domenica 10 gennaio 2021

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Opera incerta di Anna Maria Curci (Edizioni L'arcolaio 2020)

Oggi voglio accostarvi alla lettura dell’ultimo volume di Anna Maria Curci, con buona dose di temerarietà da parte mia, in quanto sono ben consapevole che un testo di tale profondità, multisfaccettato, ricco di svariate chiavi di lettura, di riferimenti storici e culturali, con scrittura di plurilinguismo multiforme, non possa in questa sede che apparire riduttivamente amputato. Ma ritenendo io che, come il sole è integralmente sole anche in un suo solo raggio, che ne contiene tutta la sostanza di luce e calore, così io ritengo avvenga per la Poesia che se è grande dona, anche tramite esame frammentario, tutta la bellezza dell’arte e soprattutto quell’incanto emozionale, quella pienezza dell’animo che arricchisce il lettore e lo invita, dopo la fase sentimentale, a riflettere e auspicabilmente ad operare scelte più consapevoli nella propria vita.

La poesia di Anna Maria è complessa e sfugge alle definizioni: è lirica ma non solo lirica, è civile ma non solo civile, è classica, nel senso che getta un ponte con grandi del passato che rivivono in lei, ma non è solo questo, perché il suo è lo sguardo di uno storico che fa tesoro del passato per prevedere il futuro. Il suo obiettivo è cercare di migliorare i tempi a venire, alla luce di eventi storici tragici che devono insegnare qualcosa all’umanità. Ma tutto avviene con leggerezza, definita da parole chiave che sono: sorrisi, attraversamenti, cadenze di un remo, passaggi, attese, silenzi, illuminazioni. L’approdo è la luce, l’illuminazione materiale e metafisica. È una poesia impalpabile, fatta di cose accennate, evanescenti, non di messaggi gnomico-sentenziosi, totalmente assenti qui perché lederebbero la poesia: sarebbe una contraddizione in termini ed Anna Maria, maestra dello scrivere, lo sa bene.

Prima di segnalarvi i versi, invito a leggere e a meditare la splendida Postfazione al libro di Francesca Del Moro. È una guida alla complessità di questo libro, veramente inimitabile, di aiuto a svelare riferimenti culturali preziosi ma talora un po’ criptici ed alcuni rimandi di non agevole interpretazione.

 

L’autrice spiega nella sua introduzione il significato del titolo: è il plurale latino di opus incertum, termine architettonico antico, in cui le pietre da costruzione non vengono affiancate l’una all’altra ma sovrapposte ai bordi per aumentarne la solidità costruttiva. Io vorrei affiancare anche il termine, usato nel giardinaggio, ove opus incertum è costruzione stradale o di vialetti in cui, tra pietre di diversa forma e dimensione, si lascia uno spazio libero in cui cresce l’erba viva, o incolta o seminata all’uopo. Così è la poesia infatti, inesauribile, mai limitata, viva e vitale.

Ci sono le pietre, la parte sostanziale e strutturata, ma intorno a queste cresce anche dell’altro: la bellezza evocata ed evocativa, che nasce spontanea come l’erba appunto, la suggestione musicale, la libertà interpretativa offerta al lettore da parole mai univoche, mai perentorie. Insomma, quell’apertura all’oltre che è sempre determinante nell’arte. Questa ulteriore definizione di opus incertum aggiunge quindi un senso di particolare rilievo alle caratteristiche dell’opera poetica, alla sua essenza.

Dalla prima sezione del libro Barcaiola vi propongo:

 

Barcaiola

 

Siedi sull'altra riva e getti l'amo.

Io traghetto.

 

Nella scalmiera remo

bisbiglia con cadenza.

 

Lei, la tua mobile sostanza, smesse

le vesti torbide, mi accoglie.

 

Quando riprende il volo la speranza,

cocciutamente sai che non è fuga.

 

*

Di nuovo a casa

 

Di nuovo a casa

nella prima di avvento,

la luce aggrovigliata dentro ai vani

fa cenno di aspettarla.

 

Non ho fretta.

 

*

Del passaggio

 

Del passaggio non so,

tu affine anima mia,

meandri e pieghe e anse.

 

Lo slancio riconosco,

la luce tende braccia,

non si fa definire.

 

Si tratta di tre componimenti brevi ma densi di significato, filosofico ed umano, scandito in tutti e tre i testi dai versi finali:

 

Quando riprende il volo la speranza,

cocciutamente sai che non è fuga.

 

Non ho fretta.

 

la luce tende braccia,

non si fa definire.

 

Il passaggio, gli attraversamenti, sono spesso dolorosi, sempre faticosi, tant’è vero che il termine da noi usato per ogni cambiamento impervio da una situazione all’altra è crisi, che in greco antico definisce appunto lo stato di passaggio, anche traumatico, che ogni uomo alla ricerca della propria interiorità deve superare.

