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giovedì 5 ottobre 2017

Intorno a "Transiti nella Poesia" di Anna Maria Vanalesti (Aracne Editrice 2016)

La suddetta raccolta di saggi critici si offre alla lettura in modo fertile e piacevole lungo il corso di ventisette capitoli, dal Sommo Poeta fino a Giulia Perroni. E se posso aggiungere qualcosa alla notevole prefazione di Donato di Stasi, direi che “la bella critica” della Vanalesti evidenziata dallo studioso si rivela ad un tempo una fonte di mirabile freschezza esegetica: non spiegandomi altrimenti la grazia rigorosa e coinvolgente che mi ha avvolto nel bel mezzo dei percorsi critici del libro. I grandi classici, sappiamo bene, son tali perché presenti e vivi nella nostra vita; ed ecco come, all’altezza del secondo capitolo dedicato all’ultimo canto del PARADISO, Anna Maria Vanalesti sia in grado di farci assaporare l’accortissima “insufficienza della parola poetica” al cospetto della Somma Luce (non senza sottolineare l’acme stilistica raggiunta da Dante in virtù della famosa terzina “così la neve al sol si disigilla”). La finezza esegetica della studiosa non è da meno nel capitolo successivo focalizzato sulla “rimembranza in Petrarca”; tirandola in apparenza per le lunghe, la Vanalesti infatti fa toccare con mano al lettore l’ubbidienza, nel Canzoniere, di elementi contingenti e terreni alla logica ferrea di quel processo d’astrazione lirica che vede in Petrarca un maestro incomparabile e ineludibile. Ma è il capitolo quinto del volume, dedicato all’EPISTOLARIO leopardiano, ad aver suscitato in me il più vivo apprezzamento.
“E’ nelle lettere che si forma lo stile della prosa”, ci ricorda giustamente la studiosa in merito al grande Recanatese talvolta disperato in esse ma non patetico (puntualizzazione sacrosanta!)...tuttavia Giacomo un poeta proprio non riesce a non esserlo rileggendo -come felicemente suggerito dalla Vanalesti- un passo della lettera da lui indirizzata alla sorella Paolina (Bologna, 9/12/1825) laddove, raccontandole della visita a colei che in passato aveva servito in casa Leopardi, così si esprime: “Andai, trovai Angelina, che sentendo ch’io era Leopardi, si fece rossa come la Luna quando s’alza”. Qui sono grato alla studiosa non tanto per il riscontro circa l’ineluttabilità del grande Recanatese quale poeta della Luna; quanto piuttosto per avermi ricondotto nell’ipertesto verosimilmente sotteso alle parole leopardiane: “Luna…/ at si virgineum suffuderit ore ruborem” (Virgilio, GEORGICHE, Libro Primo, 427-30).
Risulta peraltro ben nota la competenza di Anna Maria Vanalesti riguardo ai testi leopardiani; e veramente lo spirito del Recanatese aleggia lungo lo sviluppo di TRANSITI NELLA POESIA con riferimento al costante richiamo, nel libro, alla poesia come “voce del cuore”: avendo bene in mente la studiosa in tutta evidenza il passo 36 dello Zibaldone in cui Leopardi dice del Monti: “Egli è un poeta veramente dell’orecchio e della immaginazione, del cuore in nessun modo”. A riprova del succitato spirito leopardiano che intride TRANSITI NELLA POESIA, il densissimo, rigoroso studio sul “sistema linguistico” di Elio Pecora; a parte infatti i “prolegomeni” leopardiani presenti in tale studio, c’è in esso una osservazione particolarmente efficace della Vanalesti che occorre qui rammentare, ossia quella relativa alla grande sobrietà di aggettivi nel ductus poetico di Pecora (del tutto correlata alla profonda eticità di questo autore). Quanto detto finora esprime in modo chiarissimo la suindicata fertilità di lettura indotta dal libro in oggetto; e qui lo spazio è particolarmente tiranno nel farmi omettere cenni a diversi capitoli di cospicuo valore critico (penso soprattutto a quelli dedicati a Pascoli, Campana, Pavese e Bertolucci). In ogni caso prima di concludere, mi piacerà ricordare almeno la bellezza del capitolo XVII dedicato al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini di Mario Luzi; giacché la Vanalesti stupendamente riesce a romanzare con esemplare sorveglianza la lirica trama del grande poeta toscano. E ancora, come tacere del capitolo relativo ad Amelia Rosselli (dal leopardiano titolo “Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso”)? rigorosa si rivela al riguardo l’analisi di una lirica come La passione mi divorò giustamente, vero manifesto delle poetiche altezze toccate dalla Rosselli. Infine, se la poesia è “voce del cuore” per Anna Maria Vanalesti, è altrettanto vero che questa nostra cara e grande studiosa trasfonde tutto il suo amore per essa in modo toccante a pagina 153 del libro dicendo: “qui bisogna mettersi con umiltà in ginocchio davanti alla poesia ed ascoltarne in silenzio i battiti e trattenerne con religioso stupore il respiro”. La lirica alla quale la Vanelesti si riferisce è La casa dei doganieri di Eugenio Montale, di indicibile forza evocativa. Ringrazio veramente di cuore l’autrice di questi TRANSITI pieni di grazia e autorevolezza critica.

