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sabato 23 aprile 2022

Anna Maria Curci su "Distrazioni " di Cristina Polli (Edilet Edilazio Letteraria 2021 - prefazione di Patrizia Sardisco)

Posare lo sguardo su ciò che si allontana – per «sorte e oltre» - dal centro trionfante di vezzi e lodi, profusi e consumati in vorace transitorietà gli uni e le altre; lambire, poi attraversare, accarezzare perfino, il margine, la periferia, la diramazione, dall’orlo esposto all’erosione fino al rischio dell’evanescenza; cercare il proprio canto nel confine incerto, nel trascolorare da tono a tono, nel trascorrere quasi impercettibile di stato e di parvenza: da questi moti, da queste scelte scaturiscono le Distrazioni di Cristina Polli. 

L’esercizio dello sguardo e la modulazione della voce si estendono e si avventurano, per “affinità elettiva” e, torno a sottolineare, per scelta, in virtù di una decisione programmatica, in regioni insieme consuete e inesplorate, quotidiane e remote, con un ardire non proclamato, ma praticato. Se l’io lirico si lascia attraversare dalla «bellezza muta» di ciò che si manifesta alla percezione, esso è ben consapevole, d’altro canto, della «ripetizione» incessante del tormento, dell’essere corrosi, erosi, dilaniati.

Osservazione  e riflessione sull’esistenza coesistono e. nutrendosi e animandosi con reciprocità che si sviluppa e si rinnova, danno vita a quadri-componimenti, momenti e parti di un mosaico visivo, sonoro, vivido e vibrante di simboli.

 

L’attesa, l’attenzione, la meditazione sono doti che, ricevute all’inizio del viaggio nell’esistenza, vanno coltivate con cura.

Si percepisce in ogni testo della raccolta una chiara etica dello stare al mondo, come creatura e come coscienza, dinanzi e dentro alle epifanie, come testimoniano, già dai rispettivi nomi, le cinque sezioni nei quali i testi sono organizzati: Il tempo dell’attesa, Ritratti, Finestre, Conversazioni, Graffi.

Passaggi tra paesaggi, orme esposte all’alternarsi delle maree, segni incisi e patiti, che sia carta, corteccia, carne: l’universo poetico di Cristina Polli, le sue sponde, le sue brume, il mare, l’acqua, la pietra, ciò che si era già palesato con un sentire profondo e un dire incisivo sia nella raccolta d’esordio Tutto e ogni singola cosa (EdiLet 2017) sia nel poemetto Quando fioriscono le tamerici (FusibiliaLibri 2020) torna a manifestarsi in Distrazioni, tuttavia con un accento posto programmaticamente, mi sembra di poter osservare, sull’esercizio dello sguardo, di uno sguardo desto, non giudicante, di uno sguardo che può apparire a volte meno attento, distratto, ma proprio perché assorto e sempre intimamente legato alla «rotta inversa» e alle «rotte scomposte» di percezioni, pensieri, peregrinazioni della coscienza. Importante novità questa e, come fa notare Patrizia Sardisco nella bella e illuminante Prefazione, passo ulteriore rispetto all’urgenza, alla «necessità di nomina della vicenda arcaica di un io pietrificato». È una poesia che ha fatto tesoro di quanto la stessa Cristina Polli scriveva in Quando fioriscono le tamerici: «benedice la sottrazione».

Nell’universo di Distrazioni propongo un breve itinerario che ha come tappe cinque componimenti, uno per ciascuna delle cinque sezioni.

 

Dalla sezione Il tempo dell’attesa

 

PRELUDIO

 

Ci vorrebbe un ritorno

una traccia

bianca di passi e la sosta,

la sosta di una strada in attesa

d’un incrocio di luce.

Sul silenzio la morena del tempo

il respiro di un precipitare.

 

Preludio si presenta già nel titolo come una poesia che intende accostarsi alla composizione musicale. Come in una composizione musicale, le singole battute vanno a costruire una melodia, nella quale riconosciamo, come accenti nella singola battuta e come motivi ricorrenti, le parole che animano la poesia di Cristina Polli e che ne costituiscono gli elementi fondanti: desiderio del ritorno, attesa, sosta, silenzio, respiro.

 

Dalla sezione Ritratti

 

RIPETIZIONE

 

Si è aperto tra i rami il giorno incerto

ho destinato alle carte la mia poca energia

il resto l’ho dato in pasto all’avvoltoio

che non sa perché mi scarnifica il fegato

ma mi guarda e ha negli occhi un’innocenza

crudele e mi presta cure per dilaniarmi ancora.

