domenica 3 settembre 2017

La forza della parola: I quattro tremori del giardino di Jean Portante (Ed. la Vita Felice 2017)


I quattro tremori del giardino è un libro complesso, intenso, un libro che segna una fine e un inizio. E’ una storia intera, ma non la storia dei fatti, degli eventi. E’ la storia del sentire interiore. In questo libro c’è il bambino, l’uomo e il vecchio.  C’è quello che non si vede, o comunque c’è la visione vera di un apparire diverso. Il titolo crea un collegamento immediato con Gitanjali, Il Giardiniere di Rabindranat Tagore.  E sicuramente questi due libri sono fratelli, diversissimi, ma fratelli. Tagore ci parla del giardiniere in una metafora che rappresenta l’uomo che coltiva il giardino della sua anima e della sua vita. Portante ci parla dei suoi giardini, del loro tremore, delle macerie che li hanno sconvolti.
Però, non possiamo parlare di I quattro tremori del giardino senza prima accennare alla sua origine, alle radici che hanno fatto germogliare questo libro. E’ necessario ricordare che l’autore è figlio di immigrati italiani, abruzzesi dell’Aquila, per la precisione di San Demetrio. Qui in questo luogo ci sono le sue origini, da qui parte il suo essere, il suo sentire. Jean ha anche vissuto da bambino alcuni anni a San Demetrio, tornando successivamente con la famiglia in Lussemburgo dove ha continuato a parlare l’Italiano con la madre, in una società però dove le lingue si sovrappongono: il francese, il tedesco e il lussemburghese. 
Dopo il terremoto del 6 aprile 2009 dell’Aquila, Jean scrive  Après  le tremblement dal quale è tratto il Quattro tremori del giardino. In questo libro Jean ci parla del terremoto e delle sue conseguenze. Jean ci dice: il terremoto ha distrutto il mio paesaggio interiore.
Esso, il libro, anzi consentitemi il “lui” perché lo voglio trattare come una persona, con una vita e un respiro, è dunque la storia di un’anima, il suo travaglio, il suo viaggio nel mondo, dal sud al nord, il sud dentro al nord.  E’ un libro che si apre al cambiamento, che, come l’araba fenice risorge dalle macerie.
Il libro è diviso in 4 sezioni, molto diverse tra loro sia nel contenuto che nello stile.
La prima sezione prevale l’anafora che qui diventa quasi un mantra. Tutti i testi poetici iniziano con a volte. Mi sono chiesta perché proprio a volte, cosa stia a significare. Non è sempre, non è mai, è a volte.  A volte è dunque una sorta di precarietà, c’è e non c’è, è un bilico. E’ lo stato d’animo, il sentire dell’autore che si è sempre sentito un viaggiatore, un migrante. E’ la sua terra, la sua origine, le sue radice che sono solo a volte, la sua stessa esistenza.  E’ dunque questo un libro che apre agli interrogativi e come tale ci porta a scavare dentro noi stessi e dentro alla storia dell’umanità. 

La seconda sezione (tutte le sezioni sono semplicemente numerate, senza titolo) si allontana solo leggermente dall’anafora. Magrelli,nella prefazione, parla di variazione para-anaforica. E’ il verbo vedere che si ripete in tutti i primi versi, ma anche qui ritorna all’interno del testo la locuzione a volte e spesso l’avverbio forse, così come molti i verbi al condizionale. Continua dunque il senso di bilico. Qui siamo di fronte a una poesia quasi surreale, onirica.
La terza sezione è composta, invece, secondo la metrica dei tanka giapponesi (5 versi di 5, 7, 5, / 7, 7 morae o per semplificare sillabe – morae, per la precisione, è un’unità fonetica che rappresenta un singolo suono). Attraverso lo stile poetico Jean Portante crea un collegamento con il Giappone devastato pochi anni prima da un immane terremoto. Una dedica dunque, un sentirsi vicini nella lontananza.
E’ questa una sezione di ricordi attraverso un viaggio spazio-temporale nella casa materna, dove sono presenti fortissime metafore.
La quarta sezione non abbandona il richiamo costante a una specifica parola che qui è all’avverbio ancora.  Siamo passati, perciò, dalla prima sezione con a volte che indica la precarietà, il bilico ad ancora che invece rappresenta la persistenza, passando per due sezioni dove predomina il senso della memoria o forse la ricostruzione di essa. Credo che l’autore voglia mettere tutti noi davanti a una realtà indiscutibile: la ricerca costante e inevitabile della ricerca delle proprie intime radici come aspirazione necessaria di ogni uomo per comprendere il cammino della propria esistenza. 

Cinzia Marulli


da I quattro tremori del giardino di Jean Portante (Ed. La Vita Felice 2016)
traduzione in italiano di Camilla Diez e Francesco Fava.

Parfois quand l’horizon semble se rapprocher
sans que la ligne qui lui doit la vie ne se rétracte
mon œil qui embrasse tout cela
ligne de vie horizon absence de rétractation

fait un bond vers l’intérieur et le rêve
qui ainsi est libéré
prend la forme d’un oiseau
allant se percher sur la corde à linge de notre jardin.

C’est là que pourvu que le vent ne fût pas trop fort
les draps pendaient jadis comme des morceaux d’aubes
parfois c’étaient des aubes entières qui y pendaient
et la corde était l’horizon
sans que la ligne qui lui donnait vie ne se rétracte.


A volte quando l’orizzonte sembra avvicinarsi
senza che si ritragga la linea che gli deve la vita
il mio occhio che abbraccia tutto questo
linea della vita orizzonte assenza di ritrattazione
fa un balzo verso dentro e il sogno
che in quel modo è liberato
prende la forma di un uccello
e va ad appollaiarsi sul filo del bucato del nostro giardino.

