martedì 24 maggio 2022

Luca Perrone su "Sibilla" di Zahira Ziello (Terra d'Ulivi Edizioni 2021)

Sibilla strappa l'assoluto. Accartoccia le fondamenta, disabilita la convenzione. Il lettore di poesia si ripara dal freddo e si nasconde. La certezza di aver individuato il genio benigno, il suo officiante preferito, lo cela e lo riscalda. Ma Sibilla è il dove del dopo. La dimostrazione che morale ed estetica possano coincidere: tutt'altro che scontato. Gesù Cristo avrebbe impressionato davvero soltanto se avesse ceduto alla trama poemi, piuttosto che parabole.

Questi oracoli confermano a qualcuno che sia cieco, ma senza traccia tattile di Omero, un assunto parossistico mai scomposto: ispirazione è una intelligenza tangibile, che tutto ammanta senza lasciare ai profani alcun margine di abbruttimento. La poetessa è sacra. Davvero ben lungi dal più canuto tra i mortali

 

L.

 

Ti guardo

e le mie vene

si srotolano dal cielo

 

Mi guardi

e le tue vene

si srotolano fino al cielo

 

Peraltro pare consapevole in abito composto. Costume. Delicata e diafana o astuta e pagana, la poesia di Zahira Ziello si incastona impercettibilmente nel gioiello parto d'artista, destinato al più prezioso dei diamanti neri. A proposito di vene. Vi sono computi perfetti, più o meno celati tra le molte pagine della raccolta, volti a dimostrare un assunto originale: la metà alta del cielo maneggia la razionalità con destrezza di ladro. È sufficiente togliere. L'altra metà pare non darsi conto, immersa spesso tra l'ingombro del superfluo, che si tratti di materia-parola o di quell'altra.

La colpevole consapevolezza riguardo i flussi terrestri dell'estasi, l'infinitamente piccolo, rende possibile saturare l'epifania di questo libro per mezzo di significati, che nel migliore dei mondi non sarebbero concepibili, tanto perfetti e spesso struggenti sono i significanti che lo compongono.

Sibilla canta da sola. Una band che suoni rock progressivo: i Giano Bifrontman, poniamo. Due donne luminose come soli, giacché le stelle sono troppo eteree. Una urla e scalcia insulti e l'altra esegue perfette triplofonie. Poi si scambiano ed entrambe sputano. I Cerbero magari, ma forse sarebbe pretendere troppo.

 

Celere

Sono un eccesso di pause

fisicamente grasse

e inmpropriamente collocate

 

Annaspo nello zucchero

che non mi fu dato

 

"Maledirò la brevità

del salto con la sua disfatta,

il tono basso dello slancio,

Te mancanza mia

 

Appare chiaro che qualcuno sia infine riuscito a poetare, per mezzo della sperimentazione punteggiaturiale©. Il magismo dell'idea ha scoperchiato il tempo, compresso dagli dei nell'unico istante privo di tormento, che un essere umano possa contare. Mancanza, soli quattro anni fa, fu il titolo della prima silloge di Ilaria Palomba. Ilaria Palomba martedì tre maggio duemilaventidue ha deciso di volare, questa volta senza ali, dal quarto piano di un edificio. È sopravvissuta a causa della brevità del salto di cui all'enjambement della Celere appena letta. L'ideazione suicidiaria ricorre come un vessillo nella raccolta di Ziello. Cifra sempiterna delle lettere, trova sperticato e fertile terreno nell'attuale generazione di poeti

 

Schiacciato

 

Schiacciato dal peso della terra

degli angeli che frugano fra frammenti di ossa.

Intasato da fischi di trombe mutate

da tranci di fegato di marinai ubriachi.

Come un profeta sifilitico urlo

alle vertebre di gemere e soffocare.

 

Gabriele Galloni amò peregrinare tra cripte e ossari e obitori. Cercò il proprio palcoscenico mai pago, furioso, vivo. Un cuore troppo forte e tracotante per resistere alla propria divinità. Violenza perpetrata contro sé stessa. Vettore di vettore: bellezza. Il presente della ritualità poetica è soverchiato dall'afasica tirannia del monotono arcobaleno apatico. Nati sul fondo atro di un abisso viscoso e truce, questi poeti. Potenza di gambe infrante e spezzate traina scafandro di carne all'ariosa luce. Ci puoi appendere il cappello.

