mercoledì 26 settembre 2018

Antonio Veneziani intervista Alessandro Paglialunga

D. Parlaci del tuo lavoro ‘Collezioni d’ossa’, edito da Campanotto.
R. In quanto opera prima Collezioni d’ossa non è frutto di un percorso ma l’inizio di esso.  Si tratta  del primo tentativo di fare qualcosa che stimo moltissimo, ovvere scrivere. Senza misticismi e strani ragionamenti arzigogolati, la letteratura è il modo più difficile e al contempo più povero e semplice di  fare arte: una penna e un foglio come strumenti sono sufficienti, ma in questa sua povertà si fa chiara la difficoltà di riuscire ancora, oggigiorno, a scrivere qualcosa che intrattenga e che colpisca, che lasci il segno, quando è chiaro che molto è stato già scritto, che il cinema e la musica sono più accattivanti e quindi attirano molto più l’attenzione. La fortuna  degli scrittori e degli altri artisti in generale credo sia sempre  la stessa: i tempi che cambiano ci danno spunto per scrivere nuovamente, però molti in Italia sembrano essere rimasti allo scorso secolo e scrivono testi che parlano di fiori, La tradizione pesa in effetti molto in Italia. Nel testo ho provato a uscire fuori dai soliti luoghi comuni poetici italiani, recuperando quanto siamo buoni e cattivi in senso pratico, quanto siamo eroicamente belli certe volte,  certe altre invece riusciamo a fare schifo, a essere quindi tutto il contrario. Alcune cose belle ci pesano in modo così forte da farci stare male e spesso l’unico modo per consolarsi è crogiolarsi e rigirarsi nella propria porcheria. Tutto questo ci fa splendidamente umani. Voler eliminare forzatamente questa nostra parte brutta, come è di tendenza in America con il politically correct è un atteggiamento ignorante. Al contempo, se questo è il concetto dietro il libro, ho tentato stilisticamente di recuperare ciò che più amo della poesia: una lirica delle immagini impossibili. Non è giusto che l’unica alternativa alla poesia alta ma vuota, stampata in maniera snervante dalla media editoria, sia la poesia bassa, sciatta e altrettanto vuota degli imitatori di C. Bukowski e Simone Cattaneo. Collezioni d’ossa parla dell’uomo attraverso immagini impossibili che sono come la letteratura e l’arte in genere, proprio in quanto artificiose, artificiali, innaturali, finte, su di noi dicono molto di più che i fiori, le stelle e gli astri.

D. Cosa rappresenta, oggi, il poeta? Hai dei maestri?
R. Non credo nel poeta come un mistico o un sensitivo che sa più di tutti gli altri esseri umani o che il suo sguardo sia profondo quanto il mare. Sono stronzate che talvolta si sentono. Penso più all’opera che all’autore, che per me conta poco. Dunque, il mio riferimento, il libro nella testa che continua a giudicare quello che scrivo è La nuvola in calzoni (Il tredicesimo apostolo) di Vladimir Majakovskij, in cui egli infila una dopo l’altra immagini belle, difficili e originali, che risultano comunque chiare, folgoranti. Le ho sognate per tre o quattro giorni dopo averlo letto. Un’opera drammatica e esistenziale. Essenziale. Bruciante. La poesia è tale quando lascia il segno e colpisce. Molte opere poetiche di oggi non hanno struttura e quindi difficilmente comunicano in maniera solida, l’editoria poi è piena di diari personali.
L’opera che ha cambiato il mio modo di vedere la letteratura, per questo ha cambiato il mio modo di leggere e di scrivere è Dei Nomi-del-Padre, un saggio di Jacques Lacan. Senza annoiare nessuno, mi ha fatto capire che l’uomo è più finzione che realtà (più immagini, simboli e parole che realtà) e per questo la finzione letteraria è più umana del lavoro e delle tasse, anche se questi ultimi sono necessari, la letteratura al contrario di chi dice che può salvare il mondo, no, è superflua.