È lì che a patto che il vento non fosse troppo forte
le lenzuola pendevano un tempo come pezzi di albe
 a volte erano albe intere che pendevano
e il filo era l’orizzonte
senza che si ritraesse la linea che gli dava vita.


*

Parfois mais je n’en suis pas sûr
le jardin dont je parle prenait le chemin le plus court
 pour parvenir aux secrets qu’il ne savait pas taire.

Il arborait alors une soumission particulière
 avant d’empoigner une pelle
et de la planter dans le sol.

Et quand il se mettait à retourner terre et ciel
et que les nuages comme des mottes désarmées
 étaient ensevelies par tant d’ardeur
ou qu’au-dessus de tout cela volait un corbeau
 qui en savait plus long que moi
je me disais parfois mais je n’en suis pas sûr
que tout ce dont je pourrais me souvenir est régi
par le mystère de l’ensevelissement.

Sous la terre retournée les mottes de nuages
 renouent avec une ancienne coutume qui remonte
à des temps où quand il fallait pleurer
les larmes prenaient le chemin le plus court
quand une pelle les retournait
et qu’elles se mélangeaient à la terre ennuagée.


A volte ma non ne sono sicuro
il giardino di cui parlo prendeva la via più breve
per arrivare ai segreti che non sapeva tacere.

Inalberava allora una sottomissione particolare
prima d’impugnare una pala
e di piantarla nel suolo.

E quando si metteva a rivoltare terra e cielo
e le nuvole come zolle disarmate
erano seppellite da tutto quell’ardore
o in alto sorvolava un corvo
che la sapeva più lunga di me
io mi dicevo a volte ma non ne sono sicuro
che tutto quel che potrei ricordarmi è retto
dal mistero del seppellimento.

Sotto la terra rivoltata le zolle di nuvole
riannodano un’antica usanza che risale
ai tempi in cui se si doveva piangere
le lacrime prendevano la via più breve
quando una pala le rivoltava
e si mescolavano alla terra rannuvolata.


*

Ce qu’on voyait quand le brouillard se levait
c’était le soc qui labourait les âmes
dans un champ jadis fertile.

On aurait dit qu’un soleil se réveillait
tant les semeurs avaient les mains pleines.

Peut-être que si aujourd’hui on y regardait de plus près
on verrait les ombres des semences
tomber dans les sillons.

Peut-être qu’aujourd’hui ce qui se réveillerait
prendrait la forme de la mort.

Peut-être qu’un signe de mort se réveille aujourd’hui.


Quello che si vedeva all’alzarsi della nebbia
era il vomere che arava le anime
in un campo un tempo fertile.

Avresti detto che era un sole a risvegliarsi
da quanto erano piene le mani dei seminatori.

Forse oggi a guardarle un po’ più da vicino
si vedrebbero le ombre dei semi
cadere dentro i solchi.

Forse oggi quel che si risveglierebbe
prenderebbe la forma della morte.

Forse è un segno di morte che si risveglia oggi.


_________
Jean Portante è nato nel 1950 a Differdange, città mineraria del Granducato di Lussemburgo, figlio di emigranti italiani.
La sua infanzia, raccontata nel suo romanzo Mrs Haroy ou la mémoire de la baleine, è stata segnata da una doppia appartenenza, o piuttosto una non appartenenza poiché si è spesso sentito, come ogni emigrante, figlio della terra di nessuno.
Jean Portante comincia a scrivere a 33 anni. Prima ha studiato in Francia, a Nancy, dov'è stato protagonista delle manifestazioni del maggio '68 e professore di francese.
Nel 1983, quando scrive la sua prima raccolta di poesie Feu et boue (fe e bu – fuoco e fango) si trasferisce a Parigi. Lunghi soggiorni in America latina gli hanno consentito di familiarizzare con la lingua spagnola e, parallelamente al suo lavoro di scrittore, vanta un'attività ventennale di traduttore (di Juan Gelman, di Gonzalo Rojas e di decine di voci poetiche di lingua spagnola, tedesca, inglese e lussemburghese). Anche i suoi libri sono tradotti diffusamente.
Attualmente dirige a Lussemburgo la collezione Graphiti (poesie) di edizioni PHI e collabora al settimanale Il giovedì. In Francia è membro dell'Accademia Mallarmè e membro della giuria del Premio Guillaume-Apollinaire.
Nel 2003 ha ricevuto il Premio d'Autunno della Società dei Letterati, per l'insieme delle sue opere, oltre che il premio Mallarmè.
Precedentemente il suo romanzo Mrs Haroy ou la mémoire de la baleine gli era valso il premio Servais (miglior libro dell'anno).
A Lussemburgo ha fondato la rivista letteraria TRANSKRIT, consacrata alla traduzione della letteratura contemporanea. In Francia fonda, con Jacques Darras e Jean-Yves Reuzeau, la rivista INTIUTS DANS LA JUNGLE, il cui il primo numero appare nel giugno 2008.

In Italia sono state pubblicate tradotte le seguente opere:

Il romanzo Mrs Haroy e la memoria della balena  tradotto e curato da Maria Luisa Caldognetto – Empiria 2006

Il libro di poesie La cenere delle parole curato da Maria Luisa Caldognetto e con prefazione di Elio Pecora – Empiria 2011

Il libro di poesie Voglio dire con nota critica di Gabriela Fantato e traduzione di Elio Pecora – La Vita Felice 2012


Il libro di poesie I quattro tremori del giardino – tradotto da Camilla Diez e Francesco Fava e con prefazione di Valerio Magrelli – Ed La vita Felice 2016

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