La delicata eleganza dell'impianto metaforico di Ziello appartiene a una dimensione che i frammenti suggeriscono propria dell'antico apparato misterico. La poetessa ne ha coscienza assoluta. Non è forse il titolo conciso ed eloquente?

 

Sibilla

 

È sibilla

i satiri che le marciano in testa,

ha la violenza dei padri:

un bastone fra le mani

É blasfema

nonostante faccia l'amore al dio

tutti i giorni

ha l'odore di orchidee morte secoli fa.

 

Assistiamo a un rituale di fattura complessa e perfetta. Eros primordiale scaturisce con forza dagli anfratti superiori della penna, senza lordare il volto di questo inchiostro sanguinario e indelebile.

A chi giova la frase in prosa, che blindi la fuga lacera di ogni imene? Qualche secolo vede scontrarsi sul tappetto i generi più diffusi, in cerca di equilibrio. Diritti, doveri. Quasi essere non fosse esistere. La volontà soverchiata dal respiro, che peristaltico tuba al cuore capitali d'attimi divinati o aspersi. I primi quattro versi della poesia appena trascritta dirimono sereni il nocciolo di ogni questione. L'estrema sintesi lirica, la violenza del modello astronomico del buco nero, ma blu.

Il luogo e il tempo dai quali immagini irradiare il fascinum di questi guizzi, mai squilibrati o sbilanciati, giace immobile e assorto e distante da qualsiasi considerazione in merito al sesso della sua autrice. Il profumo però si avverte:

 

Insonnia

 

Il sole puzza,

mi allatta per non farmi piangere

ma tremo, casco, mi strazio

per la pessima ninna-nanna;

non so dove nascondermi.

 

I must find a place to hide

 

J.D. Morrison, senza dubbio il più grande tra gli anglofoni del proprio tempo. L'introduzione di The Soft Parade, ultimo album in studio della band. Non ti preoccuperesti più di tanto, se non fosse che Sibilla costituisce l'esordio pubblico di Ziello.

 

Appaiono le ossa un po' ovunque tra le benedizioni (poche) e gli anatemi che compongono l'opera. La poetessa non si pone il problema di mostrare al pubblico la propria dimestichezza con l'Opera. Si tratta certo di una strega, permeata del dono della veggenza quale compendio e accessorio di una esistenza improntata al più frugale tra i coraggi e una sincerità ostinata. Le ossa. Vertebre e costole.

Ciò che di spezzato sostiene il quartetto tronco dei poeti vivi. Non sarebbe dovuta atterrare in un luogo così affiorato e priva di orchidee fresche.

 

L.

 

Grida come se fossi dentro

ascolta quel che

l'umido ti risponde

Se hai male

strappale le costole

dal petto

Leccale via la vita,

non ha altro da offrirti

 

Di Eva certo, ma anche d'altre costole: la lirica a pagina cinquantaquattro le contiene scomoda come un corpetto, sebbene elegantissima. La rivelazione illumina il volto del maiale cui tendi ad associare queste specifiche ossa, quando il libro più stampato del pianeta non ti vede generato da una parte occulta di qualcosa d'altro, che c'entri veramente poco con la tua nobile e sofisticata natura, la raffinatezza della tua indole, talvolta malvagia. Sovviene il flauto che suonano i morti nella luce in cui cadono, musica esclusiva, l'orecchio di Gabriele Galloni.

Zahira, in questa silloge, che ci avverte dell'entrata in scena di una incantatrice veggente, una guerriera maga, in maniera piuttosto umile e disinvolta si specchia nella Commedia del Sommo. Soltanto per carpire l'essenza dei lineamenti spigolosi e croccanti del proprio volto.

Nel libro, sostanzioso e foriero di fame atavica, ricorre discreto e sibilante e sibillino il suono delle porte, dei muri, della polvere, della detonazione. Ma questo lo considero un argomento privato, da discutersi in cima a un panorama vertiginoso e squassante, lontani da telefoni e altre tecnologie.

E poi giù al fiume, ad annegare la ninfa petulante.  