 

Ripetizione si apre con un endecasillabo perfetto e prosegue con versi lunghi, vere e proprie sequenze tra il descrittivo e il narrativo. Anche se il suo nome non viene pronunciato, è Prometeo ad essere accostato, con il suo supplizio eterno, all’io lirico. I verbi “scarnificare” e “dilaniare” sono i segnali di una condanna che accomuna la figura mitologica e l’io che si rivela tra i versi. Prometeo non nominato, eppure qui centrale, malgrado nelle versioni del mito fosse un’aquila e non un avvoltoio a divorargli il fegato, non è certo il ribelle, lo sprezzante enfant prodige dell’inno che Goethe scrisse nel suo periodo Sturm und Drang, ma sembra invece lanciare uno sguardo d’intesa a Prometeo, brevissimo racconto che Franz Kafka scrisse nel 1918. Kafka riferisce di «quattro leggende» relative a Prometeo inchiodato alla «montagna rocciosa», fino a divenire una sola cosa con la pietra. È la chiusa di quel racconto, che riporto qui nella traduzione di Ervino Pocar, a illuminare la sua vicinanza con uno dei temi fondamentali nella poesia di Cristina Polli, vale a dire la pietra, con i suoi compagni inseparabili, presenti, persistenti eppure ineffabili, ovvero il lavorio su di essa e la sua resistenza: «Rimase l’inspiegabile montagna rocciosa. – La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare nell’inspiegabile».

 

Dalla sezione Finestre

 

CALLIGRAFIA DEL SILENZIO

 

È caduta per me

la foglia sull’asfalto.

Non so la foglia

o l’albero esile

da cui si è lasciata prendere

scrivendo un volteggio

senza vento.

Calligrafia del silenzio

che di bellezza muta

mi attraversi.

 

In Calligrafia del silenzio l’ineffabile si manifesta come una foglia che cade sull’asfalto. Il moto proprio della caduta – si tratta di un «volteggio/ senza vento» si lega, tuttavia, a una inaspettata e prodigiosa finalità: è la precisazione «per me» ad accompagnare il movimento. La rotta tracciata dalla foglia non è una linea retta, ma disegna una danza e scrive, manifestando muta la bellezza, il silenzio.

 

Dalla sezione Conversazioni

 

PASSAGGI

 

Oggi si stende l’inverno

tra il cielo e la terra, e io

come una bambina distratta

attraverso passaggi, margini

e brume che smemorano

sull’intonaco scrostato.

Eravate e non vi conoscevo.

Restate come nebbia tra i rami

scabri dell’albuccio, tremori di foglie

che sospendono il corso del giorno.

 

Il passo a lato rispetto al centro permette di cogliere fenomeni sul confine, ai margini, attraverso i rami spogli del pioppo bianco in inverno. I fenomeni, individuati se non addirittura “divinati” come presenze, si fanno strada tra le brume, si porgono alla percezione, e quindi alla conoscenza, in guisa di transiti e di mutazioni. Passaggi, come recita il titolo della poesia. Eppure c’è un momento in cui lo scorrere, l’attraversare si ferma, resta e sospende «il corso del giorno». È proprio alla «bambina distratta» - forse più de-centrata che deconcentrata – che spetta l’occasione di donare una veste poetica a quel momento.

 

 

Dalla sezione Graffi

 

 

LA SORTE E OLTRE

 

Veste lacerata

taglio sfregio orlo

lembo da ricucire

rete che afferra la sorte

che nega l’oblio

crepa della voce

varco di preghiera.

 

La sorte e oltre racchiude in sette versi scanditi con eguale misura – sono sette senari – un inventario che attira a sé, coniugandole, qualità opposte: è sobrio e solenne, semplice e carico di simboli, compiuto e volto a una prosecuzione. Tra i termini, con i sostantivi che costituiscono la netta maggioranza, sono quelli afferenti a tre campi semantici che si intrecciano, si danno il cambio e si ricombinano: la tessitura (veste, orlo, lembo, rete), lo strappo (lacerata, taglio, sfregio, crepa) e la ricomposizione (ricucire, varco di voce, preghiera). L’inventario si rivela allora una dichiarazione di poetica, la difesa appassionata di una poesia che «nega l’oblio», «afferra la sorte» e, in virtù di una «preghiera» che si manifesta come “canto alla durata”, crea e oltrepassa il varco.