Andrea Mariotti


venerdì 15 settembre 2017

Vi scrivo da un carcere in Grecia (Rizzoli 1974) - A quarant'anni dalla morte di Panagulis di Andrea Mariotti

Del tutto assente sugli organi di stampa più rilevanti in Italia -per quanto mi risulta- il ricordo della morte di Aléxandros Panagulis (primo maggio del 1976). Politico, rivoluzionario e poeta Panagulis resta storicamente figura di primissimo piano nella lotta contro la dittatura dei colonnelli in Grecia (colpo di Stato del 21 aprile 1967); nonché protagonista del celebre romanzo-verità Un uomo di Oriana Fallaci (prima ed.1979), che in tale libro narrò la storia di colui che per pochi e intensi anni fu suo compagno nella vita. Non sarà inutile qui citare il prologo del libro della scrittrice fiorentina “…La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti. Eccola, e tu mio unico interlocutore possibile, laggiù sottoterra, mentre l’orologio senza lancette segna il cammino della memoria”. Ma veniamo al titolo del presente scritto, che è quello testuale della silloge di Aléxandros Panagulis uscita in prima edizione italiana nell’aprile del 1974 per la Rizzoli (silloge pressoché introvabile oggi in libreria): un titolo folgorante, che immediatamente qualifica l’autore come scriptor rerum (e non potrebbe essere altrimenti!). Ora è importante ricordare il nome di chi ebbe a scrivere la prefazione della raccolta in oggetto: Pier Paolo Pasolini, il quale incontrò in Italia Panagulis dopo la liberazione dal carcere; avendo del resto già dedicato ad Aléxandros una bellissima poesia intitolata Panagulis, inclusa in Trasumanar e organizzar (1971), ultima silloge del grande scrittore e regista. Occorre sottolineare l’inevitabilità dell’incontro umano-poetico di Pasolini con Aléxandros Panagulis: al netto delle raccolte postume di un indimenticabile Pier Paolo in veste di saggista e critico letterario (riferendoci a Passione e ideologia, 1994 e Descrizioni di descrizioni, 1996 ; non figurando per l’appunto in esse il nome di Panagulis). Tuttavia esiste una poesia di Pasolini del 1966 dal titolo Poeta delle ceneri (pubblicata su Nuovi Argomenti; Roma, luglio-dicembre 1980); poesia dalla quale conviene estrapolare i seguenti versi: “Perciò io vorrei soltanto vivere/ pur essendo poeta/ …Vorrei esprimermi con gli esempi./ GETTARE IL MIO CORPO NELLA LOTTA”. Ecco. L’ultimo verso, appositamente evidenziato, ci spiega bene le ragioni poetico-umane per le quali Pasolini fu profondamente solidale con Panagulis, scrivendo fra l’altro la suindicata prefazione a Vi scrivo da un carcere in Grecia, il libro di cui ci occuperemo adesso da vicino; non senza avere rammentato che tale silloge, in Italia, venne pubblicata dopo quella del 1972 dal titolo Altri seguiranno: poesie e documenti dal carcere di Boyati (Flaccovio editore in Palermo; con nota introduttiva di Ferruccio Parri e dello stesso Pasolini, Premio Viareggio Internazionale). In Vi scrivo da un carcere in Grecia, da ricondurre per Pasolini cronologicamente al “Secondo Boiati” (1970-3) -ossia alla seconda fase della prigionia di Panagulis fino alla sua liberazione- siamo al cospetto di chi, già “trasformato in poeta attraverso la tortura”, ora ha preso coscienza della funzione autonoma della letteratura in base a un “nuovo discorrere…oltre i confini nominali della giaculatoria”. Ciò non significa secondo Pasolini la scomparsa nella nuova poesia di Panagulis di due poli stilistici essenziali, ovvero la “furia anaforica” e la “clausola gnomica”; solo che adesso la prima può sciogliersi distesamente nella seconda “come uno stretto e magro fiumicello in un largo lago”: citando il prefatore al riguardo una delle più belle  