domenica 12 dicembre 2021

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Dalla stessa parte - uomini contro la violenza sulle donne" (Ed. La vita felice 2021)

Ho scelto oggi di presentare un’interessante antologia poetica: Dalla stessa parte – uomini contro la violenza sulle donne, da poco uscita presso La vita felice. I due curatori, Salvatore Contessini e Salvatore Sblando, operatori culturali attenti al sociale e all’impegno civile nonché, in primo luogo,  raffinati, sensibili poeti entrambi, nonostante il tema non agevole – anzi scabroso – si sono adoperati attivamente a che il mondo poetico maschile affrontasse la questione di genere ancora così pressante nel nostro paese.

L’interessante introduzione dei curatori mette in luce aspetti insospettabili: il numero dei partecipanti è stato inferiore alle aspettative; sotto l’aspetto dei contenuti l’universo femminile è stato trattato dagli uomini in modo poco articolato e, talora, secondo punti di osservazione piuttosto scontati e stereotipati: non sempre ci si è accostati al mondo ‘altro’, ma complementare, della donna in forma attuale, contemporanea. Anche in questa circostanza il genere femminile appare relegato al ruolo classico di donna come domestica del nucleo familiare, con la solita retorica dell’angelo del focolare, unica configurazione che sembra – anche negli anni ’20 del Duemila – ‘privilegiarla’: donna di casa, sposa, madre.

Con tutto ciò una sessantina di poeti hanno risposto all’appello, ma scrivere su un tema prefissato può sempre creare problemi di vincolo di ispirazione e di libertà creativa e devo confessare che ho provato imbarazzo nel trovare in troppi testi una svogliatezza, come nello svolgimento di un tema scolastico assegnato e trattato con adesione indotta, più formale che sostanziale. Un compitino da scrivere per fare bella figura senza esporsi più di tanto, soprattutto senza spendersi troppo concettualmente. Ho rilevato infatti, in generale, una mancata concezione di rapporti paritetici tra uomo e donna, un difetto di volontà di accostarsi seriamente a un problema che dilaga purtroppo dal Nord al Sud del nostro paese, con una scia di violenze e femminicidi quasi quotidiani. Va anche detto infatti che i dati statistici, riportati dai quotidiani recentemente, segnalano per l’Italia un acuirsi dei femminicidi nel 2021 rispetto all’anno precedente superiore all’8% e ogni tre giorni in media una donna perde la vita per mano omicida di uno stretto familiare.

Nell’Antologia le tematiche proposte si risolvono per lo più con una rappresentazione (non con un’adesione dell’animo, appunto) di scene di violenza ed effettacci di maniera, molto convenzionali, più adatti a un film horror che a una poesia alta e civile. Meno frequente la presa di coscienza, tale da portare i lettori d’ambo i sessi a riflettere insieme, in relazione paritaria di vicinanza, magari di tenera complicità. Non vorrei tuttavia essere unilateralmente severa all’eccesso nelle mie affermazioni femminili, o forse femministe, esacerbate dal momento storico concreto, che vede violato l’universo delle donne in tutti i campi (pur con diversa gravità, va detto) a livello nazionale e internazionale.

Ho avuto modo di leggere nell’antologia anche poesie veramente pregevoli e ‘coraggiose’ per autenticità, originalità di concezione stilistica e di profondità di sentire, in una visione in cui non esistono separazioni culturali o ruoli prefissati da tradizioni e logiche maschili o maschiliste. Emerge invece, in casi felici, l’esigenza di condivisione di ogni aspetto della vita con l’altra metà del cielo per una base armoniosa dell’essere.

Nell’impossibilità di dilungarmi come vorrei su tanti autori, riporto tre poesie che mi hanno colpito per grande tensione morale e forte intensità del dire.

Nella prima, di Riccardo Giuseppe Mereu, ho apprezzato particolarmente il messaggio di un uomo che si accosta alla donna non per capire ma per sentire la vita al femminile, quasi per un procedimento di induzione. Mi sembra imprescindibile modo per giungere ad una effettiva serenità di rapporti nella parità tra i generi.

La ‘direzione’ del femminile è in effetti da imparare, ma quanti uomini hanno voglia di applicarsi su questa strada?

 

Riccardo Giuseppe Mereu

 

I tuoi vestiti

Indosso i tuoi vestiti. Non sono pazzo!