 

Anna Maria Curci

domenica 10 gennaio 2021

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Opera incerta di Anna Maria Curci (Edizioni L'arcolaio 2020)

Oggi voglio accostarvi alla lettura dell’ultimo volume di Anna Maria Curci, con buona dose di temerarietà da parte mia, in quanto sono ben consapevole che un testo di tale profondità, multisfaccettato, ricco di svariate chiavi di lettura, di riferimenti storici e culturali, con scrittura di plurilinguismo multiforme, non possa in questa sede che apparire riduttivamente amputato. Ma ritenendo io che, come il sole è integralmente sole anche in un suo solo raggio, che ne contiene tutta la sostanza di luce e calore, così io ritengo avvenga per la Poesia che se è grande dona, anche tramite esame frammentario, tutta la bellezza dell’arte e soprattutto quell’incanto emozionale, quella pienezza dell’animo che arricchisce il lettore e lo invita, dopo la fase sentimentale, a riflettere e auspicabilmente ad operare scelte più consapevoli nella propria vita.

La poesia di Anna Maria è complessa e sfugge alle definizioni: è lirica ma non solo lirica, è civile ma non solo civile, è classica, nel senso che getta un ponte con grandi del passato che rivivono in lei, ma non è solo questo, perché il suo è lo sguardo di uno storico che fa tesoro del passato per prevedere il futuro. Il suo obiettivo è cercare di migliorare i tempi a venire, alla luce di eventi storici tragici che devono insegnare qualcosa all’umanità. Ma tutto avviene con leggerezza, definita da parole chiave che sono: sorrisi, attraversamenti, cadenze di un remo, passaggi, attese, silenzi, illuminazioni. L’approdo è la luce, l’illuminazione materiale e metafisica. È una poesia impalpabile, fatta di cose accennate, evanescenti, non di messaggi gnomico-sentenziosi, totalmente assenti qui perché lederebbero la poesia: sarebbe una contraddizione in termini ed Anna Maria, maestra dello scrivere, lo sa bene.

Prima di segnalarvi i versi, invito a leggere e a meditare la splendida Postfazione al libro di Francesca Del Moro. È una guida alla complessità di questo libro, veramente inimitabile, di aiuto a svelare riferimenti culturali preziosi ma talora un po’ criptici ed alcuni rimandi di non agevole interpretazione.

 

L’autrice spiega nella sua introduzione il significato del titolo: è il plurale latino di opus incertum, termine architettonico antico, in cui le pietre da costruzione non vengono affiancate l’una all’altra ma sovrapposte ai bordi per aumentarne la solidità costruttiva. Io vorrei affiancare anche il termine, usato nel giardinaggio, ove opus incertum è costruzione stradale o di vialetti in cui, tra pietre di diversa forma e dimensione, si lascia uno spazio libero in cui cresce l’erba viva, o incolta o seminata all’uopo. Così è la poesia infatti, inesauribile, mai limitata, viva e vitale.

Ci sono le pietre, la parte sostanziale e strutturata, ma intorno a queste cresce anche dell’altro: la bellezza evocata ed evocativa, che nasce spontanea come l’erba appunto, la suggestione musicale, la libertà interpretativa offerta al lettore da parole mai univoche, mai perentorie. Insomma, quell’apertura all’oltre che è sempre determinante nell’arte. Questa ulteriore definizione di opus incertum aggiunge quindi un senso di particolare rilievo alle caratteristiche dell’opera poetica, alla sua essenza.

Dalla prima sezione del libro Barcaiola vi propongo:

 

Barcaiola

 

Siedi sull'altra riva e getti l'amo.

Io traghetto.

 

Nella scalmiera remo

bisbiglia con cadenza.

 

Lei, la tua mobile sostanza, smesse

le vesti torbide, mi accoglie.

 

Quando riprende il volo la speranza,

cocciutamente sai che non è fuga.

 

*

Di nuovo a casa

 

Di nuovo a casa

nella prima di avvento,

la luce aggrovigliata dentro ai vani

fa cenno di aspettarla.

 

Non ho fretta.

 

*

Del passaggio

 

Del passaggio non so,

tu affine anima mia,

meandri e pieghe e anse.

 

Lo slancio riconosco,

la luce tende braccia,

non si fa definire.

 

Si tratta di tre componimenti brevi ma densi di significato, filosofico ed umano, scandito in tutti e tre i testi dai versi finali:

 

Quando riprende il volo la speranza,

cocciutamente sai che non è fuga.

 

Non ho fretta.

 

la luce tende braccia,

non si fa definire.

 

Il passaggio, gli attraversamenti, sono spesso dolorosi, sempre faticosi, tant’è vero che il termine da noi usato per ogni cambiamento impervio da una situazione all’altra è crisi, che in greco antico definisce appunto lo stato di passaggio, anche traumatico, che ogni uomo alla ricerca della propria interiorità deve superare.

