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martedì 24 aprile 2018

Dante Maffia legge "Amore senza fine" di Claribel Alegria (Ed. Fili d'Aquilone 2018)


Bastano i versi sul quarto di copertina per attrarre l’attenzione seria di un lettore: “Un tempo / fui il tuo pianeta / ora sono un satellite / inondo il vento / di poesie / che lui si porta nello zaino / insieme alle foglie appassite”.

Lirismo di altissima qualità, che si raggiunge solo se dentro si ha la valanga di un sentire acuto che cerca i legami con l’imponderabile e sa che tuttavia poi ci sarà la dissolvenza, che non è perdita, ma seme che si trasferisce in un altrove riservato agli eletti.

Questo “Amore senza fine” è un libro di grande raffinatezza per una serie di motivi: innanzi tutto per la sensibilità  di saper cogliere momenti delicati, trame sottili dell’anima, momenti irripetibili del senso del vivere e del morire, cioè dell’amare intensamente e vivamente, nella significanza più antica e più tenera. Poi per il “come” sono espressi i sentimenti. È nota l’affermazione di Oscar Wilde, “non esistono libri belli o libri brutti, ma libri scritti bene o scritti male”, ed è chiaro che quando si fa riferimento allo scrivere bene e allo scrivere male non è soltanto una considerazione di carattere puramente estetico. Le implicazioni corrono in varie direzioni e stabiliscono parametri che danno la certezza di essere nella compiutezza espressiva realizzata.


Chi volesse entrare con pienezza e profondamente dentro le viscere segrete di questo libro deve assolutamente farsi guidare dallo studio introduttivo di Martha L. Canfield che ha saputo cogliere anche le sfumature più sottili di una poesia che è giocata spesso su equilibri sottili e perfino su riflessi e accenni. Credo che la Canfield sia stata una interprete che ha voluto assolutamente rispettare la “concretezza di un profumo”, come direbbe il poeta, per porgere a noi lettori un “tempio” di misure arcaiche modernizzate e rese alla portata di un ritmo nuovo pur nel rispetto del mondo primigenio. Lavoro simile, ma con un corpo a corpo rilevante e davvero straordinariamente riuscito è stato quello di Zingonia Zingone. Proprio perché lo spagnolo e l’italiano sono lingue sorelle gli agguati sono maggiori. Eppure la sostanza lirica e il pensiero di Claribel non vengono distorti e trovano anzi una cadenza legata indissolubilmente all’originale.

Dettagli, questi, per far comprendere che non è stato facile offrire in italiano una voce così aperta e corroborata di sprazzi infinitesimali di luce, di minuzie ma solo apparentemente tali, di allusioni, di rimandi, di discese rapide nei meandri della psiche per poi “rinascere” con parola nuova, con abiti confezionati dalla luna o dal vento.

Claribel Alegrìa non finge mai, non copre le emozioni e non svicola dinanzi a nulla. Credo che una scena come quella della scoperta del sesso da lei descritta in qualsiasi  altra poetessa avrebbe preso una piega kafkiana, per fare un solo esempio. Lei invece riesce a tesserci la “fabula” e porta tutto in un’atmosfera diabolicamente e celestialmente mitologica.

Un libro di questa portata dovrebbe essere conosciuto in tutto il mondo, perché  è un viaggio dentro le tempeste e le carezze dell’amore, ma poi perché ci dà della donna il senso primo e ultimo della sua permanenza nel creato.
Per ragioni molto diverse, ma altrettanto violentemente aperte alla verità, Claribel ci fa pensare alla Marina Cvetaeva: stessa libertà, stesso dolore e stessa gioia rapida, passeggera, stessa vitalità dolorosa. Ma siamo in un contesto diversissimo e dunque è solo una impressione, forse dovuta alla potenza espressiva, che mi ha fatto pensare a lei.