 

Luca Perrone

 

 

 

 

 

lunedì 16 maggio 2022

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Autobiografia del silenzio - l'orco e la bambina" (Ed. La vita felice 2022)

Quegli occhi grandi e scuri che il primo giorno di scuola salivano coraggiosi le scale del futuro sono quelli, ugualmente limpidi e coraggiosi di Cinzia Marulli, sono gli stessi di una donna meravigliosamente consapevole e forte che, dopo cinquant’anni circa di sofferenze interiori celate a tutti, ricostruita nella sua identità e nella sua interezza, osa raccontare lo strazio della sua infanzia perché certi delitti nei confronti dei bimbi non avvengano più, agevolati spesso da un silenzio di innocente vergogna dei bambini, dall’omertà colpevole degli adulti. Da quanto affermo risulta evidente l’importanza del messaggio civile educativo, sociale, del tema proposto che già tocca di per sé le corde del cuore di chiunque abbia un minimo di umanità e di senso etico, ma non è questo aspetto che potenzia nel lettore, in progressione geometrica, la commozione, l’accoramento, l’adesione emotiva in toto al libro e al racconto di questa vicenda.

Mi piace valutare la cinquantina di pagine dell’Autobiografia del silenzio sotto l’aspetto letterario, quindi artistico e poetico, perché solo così si chiarisce il motivo di questa nostra assoluta condivisione di lettori.

 È un libro di composizione perfetta di rarità (quasi unicità), ove forma stilistica, sostanza contenutistica, emozione, architettura compositiva si sposano alla perfezione. La rarità consiste nel fatto che quello che sembra un equilibrio raggiunto con diligente studio e abilità tecnica letteraria è invece naturale. Deriva dalla dote dei veri poeti di fare cantare le parole prima nell’anima piuttosto che sulla carta, a tavolino: è qualcosa che è nel DNA fin dalla nascita e viene fuori prima o poi, che piaccia o no. Prima di studiare e affinare le conoscenze tecniche, un artista già c’è o non c’è: del resto Mozart bambino già era un ‘enfant prodige’ , anche se ovviamente non poteva avere l’esperienza e le conoscenze tecniche per comporre un concerto come il 466 o il 488! Quello che voglio dire è che un esperto, o anche solo un amante di poesia, capisce al volo quando c’è la marcia in più della bellezza autentica, spontaneamente naturale, ed è questo che colpisce in modo indicibile e particolare.  È del resto l’effetto del sublime catartico dell’Arte. Qui le parole di Cinzia ci scuotono nel profondo: noi diventiamo lei, bambina vilipesa violata, ma lei sa che, tramite la sua poesia, lei può diventare noi; può identificarsi nella forza prorompente di solidarietà e d’amore di noi donne lettrici, forse laicamente un cuor solo, un’anima sola, peculiarità dell’amore di cui parlano le sacre scritture.


Mi piace questa immagine legata all’amore, perché è questo sentimento che permette di vincere su male, aberrazione, crimine, follia. E del resto, come dice Cinzia, ci si salva solo con l’Amore. La sua resurrezione è nata amando e perdonando. Ribadisco: è un percorso tutto laico, umano, non trascendente o religioso; per questo, a parer mio, vale molto di più per esemplarità e forza morale.

Volutamente, in via eccezionale, evito di proporre ai lettori di Letture condivise un florilegio di versi o di brani poetici che identifichino le sezioni del libro. Mi sembra lesivo dell’opera estrapolare parti da questa cinquantina di pagine: sono poche e vale la pena di avere una visione d’insieme che, come ripeto, alternando prosa e poesia, raggiunge una completezza emozionale particolarmente intensa e una struttura stilistica mirabilmente efficace. Mi sento di lasciarvi tuttavia con una poesia che, pur non essendo l’ultima del libro, pare concludere idealmente il cerchio di questa vicenda, dilatando davvero l’anima di tutti noi.

 

Quello che è stato è stato

il male è indietro

 

la vita ha vinto sulla vita

dall'interno la luce

ha dipinto di sole

la cicatrice

 

nessuno ha potuto offuscare

l'amore

quell'amore che cresce

nel mio grembo

e che ha il volto meraviglioso

del bene.

