra frammenti di ossa.

Intasato da fischi di trombe mutate

da tranci di fegato di marinai ubriachi.

Come un profeta sifilitico urlo

alle vertebre di gemere e soffocare.

 

Gabriele Galloni amò peregrinare tra cripte e ossari e obitori. Cercò il proprio palcoscenico mai pago, furioso, vivo. Un cuore troppo forte e tracotante per resistere alla propria divinità. Violenza perpetrata contro sé stessa. Vettore di vettore: bellezza. Il presente della ritualità poetica è soverchiato dall'afasica tirannia del monotono arcobaleno apatico. Nati sul fondo atro di un abisso viscoso e truce, questi poeti. Potenza di gambe infrante e spezzate traina scafandro di carne all'ariosa luce. Ci puoi appendere il cappello.

La delicata eleganza dell'impianto metaforico di Ziello appartiene a una dimensione che i frammenti suggeriscono propria dell'antico apparato misterico. La poetessa ne ha coscienza assoluta. Non è forse il titolo conciso ed eloquente?

 

Sibilla

 

È sibilla

i satiri che le marciano in testa,

ha la violenza dei padri:

un bastone fra le mani

É blasfema

nonostante faccia l'amore al dio

tutti i giorni

ha l'odore di orchidee morte secoli fa.

 

Assistiamo a un rituale di fattura complessa e perfetta. Eros primordiale scaturisce con forza dagli anfratti superiori della penna, senza lordare il volto di questo inchiostro sanguinario e indelebile.

A chi giova la frase in prosa, che blindi la fuga lacera di ogni imene? Qualche secolo vede scontrarsi sul tappetto i generi più diffusi, in cerca di equilibrio. Diritti, doveri. Quasi essere non fosse esistere. La volontà soverchiata dal respiro, che peristaltico tuba al cuore capitali d'attimi divinati o aspersi. I primi quattro versi della poesia appena trascritta dirimono sereni il nocciolo di ogni questione. L'estrema sintesi lirica, la violenza del modello astronomico del buco nero, ma blu.

Il luogo e il tempo dai quali immagini irradiare il fascinum di questi guizzi, mai squilibrati o sbilanciati, giace immobile e assorto e distante da qualsiasi considerazione in merito al sesso della sua autrice. Il profumo però si avverte:

 

Insonnia

 

Il sole puzza,

mi allatta per non farmi piangere

ma tremo, casco, mi strazio

per la pessima ninna-nanna;

non so dove nascondermi.

 

I must find a place to hide

 

J.D. Morrison, senza dubbio il più grande tra gli anglofoni del proprio tempo. L'introduzione di The Soft Parade, ultimo album in studio della band. Non ti preoccuperesti più di tanto, se non fosse che Sibilla costituisce l'esordio pubblico di Ziello.

 

Appaiono le ossa un po' ovunque tra le benedizioni (poche) e gli anatemi che compongono l'opera. La poetessa non si pone il problema di mostrare al pubblico la propria dimestichezza con l'Opera. Si tratta certo di una strega, permeata del dono della veggenza quale compendio e accessorio di una esistenza improntata al più frugale tra i coraggi e una sincerità ostinata. Le ossa. Vertebre e costole.

Ciò che di spezzato sostiene il quartetto tronco dei poeti vivi. Non sarebbe dovuta atterrare in un luogo così affiorato e priva di orchidee fresche.

 

L.

 

Grida come se fossi dentro

ascolta quel che

l'umido ti risponde

Se hai male

strappale le costole

dal petto

Leccale via la vita,

non ha altro da offrirti

 

Di Eva certo, ma anche d'altre costole: la lirica a pagina cinquantaquattro le contiene scomoda come un corpetto, sebbene elegantissima. La rivelazione illumina il volto del maiale cui tendi ad associare queste specifiche ossa, quando il libro più stampato del pianeta non ti vede generato da una parte occulta di qualcosa d'altro, che c'entri veramente poco con la tua nobile e sofisticata natura, la raffinatezza della tua indole, talvolta malvagia. Sovviene il flauto che suonano i morti nella luce in cui cadono, musica esclusiva, l'orecchio di Gabriele Galloni.