Voglio sentire i tuoi desideri

attraversare come un mantra i miei pori,

scollegare il cervello

fino alla pelle d'oca.

 

Voglio vestire i brividi che hai

quando la notte ti senti sola,

l'odore e il sapore, il sudore della pelle...

Ascolto i battiti del cuore

per imparare la tua direzione.

 

Propongo poi la poesia di

 

Silvio Mengotto

                       

Alda Merini

Oggi ho visto la tua ombra felice,

la voce roca incensava le nuvole

azzurre della fedele sigaretta.

Eri una bambina che dormiva

nella culla, i passanti avevano

paura di svegliarti, nel segreto

sorridevi rinata sopra le ceneri

del nulla.

Come una nonna, raccontavi la vita

con le strofe sussurrate alla cornetta

telefonica. Anche i bambini erano

innamorati del tuo rossetto porpora.

Serena e inquieta confidavi i tuoi

dolori solo alla Madonna.

Con le ali sei volata in cielo

a scrivere poesie per il Signore,

racconti trapuntati di futuro,

denunciando tutte le angherie

subite dalle donne nella storia.

Senza rumore hai asciugato

le lacrime di Dio, accarezzato

il viso alla Madonna.

 

In questa poesia ho trovato di grande originalità la resa simbolica della poetessa Merini, vista in ogni fase della sua vita come emblematica del percorso, nel bene e nel male, di ogni donna, poiché ne ha vissuto ogni possibile esperienza e, sublimandole ed eternandole tutte, ha saputo cantarle in poesia.

 

L’ultimo testo che propongo oggi è di

 

Silvio  Raffo

 

La stella del coraggio

Dalla tua parte

sono sempre stato

nella vita e nell'arte –

non perché fosse quella

di chi inerme è oltraggiato

(e secoli di storia

l'hanno testimoniato  

alla sorda memoria)  

 

ma perché la tua stella

d'amore e di coraggio

ha sempre rischiarato

il mio deserto viaggio –

perché la tua magia

di fata-strega e bella

maliarda mi ha ammaliato

da fanciullo e da vecchio

perché tu sei lo specchio

di una costanza eterna

di fedeltà materna

di una malinconia

 

sorretta dall'orgoglio

vigoroso germoglio

di edera tenace

sei la guerriera audace

che vince ogni battaglia

la tua supremazia

è quella di chi è stato

offeso ed umiliato.

Solo un'esile scaglia

del tuo genio segreto

si è manifestata,

col travaglio consueto –

ma il tempo ti ha premiata.

Soprattutto se sola,

fiera amazzone ardente,

sei sempre tu la mia

cometa iridescente

che con me la Parola spargi della Poesia.

 

Mi piace l’autenticità di affermazioni ‘coraggiose’ da parte di un uomo che ammira nella donna la forza di scelte audaci e innovative, che si sposano a sensibilità di temperamento e ad una tempra stilistica tale da diventare punto di riferimento, una vera stella guida, per il mondo maschile. La donna di Raffo è tutt’altro che ‘agiografica’ e convenzionale: è fata-strega, bella maliarda, è amazzone, guerriera audace, fiera amazzone ardente oltre che specchio / di una costanza eterna / di fedeltà materna.  La donna è un mondo complesso e sfaccettato, è cometa iridescente, compagna di arte e di vita, per chi solo lo sappia intuire e confessi di subirne la personalità arcana.

Come sempre, l’autore ci offre un componimento di forma raffinata: nella prima e nell’ultima parte del testo c’è preminenza di rima alternata (a b a b), nella parte centrale c’è l’uso frequente di rima baciata (a a b b). La cosa ammirevole e rarissima è che questa classicità di versificazione non ha nulla di vetusto o di stantio, ma si sposa benissimo con l’attualità del pensiero dell’autore e l’autenticità anticonvenzionale dell’esposizione.

Grazie quindi ai due curatori, che hanno creduto nel progetto e in un’operazione del tutto positiva, in quanto dall’Antologia si apriranno interrogativi, confronti, dibattiti di idee. Sono tutte situazioni queste che, a partire dalla poesia che non è mai univoca né tantomeno apodittica, portano al progresso della società affinando la coscienza individuale e collettiva. Ritengo lodabile la strada percorsa, aperta sempre al dialogo e all’incontro, in contrapposizione a ogni forma di intolleranza e di prevaricazione.