La caratteristica di Anna Maria è una consapevolezza di sé, conquistata con responsabilità pacata, con la leggerezza di chi riesce a vedere le cose come dall’alto, dal di fuori, con un sorriso che è forse di grazia più che di ironia sulle umane sorti. Mi è sembrato di respirare in questa sezione la pacatezza di certa filosofia orientale, il sorriso di Siddharta e del traghettatore, maestro Vasudeva, che gli insegnerà a percepire il fiume e quindi il mondo naturale, come essere vivente (macro-cosmo e micro-cosmo) in armonia con l’Universo.

 

Opera incerta è la sezione in cui sono raccolti testi di varia ispirazione, alcuni, bellissimi, suggeriti da letture (Cristina Campo) o traduzioni (Czechowski): il filo conduttore è l’incertezza del vivere, il dubbio metodico, il mettersi in discussione di fronte allo stesso proprio verso.

Da questa sezione traggo, per esigenza di spazio, solo due brevi poesie, esempi di compiuta creatività, perfetta sintesi di forma e contenuto, pur nell’estrema concisione.

 

Del saltimbanco

 

Il vestito di scena,

riposto e ripiegato,

mi guarda e tace.

 

Del saltimbanco

racchiude il ricordo

e non rinnega.

 

 

Kit di sopravvivenza

 

dosi massicce di sopportazione

sordina a false rivendicazioni

sguardo rivolto al cielo o a un filo d'erba

un libro spalancato o uno spartito

 

Mnemosyne è la sezione che prende il nome dalla dea greca, madre delle Muse, signora della memoria storica, colei che ispira ai poeti e agli aedi il canto di ciò che è degno di essere tramandato,  in quanto imprescindibile per la formazione delle generazioni future e per il progredire della civiltà. Anna Maria, con lo sguardo alla negatività della storia da cui emerge l’eroismo comune di tanti come noi, “assorbe il dolore per rilasciarlo come se la poesia potesse essere l’Angelus novus del quadro di Klee, con le ali trascinate verso il futuro ma lo sguardo fermo sulle macerie del passato”, come meravigliosamente commenta Francesca Del Moro.

Da questa sezione di alta poesia civile traggo due poesie commoventi, una dedicata a Bonhoeffer, il luminoso teologo, intellettuale tedesco, vero uomo di Dio, antinazista fermo, la cui origine aristocratica non salvò dalla violenza hitleriana; l’altra sui crimini contro l’umanità nei fatti di piazza Tienanmen:

 

Di grida omesse e canti gregoriani

per Dietrich Bonhoeffer

 

Solo chi grida per gli oppressi intoni

gregoriano canto d'armonia.

 

Trapassò l'assassino quella voce.

 

Oltre l'ombra è saltata tuttavia.

Mitezza senza posa è la sua forza.

 

Dice oggi: che cosa vuoi intonare?

Lo spurgo di coscienza del rigetto?

 

Scandisci cifre invece,

smaschera menzogna.

Sia umano il canto, voce dei sommersi.

 

*

Tienanmen

 

A quella porta della pace celeste

bussa spesso il pensiero e a due umani

che testimoni si fecero del nome

a caro prezzo, come sempre avviene.

 

Chissà dopo trent'anni dove sono

-  lui che schivava lui che saltellava -

 ­temerari di pace sulla terra

soppressi oppressi chiusi in manicomio.

 

Tu, giacca in mano e buste della spesa,

quale sguardo hai lanciato al guidatore

mentre gridavi: basta col massacro?

 

E tu, alla guida dentro il carro armato

- sorte compagna, direzione-ignota -

 ­no, tu non travolgesti la memoria.

 

Per finire in leggerezza, ma con la levità pensante che è anche una peculiarità di questa poetessa, dall’ultima sezione Di tanto azzurro, vi propongo due testi. Anche qui invito all’attenzione e il cuore del lettore alla folgorazione dell’ultimo prezioso verso, messaggio determinante del testo.

 

Così va azzurro l'oggi

 

Così va azzurro l'oggi

non cerco altre parole.

Si affacciano discrete

se offrono riparo.

 

Sui sentieri interrotti

non portano salvezza

rabberciare non sanno.

Duetta l'ombra con la luce.

 

*

Di tanto azzurro

 

Non so se sono ancora la bambina

che facevi volare nel mattino

nitido e freddo al sole di dicembre.

 

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola

dove da trafelata ti mutavi,

lingua-madre diventava il francese.

 

So che di tanto azzurro mi rimane

un fiocco, il cielo in testa e l'occhio desto,

pegno d'incanto, balzo, testimone.

 

Vi voglio lasciare con un messaggio breve e coerente di Anna Maria Curci e della sua poetica: è la quartina CLV di un altro suo libro del 2019, Nei giorni per versi. Vi dice tutto di lei!