Zahira, in questa silloge, che ci avverte dell'entrata in scena di una incantatrice veggente, una guerriera maga, in maniera piuttosto umile e disinvolta si specchia nella Commedia del Sommo. Soltanto per carpire l'essenza dei lineamenti spigolosi e croccanti del proprio volto.

Nel libro, sostanzioso e foriero di fame atavica, ricorre discreto e sibilante e sibillino il suono delle porte, dei muri, della polvere, della detonazione. Ma questo lo considero un argomento privato, da discutersi in cima a un panorama vertiginoso e squassante, lontani da telefoni e altre tecnologie.

E poi giù al fiume, ad annegare la ninfa petulante.  

 

Luca Perrone

 

 

 

 

 

lunedì 16 maggio 2022

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Autobiografia del silenzio - l'orco e la bambina" (Ed. La vita felice 2022)

Quegli occhi grandi e scuri che il primo giorno di scuola salivano coraggiosi le scale del futuro sono quelli, ugualmente limpidi e coraggiosi di Cinzia Marulli, sono gli stessi di una donna meravigliosamente consapevole e forte che, dopo cinquant’anni circa di sofferenze interiori celate a tutti, ricostruita nella sua identità e nella sua interezza, osa raccontare lo strazio della sua infanzia perché certi delitti nei confronti dei bimbi non avvengano più, agevolati spesso da un silenzio di innocente vergogna dei bambini, dall’omertà colpevole degli adulti. Da quanto affermo risulta evidente l’importanza del messaggio civile educativo, sociale, del tema proposto che già tocca di per sé le corde del cuore di chiunque abbia un minimo di umanità e di senso etico, ma non è questo aspetto che potenzia nel lettore, in progressione geometrica, la commozione, l’accoramento, l’adesione emotiva in toto al libro e al racconto di questa vicenda.

Mi piace valutare la cinquantina di pagine dell’Autobiografia del silenzio sotto l’aspetto letterario, quindi artistico e poetico, perché solo così si chiarisce il motivo di questa nostra assoluta condivisione di lettori.

 È un libro di composizione perfetta di rarità (quasi unicità), ove forma stilistica, sostanza contenutistica, emozione, architettura compositiva si sposano alla perfezione. La rarità consiste nel fatto che quello che sembra un equilibrio raggiunto con diligente studio e abilità tecnica letteraria è invece naturale. Deriva dalla dote dei veri poeti di fare cantare le parole prima nell’anima piuttosto che sulla carta, a tavolino: è qualcosa che è nel DNA fin dalla nascita e viene fuori prima o poi, che piaccia o no. Prima di studiare e affinare le conoscenze tecniche, un artista già c’è o non c’è: del resto Mozart bambino già era un ‘enfant prodige’ , anche se ovviamente non poteva avere l’esperienza e le conoscenze tecniche per comporre un concerto come il 466 o il 488! Quello che voglio dire è che un esperto, o anche solo un amante di poesia, capisce al volo quando c’è la marcia in più della bellezza autentica, spontaneamente naturale, ed è questo che colpisce in modo indicibile e particolare.  È del resto l’effetto del sublime catartico dell’Arte. Qui le parole di Cinzia ci scuotono nel profondo: noi diventiamo lei, bambina vilipesa violata, ma lei sa che, tramite la sua poesia, lei può diventare noi; può identificarsi nella forza prorompente di solidarietà e d’amore di noi donne lettrici, forse laicamente un cuor solo, un’anima sola, peculiarità dell’amore di cui parlano le sacre scritture.


Mi piace questa immagine legata all’amore, perché è questo sentimento che permette di vincere su male, aberrazione, crimine, follia. E del resto, come dice Cinzia, ci si salva solo con l’Amore. La sua resurrezione è nata amando e perdonando. Ribadisco: è un percorso tutto laico, umano, non trascendente o religioso; per questo, a parer mio, vale molto di più per esemplarità e forza morale.