D. Che rapporti hai con la tua generazione?
R. Le voci giovani sono qualche volta più interessanti di quelle di alcuni blasonati o esperti poeti. Ma anche tra i giovani non sono molti i poeti degni di nota. Ho l’occasione di leggere molti testi poetici al mese, onestamente potrei fare la conta di coloro che reputo interessanti sulle  dita di due mani. Lo stesso per la prosa. Ma è una differenza che, controcorrente, io non faccio: scrivere pagine di prim’ordine è difficile in poesia quanto in un romanzo. A ogni modo, con i giovani scrittori il mio rapporto è semplice, essendo molto attivi sui social mi mandano i loro testi via mail dopo avermi contattato su facebook, con messaggi pieni di grazie e riverenze che non servono. Comunque queste storie finiscono  quasi sempre con una delusione. Mi occupo di letteratura oltre a scrivere per un motivo soltanto: aspetto il libro del secolo.
Tra tutti i giovani poeti, sarò onesto, gli unici che trovo interessanti sono Gabriele Galloni,  i cui testi poetici sono strutturati e stilisticamente coesi, privi di stereotipi e Giovanna Cristina Vivinetto che ha pubblicato un ottimo esordio proprio quest’anno. In generale, se i giovani si staccassero dal passato e scrivessero seguendo le proprie inclinazioni, senza giovanilismo, potrebbero fare molto bene alla letteratura italiana.

D. Oltre a essere poeta, sei anche critico letterario. Parlacene.
R. Pubblico pezzi per Pangea.news, rivista  fondata da Davide Brullo. Sono felice di questo perchè si tratta di un bel progetto portato avanti con serietà ma soprattutto con passione per la letteratura. Ho coniugato la lettura con il parlare di ciò che penso. Parlare di ciò che penso di quello leggo è il mio scopo in quanto studioso di letteratura. La verità è che i critici letterari dormono, vivono di circuiti chiusi e autoalimentati, prima o poi saranno loro a dover dare conto di quanto e come hanno dormito sugli allori, c’è la possibilità che siano stati elogiati libri pessimi e dimenticati libri eccellenti. Per questo stroncare è giusto, qualcuno lo fa e anche bene, ma è più importante stare attenti alle parole che si usano per le recensioni positive. Inflazionare le aspettative è un gioco da critico letterario stupido che si esalta quando può far parlare dei propri articoli. Ma se la letteratura è inutile, la critica letteraria lo è al quadrato, buona pace di critici e scrittori. Sono sicuro che quando il libro giusto rappresenterà quello che siamo veramente nel nuovo millennio, tutta la vacuità e la relatività con cui si giudica, si fa e si parla di letteratura cesseranno. Purtroppo invece, per ora la letteratura affonda nelle dinamiche politiche e di mercato, quindi abbiamo letteratura che insegue ideali politici e letteratura che insegue i capricci del mercato. I gusti della gente. La mia speranza è che un giorno avremo i nostri nuovi classici e che dunque non è vero, come spesso si sente dire, che non siamo più capaci di produrre grandi opere letterarie. La mia speranza persiste perchè la letteratura è rimandata al singolo, non c’è team esecutivo, non c’è indagine di mercato, c’è una testa sola di fronte a tutta la realtà, da sola con la sua capacità di comunicarla al meglio. Fortunatamente, nonostante i sacrifici a suo favore nella storia della letteratura, il dimenticatoio è più meritocratico della hall of fame.

D. Progetti in corso e futuri?
 R. Difficile parlare con certezza dei progetti futuri in ambito letterario. Lavoro con calma alla prossima raccolta di poesie di cui posso anticiparvi una poesia.

Sono più figlio di questi tempi
che figlio di mia madre
sono più figlio di puttana
che figlio di mia madre

ho più paura di me stesso
che del terrorismo.

Il buco dell’ozono
lo vorrei penetrare annaffiando il mondo
del mio seme e generare
infettare la stirpe di questa umanità
di questa parola da niente

con altri figli di nessuno.

domenica 23 settembre 2018

Antonio Veneziani intervista Mattia Tarantino

D. Tra l'angelo e la sillaba (Terra d'ulivi, 2017). Raccontacelo. Com'è nato? Qual è stato il percorso del libro?

R. Tra l'angelo e la sillaba raccoglie tutte le poesie sopravvissute alla prima parte della mia adolescenza. Credo fortemente la poesia sia un lavoro di sottr-azione, nel senso di subtrahere, trarre sotto, trarre in basso e dal basso. I versi rimasti, quelli che non sono stati sommersi dal silenzio, li ho ordinati cercando di rispettare la loro assolutezza. Il libro non offre un vero e proprio percorso perché ho tentato, nel bene e nel male, di lasciare che ogni poesia fosse leggibile al di fuori dell'insieme. Ho scelto, ecco, di lasciare che le poesie, singolarmente, avessero possibilità di reggersi, fondamenta.
Poi è arrivata la casa editrice, Terra d'ulivi, che mi ha riempito d'orgoglio. Molti dei poeti contemporanei che stimo, o che ho imparato a stimare, sono passati di lì: Francesco Russo, Giovanni Perri, Vera D'Atri, Marina Pizzi, Paolo Amoruso, fino a poeti che meriterebbero maggior studio e maggior fama. Penso, per esempio, a Claudia Ruggeri.