 

CLV

 

Che sia ciascuno persona di pace,

non in pace. Nelle vostre parole

luce che sa del buio e dell'orrore,

mantello di serena irrequietezza.

 

 

venerdì 1 gennaio 2021

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: Vocabolari e altri vocabolari di Brina Maurer (Macabor Edizioni 2020)

La poetessa di cui vi parlo oggi ha chiaramente un nome ed un cognome, un aspetto di splendida, giovane signora bionda, un curriculum di studio e di scrittura di tutto rispetto, anche a livello internazionale. Non è che io voglia alimentare il mistero sulla sua figura, ma direi che è proprio lei che me lo impone, a partire dal suo pseudonimo Brina Maurer, per proseguire con la sua forma di scrittura poetica, in cui ogni elemento concretamente realistico viene trasfigurato in fiabesco, per lo più amaro, come dolorose ed amare sono quasi tutte le vicende della vita e le fiabe per bambini. Il lieto fine d’obbligo “e vissero tutti felici e contenti” delle favole ha uno scopo per lo più consolatorio, per esorcizzare il peso delle paure e delle sofferenze di tutto il resto della narrazione e, purtroppo, della vita.

È una poesia difficile, un po’ tortuosa, quella di Brina: va decifrata, decodificata. Mi è sembrato, a prima vista, che volontà dell’autrice fosse quella di scegliersi interlocutori-lettori di anima a lei affine, che non si spaventassero all’impegno di trovare le chiavi di lettura nella complessità per aprire lo scrigno del tesoro sommerso ed arrivare al cuore di un messaggio, al giorno d’oggi, elementare ed inaccessibile allo stesso tempo. L’autrice infatti possiede la dote rara di vivere in armonia con il cosmo, con la natura, con gli animali, con cui è in relazione viva, di sensibilità ed amorevole corrispondenza. Vocabolari ed altri vocabolari nel titolo fa riferimento alla interrelazione tra esseri viventi, alla bellezza della comprensione tra chi parla linguaggi vocali diversi, indubbiamente, ma ha identico modo di sentire, di amare, di soffrire, di emozionarsi in vita e, con lo stesso fatalismo e la stessa pena, abbandonare la vita.

La forza poetica dell’autrice denuncia la bestialità umana nei confronti degli animali, spesso sfruttati, vilipesi, maltrattati, esaltando invece l’umanità degli animali che, viceversa, si fidano della bestia-uomo, vi si dedicano con un amore che non conosce limiti o riserve.  La nostra stessa esistenza sulla terra corre rischi gravi, se non impareremo a comprendere l’interconnessione tra noi e la natura nei suoi tre regni, fonte di luce ed armonia nel creato. Si impongono certe scelte, non più procrastinabili.

Brina Maurer, che ha scelto di vivere in provincia di Udine, nella natura, lontana dalle grandi città, scrive nel suo linguaggio immaginifico, talora metaforico-allegorico, a volte fiabescamente visionario, le esperienze edificanti, più spesso dolorose fino a conclusioni di morte, con le sue “persone care”: i suoi cani amatissimi Lord Genn, Mughy e Nina. Anche altri animali, talora torturati ed uccisi dalla violenza umana, persino quella disarmante dei bambini, appaiono in questi testi, lunghi come odi, moderni nella forma, ricchi di riferimenti culturali d’ogni tempo e di attualità cronachistica quotidiana.

Proprio per la lunghezza e la complessità di questa scrittura, oltre che per invitarvi alla scoperta del libro, riporterò solo una sua poesia: un assaggio. Tuttavia inserisco qui alcune immagini luminose, davvero felici, che mi hanno trasportata nel regno della poesia autentica, quella che sa suggestionare ed incantare anche con un’immagine unica, ma di inimitabile bellezza.

Ne Le prime scarpine di Glenn, parlando del cane ferito nelle zampe, Brina scrive con verità amorevole, riferendosi al cane e alla bimba Isabella:

 

Lei ondeggiava verso destra,

lui oscillava verso sinistra,

lei verso di lui,

lui verso di lei.

Pendolo di Foucault

con baricentro d’amore.

 

e al termine della poesia l’autrice scrive:

 

Isabella custodisce ancora

le prime scarpine di Glenn

simbolo della metà bionda del suo cuore...

 

Nella poesia Misia, la fata con gli stivali troviamo questa immagine luminosa, che basterebbe da sola a fare grande una poesia

 

... danzavi

cullata dal vento in amache di luna

 

Misia, indimenticabile gatta!

 

Alcune poesie di Brina mi hanno commossa, riaprendo dolorosamente ferite mai sopite in relazione ad analoghe vicende sui cani della mia vita, Sir Ezzy ed Olly.  In questo caso il coinvolgimento è stato totale, ma anche chi non abbia mai avuto animali con sé è in grado di capire lo spessore del legame che collega l’uomo al cane. Del resto l’amore, come il dolore, è eterno, ha una voce e non varia, come scrive Saba nella poesia La capra (da me citata giusto un paio di letture fa).