Marvi del Pozzo

domenica 28 novembre 2021

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "La ferita celeste" di Silvio Raffo (Ed. La vita felice 2019)

foto di Dino Ignani
Silvio Raffo è artista multiforme, intellettuale di vasti orizzonti, raffinato traduttore. Poeta, romanziere, critico, docente di Liceo classico, ha tradotto l’opera omnia della Dickinson (il suo Meridiano Mondadori, 1997, è alla decima ristampa), oltre a numerosi altri autori classici e contemporanei di lingua anglosassone. Per inciso, il suo è il parlare inglese più perfettamente intonato e musicale che mi sia stato concesso di ascoltare nella vita: da restare incantati a sentirlo interloquire, per ore.

Evidentemente anche nella lingua ‘straniera’ (ma per lui è una seconda lingua madre) si percepisce quella propensione alla musicalità melodica che è cifra della sua poesia, caratterizzata da amore per la tradizione italiana del poetare. La forma stilistica di Raffo è basata infatti su versi classici (endecasillabi e settenari), per lo più legati da una struttura di rime, spesso alternate o incrociate, talora baciate.  È estremamente interessante, in Raffo, l’uso di un lessico moderno, rigorosamente contemporaneo, scandito per contrasto da questa musicalità ritmata, intensa, che riporta ai fondamenti della nostra tradizione poetica letteraria, attualizzandola con vivacità.

Altro grosso merito spetta a Raffo, in quanto critico letterario: quello di essersi occupato di voci contemporanee a rischio di dimenticanza. Penso, tra tante poetesse, alle mie amate Maria Luisa Spaziani, a Daria Menicanti – ricordata nell’antologia critica Le muse del disincanto, Castelvecchio 2019 –, ad Antonia Pozzi. Tra i romanzi ricordo La voce della pietra, Il Saggiatore 1996, finalista al premio Strega, da cui è stato tratto nel 2017 un film thriller gotico sul tema del distacco dalla figura materna.

Raffo vive a Varese, ove dirige il centro di cultura creativa La piccola Fenice, da lui fondato nel 1986.  È appena uscito da Puntoacapo 2021 l’ultima silloge Il giovane dolore.

 

Una caratteristica precipua di Raffo, poeta e personaggio dalla fortissima personalità, mi pare sia quella di essere un esteta, nella vita e nell’arte, sempre alla ricerca del Bello e dell’Oltre. Curioso del diverso e del non omologabile, ricerca attraverso i suoi percorsi una personale strada che veda al di là del caduco del mondo, che superi disagi, dolori e, forse, anche la morte fisica.

L’artista, nella fattispecie il poeta, è tale nella sua vita, prima che nell’arte stessa: la sua è un’esistenza che si plasma, si abbellisce, si inventa, che l’autore sublima e decora con tutti gli accorgimenti possibili, al fine di cogliere, nobilitandola, una realtà che non cessa di stupire in positivo, se solo si sanno superare vacuità, disillusioni, disattese. In una parola, i fraintendimenti e le sconfitte del mondo.

Come combattere la negatività di un irrimediabile declino fisico e psicologico, che gli anni


evidenziano in tutti, uomini, animali, cose?  È fatale soccombervi senza tentare di porvi dei limiti temporali, se non dei rimedi?

Il poeta Raffo crea per sé e condivide con gli altri un mondo ‘altro’, di creatività, di seduzione luminosa, di speranza, un mondo che è fatto di opalescenze, di classicità eterna nella forma di versificazione, di immagini cristalline: gli è cara l’età adolescenziale, la prima giovinezza, perché ingenua, inconsapevole, per lo più felice di impulsi istintivi e vitali. Le metafore usate diventano ‘figura’: il simbolo esorcizza il reale. La felicità dell’uomo rivive nelle immagini di una specie di paradiso perduto, nella tessitura di suggestioni evocative, nella forte musicalità delle parole, nel gioco delle rime che diventa canto.