D. Hai dei punti di riferimento poetici? Delle guide, degli apripista. Se sì, chi sono?

R. Mi è davvero difficile rispondere a questa domanda. Il mio percorso prevede necessariamente lo
studio dei poeti affermati, più o meno moderni, e il dialogo con i contemporanei. Se il lato tecnico, la base della forma, viene da tempi che non ho potuto praticare per una mera questione anagrafica, il discorso poetico invece, ovvero le cose da dire, nascono dall'analisi dei tempi e delle voci che li cantano. Ricordiamocelo sempre che dire non è esprimere-con-voce, ma mettere-in-voce.
Tuttavia, posso farti tre nomi che hanno segnato la mia poesia più degli altri.
Il primo è sicuramente Yves Bonnefoy, letto nell'estate dei miei quattordici anni. La sua scrittura mi era inaccessibile, e impenetrabile mi pareva il suo parlare di epifania e catastrofe. Non fu un incontro, quello con la sua poesia, ma un vero e proprio scontro: ho dovuto rileggerlo, riappropriarmi della sua lingua originale, assimilare le sue categorie. Ricordo che dopo averlo letto per mesi non mostrai i miei versi a nessuno per la vergogna, per l'insufficienza che provavo nei suoi confronti.
Tra i contemporanei, devo necessariamente dirti di Francesco Russo, che ho già citato. Con la sua poesia c'è un rapporto dualistico e dialettico. Dualistico perché cerco di appropriami delle sue categorie, che trovo sempre nuove, sempre intelligenti e precise nella lettura dei tempi che viviamo. Dialettico perché spesso quelle stesse categorie voglio sovvertirle, capovolgerle, straziarle.
Più di tutti, però, c'entra Dylan Thomas. Quando lo lessi ne rimasi fulminato. Lui è l'unico da cui non abbia rubato: non ho rubato perché più lo leggevo, più mi rendevo conto che diceva cose orribilmente simili alle mie, anche se meglio. Lui scrive di vermi e io scrivo di vermi; lui scrive di ossa e io scrivo di ossa; lui scrive di corvi e io scrivo di corvi; lui scrive di Cristo e io scrivo di Cristo. Ma non ho contrasto con la sua poesia, accetto la mia inferiorità nei confronti della sua parola, so che è irraggiungibile e che, se avessi coerenza e giudizio, dovrei smetterla di scrivere per non sembrare la parodia malconcia dei suoi versi.

D. Sei il poeta più giovane che mi sia capitato di intervistare. E nella tua generazione ci sono diversi talenti; voci già riconoscibili, come la tua, e solide. Qual è il rapporto – anche critico – con gli autori tuoi coetanei?

R.Conosco solo poeti più grandi di me. C'è qualche ragazzo che prova a scrivere, nel segreto della stanza, e che mi fa leggere i suoi versi. (Nel segreto della stanza: la stanza non è solo la cameretta, ma anche un modo di indicare la strofa; non mi stancherò mai di ripeterlo). Ma questi non contano come autori, anche se spesso sono più sinceri. C'è una schiera interessante di ragazzi poco più che maggiorenni, nati per lo più tra la metà e la fine degli anni '90. Penso a Giorgia Esposito e Gabriele Galloni, che sono coetanei. La loro forma mi è distante, e mi è distante il loro linguaggio. Tuttavia, ne ho grande stima: usano una forma diversa dalla mia, e lo fanno con leggerissima maestria. Anche le tematiche spesso si intrecciano. Probabilmente l'unica vera differenza è proprio nei tempi: loro hanno consapevolezza del verso, la lentezza della parola che si schiude e che ammalia; io la cesura incalzante, l'ustione più che il focolare.