 

Questo breve libro è un dono prezioso per noi stessi e per le persone che amiamo.

lunedì 25 aprile 2022

Letture condivise a cura di Marvi del Pozzo: "Sembrava il Sole" di Carola Allemandi (Le gemme 2022 - Ed. Progetto Cultura)

foto di Piero Ottaviano
La collezione di quaderni di poesia le gemme delle Edizioni Progetto Cultura ha il merito di proporre ai lettori, e quindi diffondere, il lavoro poetico di autori contemporanei – meglio se giovani – che, seppure non alle prime armi per ispirazione poetica e capacità stilistica, non hanno ancora dimestichezza con consuetudini editoriali. Aiutare in questo modo chi poeticamente vale è un’opera apprezzabile, in quanto forma di mecenatismo dei nostri tempi degna di considerazione e lode in un ambiente in cui l’egocentrismo regna e il ‘collega’ talentuoso è subito visto come ostacolo, o comunque come ipotetico avversario.

Carola Allemandi è una giovane venticinquenne torinese, artista fotografa di successo le cui mostre personali e collettive sono già apprezzate a livello internazionale, critica d’arte scrive e collabora ad importanti riviste del settore. In poesia il suo Sembrava il sole è opera prima, ma già di notevole maturità, tanto che figura tra i giovani autori presentati sulla rivista […..]

Quali sono le peculiarità di questa autrice tali da sorprendermi e spingermi a proporne la conoscenza?

In primo luogo alla lettura sorprende l’originalità del linguaggio, una forma espressiva fortemente caratterizzata da accostamenti lessicali arditi, da una sintassi sincopata, talora persino sconcertante sotto l’aspetto prettamente logico, ma illuminante da un punto di vista evocativo. Ci si ritrova, a partire dalla suggestione delle parole, a vivere situazioni del cuore perfettamente comprensibili in maniera ana-logica, il che è prerogativa della poesia autentica: il discorso razionale lo capisci con l’intelletto, puoi più o meno condividerlo, ma quello intuitivo (ana-logico appunto) diventa emozione, la tua emozione, quindi parte di te per un momento breve o per sempre… e senti che la magia della poesia si compie, nella sua stranezza, nel mistero dell’accadimento prezioso non solo per chi ha scritto, ma anche per chi legge. Quindi la poesia di Carola, talora persino destabilizzante sotto l’aspetto linguistico, non ci chiede affatto di farne una perifrasi da scuola, ma di seguire le stelle comete delle emozioni, come ben dice lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo ultimo magnifico libro L’agonia della psichiatria uscito un mese fa.

Solo allora entriamo realmente in relazione col testo e con l’autrice, attraverso l’intelligenza del cuore, fino a immedesimarci col sentire di lei.

 

Tornare allo stesso sogno di prima

ci fa sparire nel paesaggio

mattutino: nel gioco di un fremito

sorprendo il sussurro dei nervi,

tutto quello che trema in questa stanza.

 

*

Quando la mia ombra ti entrava negli occhi

faceva rabbrividire, lecito

custode; ogni altra cosa scompariva

e alla memoria non restava altro che

il cielo in terra, e ciò che non si dice.

 

*

Capitava che la risposta fosse

il cielo stesso, le ombre che formava

ondulate di noi interi e senza mai

del tutto lasciarsi comprendere.

 

*

Volgendo le spalle al pendio roccioso

le nuvole avevano la lentezza

degli angeli e la nostra. Ti vedevo

stringere un patto con ciò che non eri,

a nessuno dire - Manca un respiro

alle cose terrene, è un'illusione

questa tua. - E il tramonto era il nostro umore.

 

*

I giorni passati sono ormai veglie

consacrate, lo è il fuoco prematuro

in questa casa; nel suo crepitare

vi è come una premura: la suprema

grazia di una parola udita, e basta.

 

Altrove ho già detto che Carola ha come compagna dei vent'anni la parola poetica. Ne coglie la portata, immaginifica e con­sapevole insieme, quella capacità di vivificare la realtà, animarla, crearla e ricrearla. La sua poesia non offre solo una voce alle inquietudini del vivere, ma riesce a darne quasi una connotazione morfologica, sensibil­mente fisica.