La caratteristica di Anna Maria è una consapevolezza di sé, conquistata con responsabilità pacata, con la leggerezza di chi riesce a vedere le cose come dall’alto, dal di fuori, con un sorriso che è forse di grazia più che di ironia sulle umane sorti. Mi è sembrato di respirare in questa sezione la pacatezza di certa filosofia orientale, il sorriso di Siddharta e del traghettatore, maestro Vasudeva, che gli insegnerà a percepire il fiume e quindi il mondo naturale, come essere vivente (macro-cosmo e micro-cosmo) in armonia con l’Universo.

 

Opera incerta è la sezione in cui sono raccolti testi di varia ispirazione, alcuni, bellissimi, suggeriti da letture (Cristina Campo) o traduzioni (Czechowski): il filo conduttore è l’incertezza del vivere, il dubbio metodico, il mettersi in discussione di fronte allo stesso proprio verso.

Da questa sezione traggo, per esigenza di spazio, solo due brevi poesie, esempi di compiuta creatività, perfetta sintesi di forma e contenuto, pur nell’estrema concisione.

 

Del saltimbanco

 

Il vestito di scena,

riposto e ripiegato,

mi guarda e tace.

 

Del saltimbanco

racchiude il ricordo

e non rinnega.

 

 

Kit di sopravvivenza

 

dosi massicce di sopportazione

sordina a false rivendicazioni

sguardo rivolto al cielo o a un filo d'erba

un libro spalancato o uno spartito

 

Mnemosyne è la sezione che prende il nome dalla dea greca, madre delle Muse, signora della memoria storica, colei che ispira ai poeti e agli aedi il canto di ciò che è degno di essere tramandato,  in quanto imprescindibile per la formazione delle generazioni future e per il progredire della civiltà. Anna Maria, con lo sguardo alla negatività della storia da cui emerge l’eroismo comune di tanti come noi, “assorbe il dolore per rilasciarlo come se la poesia potesse essere l’Angelus novus del quadro di Klee, con le ali trascinate verso il futuro ma lo sguardo fermo sulle macerie del passato”, come meravigliosamente commenta Francesca Del Moro.

Da questa sezione di alta poesia civile traggo due poesie commoventi, una dedicata a Bonhoeffer, il luminoso teologo, intellettuale tedesco, vero uomo di Dio, antinazista fermo, la cui origine aristocratica non salvò dalla violenza hitleriana; l’altra sui crimini contro l’umanità nei fatti di piazza Tienanmen:

 

Di grida omesse e canti gregoriani

per Dietrich Bonhoeffer

 

Solo chi grida per gli oppressi intoni

gregoriano canto d'armonia.

 

Trapassò l'assassino quella voce.

 

Oltre l'ombra è saltata tuttavia.

Mitezza senza posa è la sua forza.

 

Dice oggi: che cosa vuoi intonare?

Lo spurgo di coscienza del rigetto?

 

Scandisci cifre invece,

smaschera menzogna.

Sia umano il canto, voce dei sommersi.

 

*

Tienanmen

 

A quella porta della pace celeste

bussa spesso il pensiero e a due umani

che testimoni si fecero del nome

a caro prezzo, come sempre avviene.

 

Chissà dopo trent'anni dove sono

-  lui che schivava lui che saltellava -

 ­temerari di pace sulla terra

soppressi oppressi chiusi in manicomio.

 

Tu, giacca in mano e buste della spesa,

quale sguardo hai lanciato al guidatore

mentre gridavi: basta col massacro?

 

E tu, alla guida dentro il carro armato

- sorte compagna, direzione-ignota -

 ­no, tu non travolgesti la memoria.

 

Per finire in leggerezza, ma con la levità pensante che è anche una peculiarità di questa poetessa, dall’ultima sezione Di tanto azzurro, vi propongo due testi. Anche qui invito all’attenzione e il cuore del lettore alla folgorazione dell’ultimo prezioso verso, messaggio determinante del testo.

 

Così va azzurro l'oggi

 

Così va azzurro l'oggi

non cerco altre parole.

Si affacciano discrete

se offrono riparo.

 

Sui sentieri interrotti

non portano salvezza

rabberciare non sanno.

Duetta l'ombra con la luce.

 

*

Di tanto azzurro

 

Non so se sono ancora la bambina

che facevi volare nel mattino

nitido e freddo al sole di dicembre.

 

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola

dove da trafelata ti mutavi,

lingua-madre diventava il francese.

 

So che di tanto azzurro mi rimane

un fiocco, il cielo in testa e l'occhio desto,

pegno d'incanto, balzo, testimone.

 

Vi voglio lasciare con un messaggio breve e coerente di Anna Maria Curci e della sua poetica: è la quartina CLV di un altro suo libro del 2019, Nei giorni per versi. Vi dice tutto di lei!

 

CLV

 

Che sia ciascuno persona di pace,

non in pace. Nelle vostre parole

luce che sa del buio e dell'orrore,

mantello di serena irrequietezza.