D. Gestisci una rivista letteraria, Nefele. Parlaci di questa strada e di come si incrocia con la tua poesia

R.Nefele cerca di toccare ogni ramo delle arti, da quelle figurative alla musica, dalla musica alla narrativa, dalla narrativa alla poesia. L'abbiamo concepita nell'estate del 2017, e avviata poco dopo. Eravamo quattro ragazzi che cercavano uno spazio per parlare di quello che li interessava, e ci siamo trovati a ricevere mail da case discografiche e libri in lettura. Alcune delle persone che sono passati di qui ora si trovano, per esempio, esposte al MANN; altri invece hanno costruito un po' di fortuna fino a vedere le proprie poesie pubblicate.
Di Nefele dirigo la sezione poetica, che ho cercato - e cerco - di trattare come un'antologia. Mi interessano voci affermate e meno affermate, purché abbiano valore. Probabilmente si intreccia alla mia poesia nella misura in cui ritengo che questa non debba comunicare ma scomunicare. Allora in un mondo che parla inglese e dice "Communication is the key", nefele è la parola che vi si oppone: è greca, e indica sia le nuvole che la morte.

D. Progetti attuali e in divenire?

R. A inizio anno mi deciderò a mandare la nuova raccolta agli editori, per darle luce presto. Sarà molto più corposa della prima, ma non so se più matura: le mie tematiche sono rimaste le stesse, si sono rafforzate. Forse le ho interrogate con più sicurezza, forse invece le ho semplicemente ripetute come fossero un mantra. Poco importa: quando non avrò più da dire, tacerò. D'altronde, bisogna sempre "Custodire il verso ricercando/ la soglia del parlare e poi tacere/ la parola alla pronuncia e al suo principio".



lunedì 17 settembre 2018

Nota critica di Luca Benassi su "Là dove il periplo si chiude" (Ed. Confine, Roma 2017) di Roberto Pagan