Ma il pregio più straordinario del libro è il linguaggio che, pur restando saldamente legato alla grande tradizione ispano americana, tracima i luoghi comuni, cancella le esuberanze, non so, nerudiane, e si assesta su una trama sottile di espressività che sa andare al dunque senza ridondanze, senza barocchismi, senza toni aulici.
Insomma, una grande poetessa, una voce densa e forte che lascia tracce indelebili nell’animo di chi la legge: “Voglio seminare parole / parole che assaltino la poesia / e la facciano parlare / e la infiammino. / Parole inospitali / e parole ospitali / parole che sorridono / e picchiano / scoppiano / e rimbalzano”.

DANTE MAFFIA


Claribel Isabel Alegría Vides, nota semplicemente come Claribel Alegría (Estelí, 12 maggio 1924 - Managua, 25 gennaio 2018), è stata una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense autrice anche di alcuni saggi, considerata con la connazionale Gioconda Belli la maggiore esponente della Letteratura del Centro America e ritenuta candidata per il Premio Nobel per la Letteratura 2016.

Nel 1943 si trasferì negli Stati Uniti per studiare e nel 1948 ricevette il B.A. (Bachelor of Arts), cioè la laurea, in Filosofia e Letteratura alla prestigiosa George Washington University di Washington D.C.. Tornata in Patria, legandosi al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, d'ispirazione marxista, fu coinvolta nelle proteste nonviolente contro la dittatura del Presidente Anastasio Somoza Debayle. Nel 1979 Somoza Debayle cadde e il Fronte prese il potere in Nicaragua, ma l'Alegría, che nel frattempo aveva iniziato la propria carriera di poetessa, scrittrice, giornalista e saggista, decise di tornarvi solo nel 1985, cioè quando Daniel Ortega, dirigente militare del Fronte, divenne Presidente.  Poetessa severa e critica, a volte pessimista, in un classico umore mutevole come mutevole è la situazione politica del Centro America, usa nelle sue poesie il linguaggio comune, del popolo, e spesso una sua composizione non supera la decina di versi. Ha scritto anche romanzi, racconti e storie per bambini. Nel 1978 ha ricevuto a Cuba il Premio Casa de las Américas, il più prestigioso riconoscimento letterario del Centro America, il Neustadt International Prize for Literature, conferitole dall'Università dell'Oklahoma nel 2006, il Premio Regina Sofia di poesia ibero-americana a Madrid nel 2017 e il dottorato honoris causa nel 1998 all'Eastern Connecticut State University e nel 2005 all'Università di León. In Italia è stata insignita della commenda dell'Ordine della Stella della Solidarietà Italiana nel 2010 e ha vinto il premio internazionale del Premio Camaiore nel 2016.

lunedì 4 dicembre 2017

Dante Maffia legge "Le tentazioni della luce" (Ed. della Meridiana, 2017) di Zingonia Zingone

Mi aveva molto impressionato, circa sei anni fa, L’equilibrista dell’oblio, edito da Raffaelli. Eleganza, essenzialità, parola forbita e mai spreco. Una sorta di inseguimento alla sostanza delle cose e dei sentimenti per cernere il miele di un divenire che, nonostante l’aggressione ricevuta da Cioran in un libro incredibile per temi e svolgimenti, resta sempre il lievito di una scommessa che deve affrontare gli andirivieni della vita.
Poi il silenzio di Zingonia nei miei riguardi, come se il mio scritto l’avesse disturbata o non l’avesse minimamente sfiorata.
Ricevo adesso le tentazioni della Luce e non nascondo che sono stato preso immediatamente, anzi catturato, da questo titolo che utilizza il minuscolo per l’articolo e per tentazioni e invece il maiuscolo per Luce. Evidente che si tratta di una scommessa spirituale, di un percorso che vuole raccontare di un’adesione all’Infinito.
Ma c’è di più, quando in una intervista mi domandarono quale fosse il titolo di un libro che ritenessi il più bello in assoluto io risposi La tentazione di vivere! Già, ancora una volta Cioran.
Niente è casuale, vero?
Ma adesso restiamo alla nuova raccolta di Zingonia, a questo suo spogliarsi innocente e mistico che fa sentire la voce antica dei profeti diventata quotidianità. Operazione non facile, ma evidentemente riuscita perché la poetessa ha voluto incarnarsi nelle atmosfere e nelle liturgie della parola che, se saputa intessere di vibrazioni e di autentico sentire, riesce a dare quasi carnalmente il senso primo e ultimo delle emozioni, cioè riesce a farsi preghiera.