poesie del volume, A mio fratello, tenente Giorgio Panagulis, con riferimento soprattutto ai versi finali di essa. Sia però concesso a chi scrive proporre al lettore, estrapolata da detta poesia, la seguente strofa, laddove lo scriptor rerum  Aléxandros raggiunge un vertice di struggente e asciutta tenerezza: “Eravamo fratelli, fratello/ ma anche amici/ amici e fratelli/ e non insultavamo/ il nostro amore/ adornandolo di parole/ Il grigiore di ogni giorno/ le solite piatte parole/ le parole quotidiane/ gli scarni gesti della vita/ e quelle nostre rabbie/ e il silenzio/ parlavano chiaramente d’amore”. Naturalmente di fronte ai versi di Panagulis non bisogna perdere il filo: nel senso che, sempre per Pasolini, va rammentata la durevole dicotomia in essi attiva e per la quale Panagulis è e resterà inconfondibilmente se stesso, come uomo e poeta: “Libertà da una parte, tirannia dall’altra: che non possono essere superate da sintesi di alcun genere. O coesistono, oppure una uccide l’altra”. Si legga, in merito, una poesia inclusa nella silloge quale La tinta: “Ho dato vita ai muri/ gli ho dato voci/ perché mi facciano un po’ di compagnia/ I secondini cercano e ricercano/ dove trovai la tinta/ I muri della cella/ tengono il segreto/ I mercenari frugano e rifrugano/ e non trovano la tinta/ Non gli è venuto in mente/ di frugarmi le vene” (S.F.M.Isolamento, Giugno 1971). Il nostro grande scrittore e regista riconosce nel rivoluzionario greco l’autore di una parola poetica di natura atroce, dovuta alle “sevizie, gli anni di prigionia dentro un cubo di cemento, i polsi stretti giorno e notte dalle manette…e tuttavia, le guasconate, l’irriducibile calcolo dell’estremismo, l’accettazione provocatoria (e sublime) della morte. Eppure un poeta come Panagulis che davvero ha gettato il suo corpo nella lotta considera “basso” per il nostro prefatore “parlare del corpo…Il suo perpetuo sforzo… è di tradurre in termini compiutamente metaforici… le esperienze vissute col corpo… Di tutto ciò si proietta nella sua poesia scritta, soltanto un’ombra. Ma, come appunto accade nella poesia, quest’ombra si fa a sua volta corpo. Valgano a parer mio in tal senso dalla raccolta in oggetto i versi di Devi vivere: “Se per vivere, Libertà/ chiedi di mangiare la nostra carne/ e per bere/ vuoi da noi sangue e lacrime,/ te li daremo/ Devi vivere”. La Grecia nei decenni successivi alla morte più volte ha reso omaggio a Panagulis: francobollo, scheda telefonica e stazioni del metrò nella capitale. Aléxandros fu in tutta evidenza ucciso nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio del 1976 dai sicari del nuovo governo pesantemente colluso con la giunta dei colonnelli (“compromettenti” le indagini da lui condotte in veste di parlamentare ormai isolato). Ebbene Panagulis - ovunque simbolo di lotta per la libertà e la democrazia - quasi si è materializzato ai miei occhi di recente a Roma, in un vagone della metropolitana, osservando da parte mia il triste rituale di massa dei nuovi oranti - i passeggeri - con sguardi inebetiti sugli smartphone (in autistico raccoglimento, insomma): a me declamando, Aléxandros (a voce bassa per non disturbare i presenti), la seguente sua poesia tratta sempre da Vi scrivo da un carcere in Grecia e intitolata Gli ingranaggi: “Che tristezza per quelli che accettarono/ d’essere gli ingranaggi d’una macchina/ credendo voce loro/ i monotoni suoni della macchina/ Che orrore quando vedo/ mani acefale muovere la macchina/ con movimenti ritmici, gli stessi/ cui la voce di altri dà comandi/ Che disgusto inaudito/ osservare occhi e bocca/ di chi per conto d’altri parla e guarda/ Anche loro ingranaggi della macchina…”.

