martedì 23 ottobre 2018

Quattro poesie di François Nédel Atèrre da "Mistica del quotidiano (Terra d’ulivi edizioni 2018)

*
Eri tu la quiete
che cercavano i marmi
stanchi di luce,
i volti indocili, manchi,
di prìncipi e di santi,
costretti all’equilibrio
su còrdoli sottili.
Anche per scale sapevi,
nascoste o aperte all’aria
di inaspettati cortili,
essere lieve al gradino
provato dall’orma,
facendoti sabbia o cristallo
che i tagli ravvivava, nuovamente.

*
A farla breve - perché il tempo manca –
dovremmo ricordarci di spiegare
ogni entità in disordine, anche il moto
più turbinoso dell’animo, oscuro,
con le parole semplici del poco.

Questo noi non abbiamo saputo,
strappare un brano di materia viva

e sezionarlo in punta di penna,
mostrare a tutti di cosa sia fatta,
 tolto il superfluo, la carne senziente.
Ci è spesso ignoto lo sguardo sicuro
di chi sa separare nettamente
la galla stenta dal frutto maturo,
le foglie dall’umore appiccicoso
che le vorrebbe nutrire e avvelena.

Ci resta appena chiedere perdono
per quello che ci morde, inverato
per arzigogoli di strana lingua
- l’unica di cui siamo capaci –
desti solo a metà, la testa altrove.

*
Dritto negli occhi, un lampo, l’altopiano:
stoppie e ginestre tacciono, tra i monti.
Sassi rigati e vento, pioggia nuova,
frutti maturi al grembo, la radura.

*
Mostra il manto sottile di una belva
 che dorma, antica, la lettiera fulva
 di aghi di pino in terra, la foresta.

Tra gli alberi, il terreno diseguale
in dune e solchi segna i nervi tesi
di un animale girato di schiena.

Cade ogni tanto - un tonfo breve, sordo
una pigna dall’alto. Il colpo ai fianchi
non la disturba, non ne scuote il sonno.
Soltanto a notte, i rami senza foglie
toccando il cielo, adunchi come dita,
mette il suo verso cupo: si spaventa
e tace, all’improvviso, ogni altra voce.


François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terracciano) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. È laureato in Economia e Commercio.
La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea - del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento - ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione.
Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti. Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari. Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni.



lunedì 22 ottobre 2018

Quattro poesie di Marco Carone da "La dimensione dell’esilio" (Edizioni Ensemble 2018)

Il bacio


Ad un tratto
in tutti quei rumori
diffusi in piazza
si aggiunse
una singolarità nuda,
priva di eventi

e lì, diventò necessario
il pretendere di appartenere
alle tue labbra,
l’aprirsi nella ricerca
di un contatto più stretto.

*
Sapevo
che non avremmo
 risparmiato nulla di noi.
Stretti, fino alla combustione
dei corpi, a contorcerci
per l’ultima volta
nella vivida fiamma,

lontano da tutto.
Fu una liberazione
bruciare in quel modo.
Quasi naturale
non opporre resistenza.
Morire senza più colpe.
Senza alcun testimone.

*
Continuo a dirigermi
verso chi non conosco,
credendogli per la sola
lunghezza di un passo.

*

Svestito di ogni certezza
mi accorgo di cosa sia la nudità
e per il tempo in cui
il freddo mi assale
la verità mi accartoccia.


Marco Carone (Mesagne, 1984) attualmente è impegnato in progetti di didattica museale e di pittura sperimentale. La dimensione dell’esilio è la sua seconda raccolta poetica.

giovedì 11 ottobre 2018

François Nédel Atèrre legge "Non ero preparata" (Ed. La Vita Felice 2018) di Melania Panico

Di quello che è stato e di quello che è, di tagli piccoli e profondi, fatti di luce, di sorprendenti guarigioni da mali minimi e insanabili racconta Non ero preparata, il nuovo libro di Melania Panico.
A tre anni di distanza dal precedente Campionature di fragilità (la vita felice 2015), di cui rappresenta la prosecuzione e lo sviluppo, questo lavoro della maturità dice del nostro essere senza difese nella corrente del tempo, del nostro stare, scoperti e vulnerabili, dentro gli eventi grandi e piccoli dell’esistenza, offrendo domande senza risposta e una parola che non vuole confortare: il terminare di qualunque cosa - una storia, un’amicizia, un amore o una vita - sono qui il nostro mondo che manca, un terreno che cede all’improvviso sotto i nostri piedi senza che si possa fare o dire nulla di sensato: mentre vorremmo chiedere a noi stessi la ragione degli eventi, ci viene già chiesto di ripartire, di correre - il mondo non ha nozione di noi, non si ferma per il nostro dolore o il nostro sentire, è Natura indifferente e crudele, leopardiana –

Anche il verso è meno levigato, ma non per mancanza di cura: cade esattamente come una parola dovrebbe cadere, col peso e la forma di un diamante grezzo: fondamentale è qui la reazione del poeta nei confronti dell’imprevisto e della sua forza salvifica, dell’imponderabile:


La nostra questione è stata la luce
poi le mani poggiate sul tavolo a morire

e nella testa sempre la stessa canzone.
Si è alzato il vento, di cosa vogliamo parlare?

Saremo salvi -forse- con l’eterno ritorno delle stagioni, con l’apparire di segni d’aria che si fermano al nostro fianco, che ci parlano in luogo degli assenti, che sono -forse- gli assenti:

L’aria già preme sui bastioni alberati
sulla grondaia illuminata
agosto sui cuscini
così mi accerto di tutto

Una poesia di una verità disarmante, coscienziosa, che prende il lettore per mano senza avere la pretesa di essere guida, che chiede solo di accompagnare, di farsi carne e sangue in un mistero che non ha soluzioni se non nel bene, sincero, che possiamo dare agli altri.

*
La nostra questione è stata la luce
poi le mani poggiate sul tavolo a morire
e nella testa sempre la stessa canzone.
Si è alzato il vento, di cosa vogliamo parlare?
di cosa dobbiamo parlare?
Del perché non ci sia un altro posto
dove andare a parare, raccontare la storia
la nostra fine.
Siamo andati via ti ho preso il braccio in stazione
come in un film.
E dire che anche gli addii si possono fingere

*

L’aria già preme sui bastioni alberati
sulla grondaia illuminata
agosto sui cuscini
così mi accerto di tutto
il vuoto le scogliere la riga sugli occhi
poi l’alba, qualcosa come un pensiero inosservato.
So quanto costa mantenere il bianco
ma cos’è questo arrendersi sul viso?
Anche il muro di fronte chiede tempo


©François Nédel Atèrre. 08.10.18





Ovvero "Colei che è" di Stefania di Lino. Recensione a "Cambio di stagione e altre mutazioni" (Oèdiopus Ed. 2017) di Floriana Coppola

« Ho scritto per essere raggiunta, ma anche per marcare una distanza, per aprire un varco alla memoria e per consolarmi di averla perduta...