Volutamente, in via eccezionale, evito di proporre ai lettori di Letture condivise un florilegio di versi o di brani poetici che identifichino le sezioni del libro. Mi sembra lesivo dell’opera estrapolare parti da questa cinquantina di pagine: sono poche e vale la pena di avere una visione d’insieme che, come ripeto, alternando prosa e poesia, raggiunge una completezza emozionale particolarmente intensa e una struttura stilistica mirabilmente efficace. Mi sento di lasciarvi tuttavia con una poesia che, pur non essendo l’ultima del libro, pare concludere idealmente il cerchio di questa vicenda, dilatando davvero l’anima di tutti noi.

 

Quello che è stato è stato

il male è indietro

 

la vita ha vinto sulla vita

dall'interno la luce

ha dipinto di sole

la cicatrice

 

nessuno ha potuto offuscare

l'amore

quell'amore che cresce

nel mio grembo

e che ha il volto meraviglioso

del bene.

 

Questo breve libro è un dono prezioso per noi stessi e per le persone che amiamo.

lunedì 25 aprile 2022

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Sembrava il Sole" di Carola Allemandi (Le gemme 2022 - Ed. Progetto Cultura)

foto di Piero Ottaviano
La collezione di quaderni di poesia le gemme delle Edizioni Progetto Cultura ha il merito di proporre ai lettori, e quindi diffondere, il lavoro poetico di autori contemporanei – meglio se giovani – che, seppure non alle prime armi per ispirazione poetica e capacità stilistica, non hanno ancora dimestichezza con consuetudini editoriali. Aiutare in questo modo chi poeticamente vale è un’opera apprezzabile, in quanto forma di mecenatismo dei nostri tempi degna di considerazione e lode in un ambiente in cui l’egocentrismo regna e il ‘collega’ talentuoso è subito visto come ostacolo, o comunque come ipotetico avversario.

Carola Allemandi è una giovane venticinquenne torinese, artista fotografa di successo le cui mostre personali e collettive sono già apprezzate a livello internazionale, critica d’arte scrive e collabora ad importanti riviste del settore. In poesia il suo Sembrava il sole è opera prima, ma già di notevole maturità, tanto che figura tra i giovani autori presentati sulla rivista […..]

Quali sono le peculiarità di questa autrice tali da sorprendermi e spingermi a proporne la conoscenza?

In primo luogo alla lettura sorprende l’originalità del linguaggio, una forma espressiva fortemente caratterizzata da accostamenti lessicali arditi, da una sintassi sincopata, talora persino sconcertante sotto l’aspetto prettamente logico, ma illuminante da un punto di vista evocativo. Ci si ritrova, a partire dalla suggestione delle parole, a vivere situazioni del cuore perfettamente comprensibili in maniera ana-logica, il che è prerogativa della poesia autentica: il discorso razionale lo capisci con l’intelletto, puoi più o meno condividerlo, ma quello intuitivo (ana-logico appunto) diventa emozione, la tua emozione, quindi parte di te per un momento breve o per sempre… e senti che la magia della poesia si compie, nella sua stranezza, nel mistero dell’accadimento prezioso non solo per chi ha scritto, ma anche per chi legge. Quindi la poesia di Carola, talora persino destabilizzante sotto l’aspetto linguistico, non ci chiede affatto di farne una perifrasi da scuola, ma di seguire le stelle comete delle emozioni, come ben dice lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo ultimo magnifico libro L’agonia della psichiatria uscito un mese fa.

Solo allora entriamo realmente in relazione col testo e con l’autrice, attraverso l’intelligenza del cuore, fino a immedesimarci col sentire di lei.

 

Tornare allo stesso sogno di prima

ci fa sparire nel paesaggio

mattutino: nel gioco di un fremito

sorprendo il sussurro dei nervi,

tutto quello che trema in questa stanza.

 

*

Quando la mia ombra ti entrava negli occhi

faceva rabbrividire, lecito

custode; ogni altra cosa scompariva

e alla memoria non restava altro che

il cielo in terra, e ciò che non si dice.

 

*

Capitava che la risposta fosse

il cielo stesso, le ombre che formava

ondulate di noi interi e senza mai

del tutto lasciarsi comprendere.