Anche in questo sta la preziosità dell’arte di Raffo: il senso sotteso dell’ineluttabilità della vita viene espresso grazie a questi accorgimenti, come in un passo di danza; con grazia, con levità, il pensiero filosofico entra ma quasi di straforo, in modo sommesso, per non rischiare di scalfire neppure in minima parte quella bellezza risuscitata dal passato, senza tempo, da recuperare alla vita nei nostri giorni perversi (cosa che è quasi una missione, per l’autore). Siamo figli dei canoni della perfezione della grecità e della loro trasposizione nel mondo latino: penso al mio amato Orazio, ai suoi tredici musicali metri ritmici (nelle Odi), alla scienza faticosamente costruita di una vita in costante equilibrio. Salta all’occhio del lettore tutta la sapienziale sedimentazione, nella mente e nel cuore di Raffo, del suo passato di docente di latino e greco al Liceo classico. Emerge questa cultura, che si è fatta carne ed è parte integrante della sua essenza di uomo e di poeta.

Il pacato sorriso disilluso, proprio dell’arte, della poesia e della filosofia classica, è infatti anche cifra della silloge di Raffo; certo non è il sorriso insipiente che spesso accompagna i nostri giorni alla ricerca di una qualsiasi fuga dal reale, ma è un sorriso che nasce dalla consapevolezza delle leggi che governano il corso delle cose, la coscienza della fatalità del destino, la presenza comunque del dolore delle incomprensioni, dei tanti tradimenti nel vivere quotidiano. Ma anche il dolore, forse soprattutto il dolore, ha in sé una sua bellezza costruttiva, ci fa crescere, ci rende più vivi, ci innalza, ci fa quasi Titani, dei Prometei combattenti, anche se la sconfitta arriverà immancabile alla fine del viaggio. Ma con questa consapevolezza allora le nostre ferite saranno state davvero celesti (come dal titolo della silloge), avranno portato ‘oltre’ noi stessi; l’armonia della bellezza pura, della poesia con la sua musica e i suoi densi silenzi, ci avrà accompagnato, con la malinconia dolce dell’elegia, alla scoperta di una nostra interiorità più rasserenata, non solo rassegnata.

 

Ma veniamo ai testi della silloge.  È una poesia intimista, psicologica: l’io alla ricerca di sé si riflette in uno specchio che si rivela un pozzo senza fondo.  È fondamentale tuttavia non eludere il mistero dell’essere, anzi ricercarne le radici, seguire le orme dell’amata Dickinson: essere fedeli a se stessi e al mistero che circonda la vita, ché tutto il resto è menzogna. Al poeta non resta che dare forma in poesia al suo sentire, anche sublimandolo protendendosi al momento in cui i sentimenti, ma io credo anche il pensiero, verranno eternati in poesia. La scrittura è ciò che conta: la scrittura non tradisce. Tra vita e scrittura c’è chi sceglie di scrivere, vedi la poetessa Piera Oppezzo che vi si annullò in toto, c’è chi fa la scelta opposta: tra vita e scrittura si preferisce vivere, nella convinzione che la vita e la ricchezza delle esperienze vincano su tutto e nella pia illusione che qualcosa degli scritti… comunque rimanga.

 

Twice betrayed

                                                           [Quartina di rima alternata]

Presto il mio volto non sarà più il mio,         a

nello specchio il suo doppio apparirà,           b         

e quell'alieno non sarò più io                         a

ma un altro inganno della verità.                   b

 

*

Le vague équipage

                                    [Sestina di 4 versi a rima alternata più 2 a rima baciata]

Quanto inutile spreco di dolore                     a

quanti fiumi di lacrime versati,                     b

quanto tempo perduto, quanto amore            a

dissolto, quanti sogni disperati...                   b

 

Equipaggio in approdo di fortuna                 c

sul deserto infinito della luna                        c

 

*

Kronos acharistos

(Al di là delle cose)

                                               [Sestina in forma di rima incrociata]

Nessun rinvio, né arresto                               a

concede, indifferente                                     b

a suppliche più tenere.                                   c

Il tutto anela al niente.                                   a

Conosceremo presto                                      b

la grazia della cenere.                                    c

 

In  Le vague équipage, lirica di intenso dolore, amo la forma contemporanea e cristallina per un tema infinito, proprio di ogni tempo. La nave come metafora di vita, dal sogno di Dante di Guido i’ vorrei a Passa la nave mia di Petrarca, Heine, Carducci. Il fluire del viaggio della vita verso il sogno dell’abbandono al nulla: bella la poesia contemporanea che si sposa alla classicità.

La scansione definitiva sta in Kronos acharistos: nella grazia della cenere la sintesi. Rendere, con la limpidezza sublime, la caducità del niente e del tutto che è l’uomo. Andare al di là delle cose, all’Oltre di Rilke.