Là dove il periplo si chiude (edizione Cofine, Roma, 2017) antologizza l’intera produzione di Roberto Pagan (Trieste, 1934), dall’esordio tardivo (alla sua prima uscita editoriale il poeta ha 49 anni) di Sillabe del 1983, fino a La passeggiata, una raccolta inedita di testi, scritti fra il 2015 e il 2016. È un libro del quale si sentiva la necessità, vista l’introvabilità di molti dei testi più risalenti, la cui pubblicazione si deve anche alla passione dell’editore Vincenzo Luciani. La lettura di questo corpus voluminoso – che sfiora le 450 pagine – offre l’opportunità di cogliere i diversi temi di questa poesia, osservando come questi si intreccino e ritornino nelle diverse raccolte, nonostante la progressiva adozione di linguaggi, registri e forme diversi, dal verso brevissimo e chiuso degli haiku di Miniature in bosco (2002) e Il sale sulla coda (2005) a quello lungo, magmatico e narrativo del poema Gli archivi dell’occhio (2008).
Pagan è originario della Venezia Giulia, anzi di Trieste per l’esattezza, e questo gli ha consentito di accostarsi e frequentare quell’ambiente poetico e mitteleuropeo della capitale friulana della fine della prima metà del Novecento: Umberto Saba, Giani e Carlo Stuparich, Biagio Marin, Virgilio Giotti, personaggi che ha avuto occasione di incontrare, non ancora ventenne, nel salotto di Anita Pittoni. È lo stesso Pagan a raccontare di quei ritrovi in Martedì dalle seggiole basse, una poesia di Genealogie con ritratti (1985), un libro dedicato all’incontro con le persone e i luoghi: «martedì delle seggiole basse/ di canfora e legno/ e polvere antica, ai vetri/ il buon Leopoldo con la palla in mano.// A quest’ora son tutti i patriarchi/ già ai loro posti: c’è Voghera, il vecchio/ Rovan scultore, c’è Virgilio/ Giotti al suo angolo, c’è l’occhio/ leso di Stuparich, non sai/ quando ti guarda.» Queste relazioni hanno forgiato una lingua e una modalità di pensare la poesia, senza infingimenti e senza inutili scoppi, che, soprattutto nelle prime prove, ricordano quella ‘poesia onesta’ dell’amato Saba.
Le terre native non sono solo occasioni di conoscenza, esse ispirano molti dei primi testi dedicati al nativo Friuli Venezia Giulia e alla Dalmazia, percepita come luogo di incroci della cultura e della lingua italiana, slovena e croata. Si legga Trieste in Per linee interne del 1999: «c’è un luogo per nascere/ qui e non altrove/ o un luogo è dovunque?/ Se lo guardi/ da presso dalla tolda/ - sconfinata eleganza mentre plana -/ nulla rivela l’occhio del gabbiano/ oltre l’indifferenza/ vigile. La vita/ è questo andare al vento/ contro la raffica o in cieli/ lattiginosi in abbandono/ d’ali. Azzurro è il sogno/ dell’infanzia, oscure le ragioni,/ breve e immenso il cerchio/ dell’orizzonte.» Trieste viene, in questo testo, legata alla dimensione del viaggio in nave, del transito, soprattutto del mare. Il mare e i suoi abitanti hanno un ruolo importante nella poesia di Pagan, come vedremo, ma in Trieste diventano il segno di un punto di osservazione che è instabile, sempre protesto fra un arrivo e una partenza, proteso, dunque, al viaggio.
Alla fine degli anni Sessanta, Roberto Pagan va a vivere a Roma. Questo trasferimento implica non solo un mutamento geografico, ma il venir in contatto con una cultura, un’ambiente e una scena letteraria completamente diversi. Il registro del poeta triestino risente della teatralità barocca della Capitale, si carica di espressioni ironiche, nelle quali si affacciano le prime prove di sperimentalismo linguistico. Il velen dell’argomento (1992) è un volume nel quale prendono forma temi e linguaggi del poeta: i luoghi e gli incontri (prendendo le mosse da Genealogie con ritratti del 1985), il dialogo con il lettore, la riflessione filosofica, esistenziale, la voglia di sperimentare nella lingua e nelle forme, soprattutto l’ironia graffiante, fin dal titolo dantesco. In questo libro si legge Castel Senz’angelo: «Roma dei papi orgiastica e catacombale/ Roma di papa Giovanni/ attonita a un raggio di luna/ Roma del papa polacco/ transennata e manageriale/ Roma di Pretolini/ vertiginosa e cretina/ e Roma bizantina/ di scandali e sorbetti/ Roma di Pasolini/ cenere e mattatoio/ Roma della via Appia/ Roma dei colli fatali/ Roma in orbace/ e di Starace/ Roma dei deputati/ defecata e culona/ Roma di Belli Gioachino/ dal ghigno abissale/ […]». Una caratteristica di questo testo è certamente il graffiante umorismo, impostato attraverso una ricchezza linguistica barocca. Pagan è un poeta che si prende sul serio, ma lo fa sempre all’insegna di una dolce ironia. Si tratta di uno stemperare, di inserire una cifra di realtà, capace di far vedere il lato ironico del mondo e delle sue temperie. Questo emerge in maniera assai evidente nel poema di viaggio Gli archivi dell’occhio (2008), dove alla riflessione storica, a tratti mistica, si contrappone, l’estetica bassa del turista di passaggio. Nei testi sopra citati emerge un’altra delle caratteristiche di Pagan, che ricorda Gozzano arrivato, insieme a Pascoli, anche attraverso Virgilio Giotti: la tendenza a enumerare, all’elencazione. Si tratta di una modalità che emerge negli haiku, nelle liste di piante o pesci dei quali si enumerano le peculiarità. Questa modalità di scrittura si riscontra nei testi più giocosi, nelle Variazioni, nelle Bagattelle, ma anche in poesie dalla grana più filosofica e inquieta, come i Preludi e i Notturni di Vizio d’aria. Oppure in un testo bellissimo come Materiali per un incendio nel quale si manifesta la tendenza di Pagan a ragionare sulla poesia e sul ruolo di poeta: «dicevo: misurare/ sul doppio decimetro la storia/ il mondo irrazionale,/ farsi balaustra/ ad ascoltare gli annali/ fatui del vento,/ lucidare la callida/ iunctura/ e le sillabe catartiche/ tra le cosce di marmo della musa,/ spenzolarsi dal deltaplano/ a inseguire comete o singhiozzare/ sul banjo i crisantemi/ dell’enjambement/ e concedere il bis/ ai battimani del nulla/ o esercitarsi alla spalliera svedese/ delle contorsioni esistenziali/ declinando le generalità/ del tedio coniugato con la noia/ (figurarsi lo stato di famiglia).».