 

Per passare alla tematica dell’autrice, io rilevo tutti gli stati d’ansia, di squilibrante malessere dei ventenni di oggi, aggravati da più di due anni di pandemia, che ci ha portato tutti all’isolamento, alla stanchezza di vivere, assediati costantemente dal pensiero e dalle immagini di morti repentine, possibili per noi tutti, all’improvviso.

I giovani molto di rado pensano alla morte, ma piuttosto – giustamente – alla vita davanti a sé, alle realizzazioni, alle speranze. L’isolamento dovuto al lavoro individuale da casa, la mancanza  di rapporti umani nel tempo libero, l’impossibilità di una conduzione di vita ‘normale’, sono situazioni che aggravano nelle anime di più acuta sensibilità quella necessità di trovare risposta ai problemi esistenziali propri dei giovani di tutti i tempi, ma oggi ancora più pressanti per la fluidità delle sicurezze e dei valori, per il relativismo in ogni campo, per la mancanza di punti di riferimento di coerenza e di responsabilità.

La poesia di Carola, psicologicamente, è protesa a scavare non solo nei propri problemi interiori, ma si interroga sul senso della reciprocità di rapporti umani che si vorrebbero costruire autentici in ogni campo, ma che troppo spesso si dimostrano insoddisfacenti in quanto si impoveriscono per fragilità di impegno, per paura di assunzione di responsabilità, per inconsistenze originate non si sa neppure come né perché. Ritengo che questa poesia scarna, rapida, efficace, dipinga perfettamente il malessere dell’incomunicabilità dei nostri giorni, ma si ponga anche come un grido di allarme. La positività si rivela nell’anelito a un cambiamento, proprio e altrui, verso l’obiettivo comune: la legittima aspirazione all’amore, alla realizzazione personale, alla felicità che, per essere realmente tale, deve svilupparsi non in modo univoco ma nella relazione con gli altri, perché noi siamo un colloquio (Eugenio Borgna). Non siamo nati per essere soli.

 

Fa freddo a essere vigili nel mondo

 di veglia e più vigili su una terra

che dorme: fa freddo a staccarsi da sé,

scossi anche noi dormienti dal vento

che passeggeri ci solleva appena.

 

*

Qualcosa è successo: come quel giorno

di Sicilia i capelli intrappolati

tra le ciglia suggerivano forse

il sentimento: più di ciò che siamo,

di accorgersi della solitudine

nell'essere impotenti a se stessi

tra i rumori sordi delle palpebre.

 

*

Lasciar andare la terra è cullarsi

in altri luoghi, è precipitare al di là

di noi stessi; l'aspetto soffocante

del conoscersi, il primo desiderio.

 

*

Ultimo agli sguardi il nostro tempo

s'apre ancora senza giustificare

le nostre coscienze: qui si incarnano

i sogni remoti di chi non siamo,

la fortuna di vivere una danza

sopra specchi resistenti - Eternità!

 

Queste le parole di una ventenne di oggi che, attraverso la consistenza delle delusioni, conosce se stessa, plasma la sua identità ‘adulta’ e attraverso la via dell’arte, la fotografia, la poesia, cantando le sue vicende paradossalmente si allontana da sé, fa comprendere che la parola poetica comunica, rigenera, avvicina agli altri, fa sentire ai lettori che esiste un Oltre per tutti.

sabato 23 aprile 2022

Anna Maria Curci su "Distrazioni " di Cristina Polli (Edilet Edilazio Letteraria 2021 - prefazione di Patrizia Sardisco)

Posare lo sguardo su ciò che si allontana – per «sorte e oltre» - dal centro trionfante di vezzi e lodi, profusi e consumati in vorace transitorietà gli uni e le altre; lambire, poi attraversare, accarezzare perfino, il margine, la periferia, la diramazione, dall’orlo esposto all’erosione fino al rischio dell’evanescenza; cercare il proprio canto nel confine incerto, nel trascolorare da tono a tono, nel trascorrere quasi impercettibile di stato e di parvenza: da questi moti, da queste scelte scaturiscono le Distrazioni di Cristina Polli. 

L’esercizio dello sguardo e la modulazione della voce si estendono e si avventurano, per “affinità elettiva” e, torno a sottolineare, per scelta, in virtù di una decisione programmatica, in regioni insieme consuete e inesplorate, quotidiane e remote, con un ardire non proclamato, ma praticato. Se l’io lirico si lascia attraversare dalla «bellezza muta» di ciò che si manifesta alla percezione, esso è ben consapevole, d’altro canto, della «ripetizione» incessante del tormento, dell’essere corrosi, erosi, dilaniati.