 

I

                        (La voz deseada

                        Jorge Luis Borges)

                                               [Rime alternate e baciate]

Per forgiare la fiamma al calor bianco          a         

scrivo il lungo Poema dell'Attesa.                 b

Del mio inerme aspettare non mi stanco,      a

so che sarà comunque una sorpresa              b

la chiamata dell'angelo. Contratto                 c

l'arco del tempo si distende. Io fisso             d

il quadrante d'argento stupefatto:                  c

non ci son più lancette. Il cuore è scisso       d

in due lembi squarciati. La ferita                  e

sanguina ma non so chi l'abbia incisa           f

con tanta precisione. Resto in vita -              e

ma come? - la mia anima è divisa,                f

nell'identico modo, io sopravvivo                 g

solamente in virtù di ciò che scrivo.             g

Anima e cuore si ricomporranno                   h

alla chiamata, e svanirà ogni affanno.           h

 

*

II

                                               [Quartina di rima incrociata]

Attendere: la sola condizione                        a

concessa all'uomo nell'impermanenza          b

insensata tenace resistenza                            b

alimento della disperazione                           a

 

*

III

                                   [2 Sestine: gioco di rime incrociate inframmezzate da baciate]

Non ricordo un sol giorno della vita             a

che dalla muta attesa di un evento                b

non sia stato percorso o visitato.                   c

Un ritorno impossibile, un commiato,          c

il ritardo ad un primo appuntamento,            b

la vittoria a un finale di partita.                     a

 

Era un gioco col tempo, astratto, ignaro       d

d' alfieri o di cavalli. La scacchiera               e

non aveva pedine, le mie mosse                    f

erano lente, cieche, quasi fosse                     f

sottintesa la mia sconfitta, e vera                  e

solo la pena di un cimento amaro.                 d

 

*

XIX

                                   [Quartina di rima incrociata, più due versi in rima baciata]

... un battello che dall'imbarcadero               a

scivola lento, e attracca all'altra sponda,       b

poi tornerà allo stesso filo d'onda                  b

nel crepuscolo, timido e leggero –                a

questo è l'Evento d'ogni nostro giorno,         c

nonsenso di un'andata e di un ritorno            c

                       

Queste ultime liriche mi sembrano testi esemplari sotto diversi aspetti. Dal punto di vista metrico e ritmico in Non ricordo un sol giorno della vita trovo cura raffinatissima, con risultati di straordinaria eleganza: due sestine di rime incrociate sono inframmezzate da due coppie di versi in rima baciata. Spesso ritorna in Raffo l’uso della rima baciata. Mi chiedo come sia possibile che l’autore non cada mai nella faciloneria del verso cantilenante un po’ stucchevole (nella rima baciata in particolare). Credo sia effetto dell’uso affiancato degli enjambement, assai spesso presenti nella poesia di Raffo. Essi esorcizzano ogni eventualità di rischio filastrocca con un gioco di pause e di silenzi, che consegnano il testo a una consistente musicalità sana, mai banale, e ad una melodia, avvertibile, di grande effetto fonico.

Nella sestina ... un battello che dall'imbarcadero (rime incrociate, più due baciate) il simbolismo del nonsense del percorso umano sfuma nella leggerezza evanescente dell’immagine elegiaca dell’acqua nel crepuscolo e si perde così mirabilmente ogni senso di ribellione, amarezza e pena, che la vanitas vanitatum delle sorti umane porterebbe con sé nella cognizione della insensatezza del vivere, soffrire, lottare. In nome di che cosa? In fondo resta il nonsenso di un'andata e di un ritorno, eternato tuttavia dalla bellezza olimpica di un poeta, filosofo ed esteta.

 

Ianuarius

                                   [3 Quartine: rima incrociata, alternata, incrociata]

Quanti ragazzi accompagnai al cancello       a

di un giardino d'infanzia abbandonato          b

sapendo che l'avrebbero varcato                   b

illusi di un cimento ardito e bello.                 a

 

Quanti volti scomparsi nella bruma,             c

profili delicati in filigrana                             d

dissolti in grigia cenere. Consuma                c

i loro tratti una speranza vana                       d

 

ora che inevitabilmente sanno                       e

quanto c'è da sapere. Nello smorto                f

lume al cancello altri novizi scorto,              f

che al mio giardino non ritorneranno            e

 