Ma c’è un altro tipo di risonanza che mi rende cara la poesia di Brina Maurer: tutte e due abbiamo avuto analogo modo di dire, riguardo alla nostra concezione di poesia. Lei afferma nel testo iniziale Vocabolari ed altri vocabolari (da cui prende il titolo la raccolta):

 

Voglio una parola

che sia violenta scarica elettrica,

pensiero per immagini,

taglio che chiude la pagina.

Non il sottovoce che non ha funzionato.

 

Io, nella mia poesia Pensiero (riferita ad una frase della scrittrice Shalev sulle parole spesso usate per nascondere, non per svelare), dico qualcosa di molto simile

 

Che non capiti a me

di tradire le parole.

Le voglio tutte

in riga. Pulite

come la luce

del mattino. Ingenue

da ipocrisie

compromissorie

...

 

Sicuramente Brina è più violenta (è anche molto più giovane!), io più pacata, ma la carica del dire ci accomuna nell’intransigenza di una parola autentica, vera, mai compromissoria, appunto. Mi ci ritrovo appieno ed è molto bella questa forma di riconoscimento a distanza tra due persone, sconosciute nella vita, ma affratellate dalla poesia.

 

Le prime scarpine di Glenn

 

Lord Byron eludeva

la sua zoppia,

sfidando roventi flutti in mare aperto.

Glenn e Isabella, invece, erano orgogliosi

del loro zoppicare in giro per il mondo!

 

Le gambine erano, a volte,

ragazze fragili,

troppo stanche per camminare?

E allora ecco Glenn in versione ballerino,

sorretto nell’imbragatura arcobaleno!

 

Altri lo avrebbero voluto pallida marionetta,

ma lui, attraverso le redini in mano a Isabella

e alla trasmissione del moto tanto cara a Leonardo,

vibrava all’unisono con lei:

i loro cuori, spugnette rosse danzanti!

 

Lei ondeggiava verso destra,

lui oscillava verso sinistra,

lei verso di lui,

lui verso di lei.

Pendolo di Foucault,

con baricentro d’amore.

 

Isabella indossava scarpine da surf multicolor,

sebbene fosse atterrita dal mare.

Glenn indossava scarpine nere,

speciali stivaletti in neoprene imbottito di pile.

Da ballo… da sballo!

 

Sulle sue scarpine stava scritto,

in bianco, “Walker”:

Glennie Walker!

Emulo del re degli alcolici

e dell’autore di un Rimario,

visto che Glenn guaiva in rima

per le sue dichiarazioni amorose!

 

Nel bosco di Raíbl,

con Isabella,

scalpitava verso l’ignoto,

nonostante lo strazio della carne viva.

 

Tuttavia i piedini trascinati sul dorso,

su radici esposte sassi poco levigati o pietre aguzze,

non si ferivano,

grazie a magie di neoprene.

 

Con le sue “ragazze più preziose”

bramava curiosità ed estasi,

in un eccesso di vita.

 

Dilaniava il cuore…

 

Ogni cellula in agonia,

un’angusta cella,

da cui presto l’anima sarebbe evasa.

 

Seppur consapevole,

per il suo bene,

Isabella riusciva ancora a ridere sorridere giocare

farlo contento.

 

Correndo veloce con le gambine anteriori,

Glenn - biondo sempre più biondo,

bello sempre più bello - volava,

lasciando scivolare

le gambine posteriori come strascico di cometa.

 

A casa, le scarpine trascinate sul cemento

producevano il suono di cerini

sfregati sulla scatola di fiammiferi.

Accendevano pulsanti visioni.

 

Isabella udiva quel rumore,

ticchettio di palpiti,

- musica delle segrete,

dietro metallo e tessuto

di un paravento fonoassorbente -

anche nella Stanza delle felci,

quando gli stivaletti strisciavano

sul marciapiede vicino alla vecchia palma.

 

Glenn - cacciatore di nuovi mondi -

voleva l’albero di Natale sempre inondato di luci.

Scintille e bagliori filiformi

accendevano i suoi occhi ciechi

e la sua nobile immaginazione,

mostrandogli la sua amata

tra aloni magici e pennellate di rosso.

 

Lui e Isabella insieme erano felicissimi!

E lei, di lui, era così orgogliosa…

 

Ma la verità è pura e dura

e sino alla fine del tempo perdura:

i corpi non sono attraversati da un flusso infinito.

 

Dieci anni dopo,

in una scatolina di carta preziosa,

Isabella custodisce ancora

le prime scarpine di Glenn,

simbolo della metà bionda del suo cuore…