Nella poesia del poeta giuliano non ci sono solo Trieste e Roma, ma anche altri luoghi visitati o abitati dal poeta (che dal 1969 si divide fra Roma e la Maremma), come la Sardegna, l’Argentina, la Maremma, la Spagna, la Grecia, declinate in piccoli cammei, dove il panorama, il paesaggio si stemperano nell’emozione e della riflessione. Pagan poeta dei luoghi: in questo filone si deve leggere il libro di viaggio Gli archivi dell’occhio (2008). Questo testo è un poema diviso in 4 sezione, nelle quali si racconta dei viaggi in Catalogna, Messico, Grecia (quella continentale e l’isola di Santorini) e i fiordi di Bergen. Il libro merita un’attenzione particolare. Diversamente dalla restante produzione, che si muove sulla misura di settenari e endecasillabi, oppure nella forma haiku, in questo libro Pagan si inventa un verso lungo, narrativo, duttile, ma capace di coniugare i movimenti della sintassi con una musicalità interna. In proposito, Noemi Giachery osserva acutamente come questo verso non costituisca una rottura rispetto alle misure dispari regolari, ma si tratti di «conglomerati di spezzoni di endecasillabi». Attraverso versi capaci di coniugare lo slancio lirico a una dimensione più narrativa, Pagan racconta delle tappe del viaggio, indugiando sui luoghi, sulle tradizioni, sulla storia (si mostra un appassionato della Storia come chiave interpretativa delle località visitate), sugli incontri. Si legge nell’introduzione di Noemi Paolini Giachery a questa raccolta, ripubblicata nel volume: «fin dall’inizio, ad ogni modo, il lettore è coinvolto in un racconto estroso e sfaccettato, e ricco – nelle quattro sezioni in cui si articola – di una folla coloratissima di immagini e figure, situazioni e paesaggi, ognuno rivissuto con intensa partecipazione poetica ed emotiva. L’ironia è certo prevalente, ma non mancano le improvvise impennate drammatiche, gli squarci lirici e musicali, o l’addensarsi di grumi polemici.»
Alla mistica del viaggio il poeta contrappone, con ironia a tratti graffiante, la noncuranza del turista (un Ulisse la cui Calipso è una turista americana). L’ironia è tratto dominate, ma lo è in un libro che compendia e porta a compimento il pensiero di Pagan, la sua riflessione continua sulla relazione e sulla Storia, vissuta attraverso gli incontri con i luoghi.
A questo poema narrativo dal verso lungo si contrappongono le sequenze di haiku. A questa forma breve, il poeta affida alcune delle sue passioni: il mare e l’immersione, l’agricoltura e la botanica, sperimentate soprattutto nella Maremma toscana, dove Pagan passa parte del suo tempo. Miniature in bosco (2002) e Il sale sulla coda (2005) sono le due raccolte di haiku pubblicate dal poeta, la prima dedicato alle piante, la seconda ai pesci. Si tratta di haiku dove emerge la tendenza di Pagan all’elencazione, alla numerazione di qualità, caratteristiche, esempi. Sono moltissimi i pesci e le piante elencati e descritti in questi haiku, tanto da costituire una sorta di erbario e bestiario medievale, dove il Mediterraneo, nella sua dimensione terrestre e marina, emerge in tutta la sua bellezza e vivacità. Si tratta di piccoli camei, nei quali Pagan dimostra una conoscenza della botanica e della zoologia marina di non poco conto. In Miniature in bosco (2002) ci sono haiku dedicati alla pratolina, alla ficaia, al soffione, al bosso, alla parietaria. Si tratta di haiku regolari, declinati nella forma tipica giapponese di un quinario, un settenario, un quinario, anche se l’andamento è quasi strofico. È Donato Di Stasi, nella postfazione a Il sale sulla coda (2005), a notare come la forma haiku sia un tentativo di uscire dalla terzina italiana, dantesca, della quale però si colgono ancora le movenze (ad esempio in alcune rime fra un haiku e l’altro).
Il sale sulla coda (2005) è un ‘libro-acquario’ (la definizione è di Di Stasi), tutto impostato su una sapiente costruzione numerologica. Le sequenze dedicate a singoli pesci vanno avanti per somme algebriche: 12 variazione triple= 36 haiku, 6 sestetti di terzine= 36, 4 triple terzine di variazioni= 36 e così via. In questo libro emerge la tendenza ad agglutinare i testi nella forma-sequenza dedicata a un tema. Tale impostazione per sequenze si riscontra nei libri di haiku, ma anche in Vizio d’aria (2003) dedicato alla musica, dove ogni testo si richiama e prende spunto da un genere musicale: preludi, notturni, capricci, fino a una messa da requiem dove ogni poesia è costituita da una delle parti cantate dell’ordinario della messa pro defunti.
Più in generale la forma-sequenza tematica attraversa tutta la produzione del nostro a partire Genealogie con ritratti del 1985, passando per Le belle ore del Duca (2012) che rimanda a un’atmosfera medievale e antica, con testi dedicati ai mesi, fino all’inedito Passeggiate, che prende spunto dalle passeggiate quotidiane suggerite dall’amico medico, per parlare della natura, del destino personale che si fa destino dell’uomo, con uno sguardo allungato sulle vicende della Storia.
La lettura di Là dove il periplo si chiude consente di ripercorrere il vasto panorama di temi e forme, facendo comprendere la forza, ma anche l’importanza di un poeta come Roberto Pagan. È in questi percorsi, all’apparenza più appartati, che si gioca il destino della poesia. (Luca Benassi).