*

Fleur de Lys

[Quartina in rima incrociata]

Fanciullo alato, a che ti rassomiglio?            a

Ha la tua grazia inquieta il lampo acceso      b

del cristallo - incantesimo sospeso –             b

l'immacolata nudità del giglio.                      a

 

*

(Fanciullo in treno)

[2 Quartine in rima alternata]

Un brivido fremeva intermittente                  a

al collo del mio piccolo capriolo –                b

gli occhi serrava, poi lo sguardo assente       a

al vuoto rivolgeva. Così solo,                        b

 

a chissà quale viaggio destinato,                   c

a quali campi e prati, a quali terre                 d

a cui non io, non io l'avrei scortato,              c

a quali inganni, a quali assurde guerre ...      d

 

*

Shining

[Quartina rima incrociata]

Della divina luce un solo raggio                   a

ravviva il buio. L’intima scintilla                  b

che nello sguardo innamorato brilla              b

del mio fanciullo angelico e selvaggio.         a

 

In questa serie di poesie campeggia la Bellezza, quella dell’Olimpo, dell’Eden pagano, della nudità senza peccato, l’immacolata nudità del giglio. Questi versi riportano istintivamente all’atmosfera di Sandro Penna: c’è la stessa candida ossessione, il desiderio gioioso, innocente e tormentoso dell’amore efebico. Raffo anche nel linguaggio, non solo nelle tematiche, palesa un’affinità con Penna, soprattutto nell’andamento limpido, classico, cantato. Questo linguaggio apollineo, che è carattere peculiare in Raffo – come ho già in precedenza rilevato – evoca nel lettore una grecità misurata e tradisce la cultura vasta, profondamente introiettata, dell’autore. Mi pare cosa rara, ai nostri giorni, e particolarmente ammirevole.

 

Ancora due poesie di questa splendida raccolta, quella iniziale e una delle finali.

 

                                                           [Versi liberi con una rima e diverse assonanze]

Il maggior tempo della vita ho speso

attendendo qualcuno che doveva

venire e non veniva

 

Mai non saprò se si sentiva atteso

con tanto amore l'ospite, e non credo

che l'opposto per me sia mai avvenuto

 

*

Il passato eventuale

                                   a Ginevra B.

                                    [4 Quartine in strofe in varia rima o assonanza]

Non gli eventi accaduti                                 a

nel passato reale                                            b

ma il fantasma virtuale                                  b

di ciò che non è stato ...                                 c

 

Gli amori non vissuti                                     a

un dono mai donato                                       c

i testimoni muti                                             a

del passato eventuale                                     b

 

È nel giardino spoglio                                   d

della tua Nostalgia                                         e

che un disperato orgoglio                              d

allevia l'agonia                                               e

 

"Non soffro più." Sorride                              f

l'anima inaridita                                             g

ma un marchio amaro incide                         f

la nascosta ferita                                            g

 

Leggo un collegamento tra i due testi pur in diverse pagine, iniziali e finali, e con tante sezioni in mezzo.

Nella prima, nella simbologia di qualcuno che doveva venire, una specie di Aspettando Godot, si affronta il tema della non reciprocità dei rapporti umani e del tempo cronologico che non aspetta e non segue i nostri tempi spirituali. Ci rimane il senso della ineluttabilità del vivere, che porta allo spleen, alla nostalgia indistinta per cose e persone: E sempre corsi e mai non giunsi al fine e dimani cadrò (Carducci, Traversando la Maremma toscana). I problemi esistenziali si perpetuano nei decenni.

Nel passato eventuale è presente il dramma umano del fantasma virtuale di ciò che non è stato. Il problema di non aver fatto abbastanza, di non aver vissuto abbastanza, riporta il tema della non reciprocità, dell’incomunicabilità, mia verso altri o di altri verso di me, fa lo stesso. L’anima è ferita comunque e rimpiange il tempo sciupato. Stessa pena, stesso senso di ineludibilità nelle due poesie, di irrimediabilità. Ormai è tardi.

Il procedimento inizio-fine libro è quindi circolare: si ritorna al punto di origine perché non c’è soluzione plausibile.  È un rompicapo assurdo il percorso dell’uomo, lo è per ogni essere umano, ma in particolar modo per chi soffre di più, in quanto essere dotato di maggiore sensibilità, consapevolezza, capacità di elaborazione del pensiero.