“cerco in fondo alla mia onestà
l’origine
di questo spasmo che mi contorce le viscere,
agitazione nemica del raccoglimento

le utopie
s’impossessano dei miei sensi
convincendomi che tutto è possibile
e con la fede dell’inconscio
materializzo il suo corpo…”
 

E’ proprio vero, questo libro è “Una danza fra cielo e terra, un movimento alla ricerca… dell’amore”, ed è “libro forte e unitario, dove la parola è alla ricerca dell’Assoluto”, affidato a “Un nuovo valore del dire, una nuova castità del verbo”: Sono frasi prese dalla illuminante prefazione di  Andrea Ulivi, che è riuscito ad accompagnarci pagina dopo pagina portandoci nella pienezza di un dettato che io trovo lineare e potentemente espressivo, capace di saper cogliere i fremiti e i fermenti dell’ansia che serpeggia ovunque e crea un’atmosfera mistica.
Eppure, e qui sta la bellezza e la novità del testo, le metafore non sono mai astratte né filtrate attraverso sofisticate giravolte. Zingonia parla con pienezza d’intenti e arriva a farsi capire senza edulcorare le spine del percorso e senza coprire di veli e neppure l’ombra minima del cammino intrapreso.
 

“la tua trasparenza carnale
ipnotica
mi riporta al primo uomo”
 

 “negli occhi del bambino una fessura
spuntano paure
coltelli
che squarceranno la gola del mondo”


 “uomo o angelo
cosa importa
è la luce
il mio turbamento”
 
Pochi esempi per assaporare la freschezza con cui Zingonia passa attraverso le varie “stazioni” soffermandosi sugli aspetti che solitamente sfuggono o a cui non si fa caso perché presi da “ragioni” estranee”. Nelle sue espressioni sentiamo il palpito di una rincorsa pacata ma decisa, direi senza via di scampo, in modo che le distrazioni non possano comparire e il tutto diventi inno che via via si apre a un canto gregoriano di nuova fattura, a un canto zingoniano in cui contano, alla stessa maniera e con lo stesso peso, sia l’argomento e sia le sfumature, sia il ritmo e sia gli aloni di senso (di luce, pardon, con la maiuscola, Luce) che fanno ressa nell’animo.
Ma mi piacerebbe che il lettore entrasse nelle pieghe di questo libro senza pregiudizi e senza il preconcetto di trovarsi dinanzi a una comunione e a una sacralità che non permette di leggere l’umano. Tutt’altro! Zingonia si spoglia (il verbo mi ritorna) “delle cose / per incontrarTi / nel nulla”, dice rivolta a Dio, e ciò per calcare la voce su quel che ha dovuto incontrare, superare e vincere. Il nulla  come approdo limpido per potersi riconoscere e non per arrivare allo svuotamento.
Anche le prose poetiche hanno un loro peso e determinano e allargano le atmosfere di  cui accennavo e se l’andamento generale ha sapore biblico, si resti in ascolto e sarà la Luce a farsi sentire, a prendere voce e proprio da quella finestra da cui zampilla l’acqua: “io tutta sono finestra”.
Per concludere mi piace dire che Zingonia Zingone ha scritto un piccolo meraviglioso e illuminato Vangelo personale che si apre dolcemente verso il mondo. Operazione rara e difficile, che a lei è riuscita, forse perché ha messo dentro tutta se stessa contemporaneamente sottraendosi, facendo diventare la sua carne spirito che vola. Come ha fatto? I libri sacri sanno come diventare marmo o farfalle, piombo o brezza d’aprile. E dunque anch’io “mi domando / se lieviteranno le ceneri / testimoni / dello specchio in fiamme”,

Dante Maffia