Rita Pacilio legge "Le parole accanto" (Interno Poesia, 2017) di Michela Zanarella

Di un libro di poesia mi rapisce immediatamente il titolo, perché credo sia la poesia più breve dello stesso volume, la più essenziale, il lampo in cui l’implicita sostanza poetica si rivela. Infatti, Le parole accanto – Interno Poesia, 2017 di Michela Zanarella è un viaggio della rivelazione emozionale (analisi dello spirito con cui si affronta il cammino nel mondo attraverso le parole prese per mano) e la ricerca (conoscenza) del come si possono osservare tempo, ricordi e attese: Lo so, la vita ti insegna presto/a capire le distanze/e a sfiorare l’ombra di un volto di spalle. Gli occhi dell’autrice diventano i nostri occhi e, l’intima relazione con gli esseri umani, ci viene consegnata senza ombre e moralismi. D’altro canto, decodificando gli eventi e i luoghi, la poesia sorregge l’emozione del lettore in maniera intensa, generosa: Dove l’aria è troppo densa/di dolcezza/te ne stai nel timore grezzo/di un’angoscia al suo bagliore. Alcune sfumature della sua poetica le troviamo leggendo di seguito i titoli delle poesie dell’intero volume formato da due sezioni Le parole accanto e Ai poeti. Risposte e strumenti, quindi, che rispecchiano una genuina appartenenza alla vita reale attraverso la memoria della tradizione e, contemporaneamente, il superamento del distacco dalla stessa. Michela Zanarella riesce a materializzare (rendere visualizzabili) le parole intrise di concetti filosofici, senso poetico, immagini, musicalità, in ancelle partecipi delle circostanze quotidiane. Parole che camminano accanto come oracoli invisibili che ci narrano la consapevolezza delle illusioni perdute, la maturità della commemorazione del passato e, infine, la speranza nella prospettiva positiva del futuro (pag.47 Apro la pelle ai giorni). Le metafore, dipinte di mito e umanità, si basano su un gioco di affinità fonica e sintattica la cui trama memorizza nel tempo l’incredibile capacità di amare.

Rita Pacilio

CIO' CHE RESTA DEL GRANO
Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l'asfalto che trema,
l'origine che origlia
ciò che resta
del grano.

RACCONTAMI
Raccontami
come cambia direzione il vento
e di come si consola l’erba
del bianco della neve.
Io so del gergo della terra
che hai calpestato,
di quei passi
che hai riempito di sudore
tra i rovi di montagna.
Non sono stata capace
di gridare a cuore aperto
quanto manca la tua voce
al mio respiro.
Raccontami
quale meta spetta
al nostro tempo
e quale ragione
sta nella mia sete
di silenzio.

RACCOLGO CILIEGIE
Raccolgo ciliegie
come se fosse tornato il tempo
di perdermi tra i rami
a fissare l’odore del vento.
Chiudevo gli occhi
e mi stringevo addosso
rosse dolcezze
oltre al colore di un sole
che si muoveva
a ravvivare le polpe.
Tu lo sapevi
che in punta di piedi
mi sollevavo a riempire i palmi
di frutti e silenzi.
Raccolgo ciliegie anche adesso
senza essere tra le montagne
sola con la tua voce accanto
sfidando le labbra ad ascoltare
il sapore di allora.

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. E’ Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF).





Ovvero "Colei che è" di Stefania di Lino. Recensione a "Cambio di stagione e altre mutazioni" (Oèdiopus Ed. 2017) di Floriana Coppola

« Ho scritto per essere raggiunta, ma anche per marcare una distanza, per aprire un varco alla memoria e per consolarmi di averla perduta...