Andrea Mariotti, giugno 2016


Il presente articolo è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista "I fiori del male" e viene riproposto in questo blog su autorizzazione dell'autore. 
           



lunedì 4 settembre 2017

La poetica di Giorgio Caproni di Andrea Mariotti

Giorgio Caproni - foto di Dino Ignani

C’è una poesia di Giorgio Caproni paradigmatica dalla quale converrà prendere le mosse nel presente scritto, intitolata "Battendo a macchina": “Mia mano, fatti piuma:/ fatti vela; e leggera/ muovendoti sulla tastiera,/ sii cauta. E bada, prima/ di fermare la rima,/ che stai scrivendo d’una/ che fu viva e fu vera…”; più che sufficiente davvero, tale poesia, grazie a questa sua prima strofe (inclusa nei "Versi livornesi", all’interno dalla raccolta IL SEME DEL PIANGERE, 1959) per comprendere il difficile e felice equilibrio tra spirito aristocratico e vena popolare raggiunto in modo esemplare da Caproni con la suddetta raccolta; per diversi studiosi il frutto più fine della sua storia poetica (e basterà citare al riguardo nomi come quelli di Biancamaria Frabotta e Pier Vincenzo Mengaldo; quest’ultimo prefatore del Meridiano Mondadori dedicato al poeta). Difficile se non impossibile, naturalmente, negare la grazia affilata della poesia di Giorgio Caproni fino all’acme del SEME DEL PIANGERE, dagli esordi genovesi influenzati dalle correnti ermetiche e, in particolare, dalla presenza tutelare e costante di Camillo Sbarbaro. Del resto non andranno dimenticati, del nostro poeta (nato a Livorno nel 1912), i notevoli sonetti “monoblocco” inclusi nel PASSAGGIO D’ENEA (raccolta del 1956) fra i quali spicca per chi scrive "Alba" (1945), con endecasillabi tronchi in uscita non vocalica rafforzati da interiezioni sapienti ( a frantumare la musica consolidata di una forma dorata e “chiusa” della nostra grande tradizione letteraria). In ogni caso anche il peso del PASSAGGIO D’ENEA risulta evidente, nello sviluppo del lavoro poetico del grande Livornese, alludendo alle famose e bellissime "Stanze della funicolare" leggibili in tale raccolta. Sarà bene a questo punto rammentare – volendo giungere al cuore di quanto mi preme sottolineare più avanti su Caproni- la finissima attività di traduttore del poeta, ripensando soprattutto ai suoi Proust, Céline, per tacer d’altri; giacché tale attività ha dischiuso ovviamente al grande Livornese, per sua stessa ammissione, lungo il corso degli anni, “zone” dell’affettività e della cognizione altrimenti insondate. Ma eccoci al punto: i lettori che amano il nostro poeta, e sono in molti, sanno di una innegabile, rilevante cesura fra un “primo” Caproni e un “secondo” Caproni, per così dire; cesura sulla quale sarà necessario insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, in merito, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profondissima metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide prove (il pensiero torna, soprattutto, ai citati "Versi livornesi" del SEME DEL PIANGERE e dedicati ad Anna Picchi, ricamatrice e suonatrice di chitarra, madre del poeta; poeta-violinista, questi, peraltro, diplomato in composizione giovanissimo a Genova). Sia come sia, con il CONGEDO del 1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il “viaggio metafisico” di Giorgio Caproni, in tutta evidenza. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre- fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e sottilmente sabotatore come già detto, della nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, secondo quanto osservato da Italo Calvino (e non a caso il grande Livornese è stato accostato a Samuel Beckett). Il nostro poeta, austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, parlerà in effetti con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe IL MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che nel libro la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo; senza stupirsene più di tanto da parte nostra; ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i grandi poeti del Novecento italiano più intensamente di altri; nel senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista strettamente critico. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo IL FRANCO CACCIATORE del 1982 -laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva a parer mio giustamente Pier Vincenzo Mengaldo in antitesi, nella fattispecie, agli eccessivi entusiasmi di Pietro Citati- eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, del 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di agnizione nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, ossia a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Il poeta morì il 22 gennaio 1990; sul comodino (è stato riferito) la pagina della COMMEDIA laddove spiccano i famosi versi: “L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina”; Purg. I, 115-7: il giorno successivo, 23 gennaio, il suo funerale, senza la presenza delle autorità (nel quartiere romano di Monteverde, dove abitava); in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe chiosare con amara asciuttezza (non mancarono però Walter Binni, Biancamaria Frabotta e Valerio Magrelli). D’altronde la poesia di Giorgio Caproni costituisce un patrimonio ricchissimo e attuale della mente e del cuore di numerosi lettori; e di chi scrive in modo particolare -mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal grande Livornese, nella piazza dove sbocca la salita di via Pio Foà (via lungo la quale, dal 2012- in occasione del centenario della nascita di Caproni- è visibile al numero 28 una targa che lo ricorda, assieme ai versi di "Dopo la notizia", dal MURO DELLA TERRA). Mi piace concludere questo scritto citando di Caproni i versi in morte di Pasolini, suo grande amico (intitolati "Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini" , ora inclusi nella raccolta postuma RES AMISSA, 1991, curata da Giorgio Agamben): “Caro Pier Paolo./ Il bene che ci volevamo/ -lo sai- era puro./ E puro è il mio dolore./ Non voglio pubblicizzarlo./ Non voglio, per farmi bello,/ fregiarmi della tua morte/ come d’un fiore all’occhiello.” Così era Giorgio Caproni, maestro elementare fino al 1973: un uomo riservato e fiero che insegnava ai suoi alunni invogliandoli a scrivere versi; non negandosi neppure a scuola la gioia del trenino elettrico.
         Andrea Mariotti


(scritto apparso nel blog andreamariotti.it in data 9/4/15 e successivamente incluso nel numero 61, maggio/agosto 2015, della rivista letteraria I FIORI DEL MALE)






Andrea Mariotti è nato a Roma nel 1955. E’ poeta e critico letterario. Studioso di Giacomo Leopardi, al quale ha dedicato il suo lavoro di laurea centrato sul pensiero filosofico del grande Recanatense intorno al tema dell’amore. Ha pubblicato due sillogi poetiche. E’ fino conoscitore della musica classica e della pittura.