 

*

Volgendo le spalle al pendio roccioso

le nuvole avevano la lentezza

degli angeli e la nostra. Ti vedevo

stringere un patto con ciò che non eri,

a nessuno dire - Manca un respiro

alle cose terrene, è un'illusione

questa tua. - E il tramonto era il nostro umore.

 

*

I giorni passati sono ormai veglie

consacrate, lo è il fuoco prematuro

in questa casa; nel suo crepitare

vi è come una premura: la suprema

grazia di una parola udita, e basta.

 

Altrove ho già detto che Carola ha come compagna dei vent'anni la parola poetica. Ne coglie la portata, immaginifica e con­sapevole insieme, quella capacità di vivificare la realtà, animarla, crearla e ricrearla. La sua poesia non offre solo una voce alle inquietudini del vivere, ma riesce a darne quasi una connotazione morfologica, sensibil­mente fisica.

 

Per passare alla tematica dell’autrice, io rilevo tutti gli stati d’ansia, di squilibrante malessere dei ventenni di oggi, aggravati da più di due anni di pandemia, che ci ha portato tutti all’isolamento, alla stanchezza di vivere, assediati costantemente dal pensiero e dalle immagini di morti repentine, possibili per noi tutti, all’improvviso.

I giovani molto di rado pensano alla morte, ma piuttosto – giustamente – alla vita davanti a sé, alle realizzazioni, alle speranze. L’isolamento dovuto al lavoro individuale da casa, la mancanza  di rapporti umani nel tempo libero, l’impossibilità di una conduzione di vita ‘normale’, sono situazioni che aggravano nelle anime di più acuta sensibilità quella necessità di trovare risposta ai problemi esistenziali propri dei giovani di tutti i tempi, ma oggi ancora più pressanti per la fluidità delle sicurezze e dei valori, per il relativismo in ogni campo, per la mancanza di punti di riferimento di coerenza e di responsabilità.

La poesia di Carola, psicologicamente, è protesa a scavare non solo nei propri problemi interiori, ma si interroga sul senso della reciprocità di rapporti umani che si vorrebbero costruire autentici in ogni campo, ma che troppo spesso si dimostrano insoddisfacenti in quanto si impoveriscono per fragilità di impegno, per paura di assunzione di responsabilità, per inconsistenze originate non si sa neppure come né perché. Ritengo che questa poesia scarna, rapida, efficace, dipinga perfettamente il malessere dell’incomunicabilità dei nostri giorni, ma si ponga anche come un grido di allarme. La positività si rivela nell’anelito a un cambiamento, proprio e altrui, verso l’obiettivo comune: la legittima aspirazione all’amore, alla realizzazione personale, alla felicità che, per essere realmente tale, deve svilupparsi non in modo univoco ma nella relazione con gli altri, perché noi siamo un colloquio (Eugenio Borgna). Non siamo nati per essere soli.

 

Fa freddo a essere vigili nel mondo

 di veglia e più vigili su una terra

che dorme: fa freddo a staccarsi da sé,

scossi anche noi dormienti dal vento

che passeggeri ci solleva appena.

 

*

Qualcosa è successo: come quel giorno

di Sicilia i capelli intrappolati

tra le ciglia suggerivano forse

il sentimento: più di ciò che siamo,

di accorgersi della solitudine

nell'essere impotenti a se stessi

tra i rumori sordi delle palpebre.

 

*

Lasciar andare la terra è cullarsi

in altri luoghi, è precipitare al di là

di noi stessi; l'aspetto soffocante

del conoscersi, il primo desiderio.

 

*

Ultimo agli sguardi il nostro tempo

s'apre ancora senza giustificare

le nostre coscienze: qui si incarnano

i sogni remoti di chi non siamo,

la fortuna di vivere una danza

sopra specchi resistenti - Eternità!

 

Queste le parole di una ventenne di oggi che, attraverso la consistenza delle delusioni, conosce se stessa, plasma la sua identità ‘adulta’ e attraverso la via dell’arte, la fotografia, la poesia, cantando le sue vicende paradossalmente si allontana da sé, fa comprendere che la parola poetica comunica, rigenera, avvicina agli altri, fa sentire ai lettori che esiste un Oltre per tutti.