Osservazione  e riflessione sull’esistenza coesistono e. nutrendosi e animandosi con reciprocità che si sviluppa e si rinnova, danno vita a quadri-componimenti, momenti e parti di un mosaico visivo, sonoro, vivido e vibrante di simboli.

 

L’attesa, l’attenzione, la meditazione sono doti che, ricevute all’inizio del viaggio nell’esistenza, vanno coltivate con cura.

Si percepisce in ogni testo della raccolta una chiara etica dello stare al mondo, come creatura e come coscienza, dinanzi e dentro alle epifanie, come testimoniano, già dai rispettivi nomi, le cinque sezioni nei quali i testi sono organizzati: Il tempo dell’attesa, Ritratti, Finestre, Conversazioni, Graffi.

Passaggi tra paesaggi, orme esposte all’alternarsi delle maree, segni incisi e patiti, che sia carta, corteccia, carne: l’universo poetico di Cristina Polli, le sue sponde, le sue brume, il mare, l’acqua, la pietra, ciò che si era già palesato con un sentire profondo e un dire incisivo sia nella raccolta d’esordio Tutto e ogni singola cosa (EdiLet 2017) sia nel poemetto Quando fioriscono le tamerici (FusibiliaLibri 2020) torna a manifestarsi in Distrazioni, tuttavia con un accento posto programmaticamente, mi sembra di poter osservare, sull’esercizio dello sguardo, di uno sguardo desto, non giudicante, di uno sguardo che può apparire a volte meno attento, distratto, ma proprio perché assorto e sempre intimamente legato alla «rotta inversa» e alle «rotte scomposte» di percezioni, pensieri, peregrinazioni della coscienza. Importante novità questa e, come fa notare Patrizia Sardisco nella bella e illuminante Prefazione, passo ulteriore rispetto all’urgenza, alla «necessità di nomina della vicenda arcaica di un io pietrificato». È una poesia che ha fatto tesoro di quanto la stessa Cristina Polli scriveva in Quando fioriscono le tamerici: «benedice la sottrazione».

Nell’universo di Distrazioni propongo un breve itinerario che ha come tappe cinque componimenti, uno per ciascuna delle cinque sezioni.

 

Dalla sezione Il tempo dell’attesa

 

PRELUDIO

 

Ci vorrebbe un ritorno

una traccia

bianca di passi e la sosta,

la sosta di una strada in attesa

d’un incrocio di luce.

Sul silenzio la morena del tempo

il respiro di un precipitare.

 

Preludio si presenta già nel titolo come una poesia che intende accostarsi alla composizione musicale. Come in una composizione musicale, le singole battute vanno a costruire una melodia, nella quale riconosciamo, come accenti nella singola battuta e come motivi ricorrenti, le parole che animano la poesia di Cristina Polli e che ne costituiscono gli elementi fondanti: desiderio del ritorno, attesa, sosta, silenzio, respiro.

 

Dalla sezione Ritratti

 

RIPETIZIONE

 

Si è aperto tra i rami il giorno incerto

ho destinato alle carte la mia poca energia

il resto l’ho dato in pasto all’avvoltoio

che non sa perché mi scarnifica il fegato

ma mi guarda e ha negli occhi un’innocenza

crudele e mi presta cure per dilaniarmi ancora.

 

Ripetizione si apre con un endecasillabo perfetto e prosegue con versi lunghi, vere e proprie sequenze tra il descrittivo e il narrativo. Anche se il suo nome non viene pronunciato, è Prometeo ad essere accostato, con il suo supplizio eterno, all’io lirico. I verbi “scarnificare” e “dilaniare” sono i segnali di una condanna che accomuna la figura mitologica e l’io che si rivela tra i versi. Prometeo non nominato, eppure qui centrale, malgrado nelle versioni del mito fosse un’aquila e non un avvoltoio a divorargli il fegato, non è certo il ribelle, lo sprezzante enfant prodige dell’inno che Goethe scrisse nel suo periodo Sturm und Drang, ma sembra invece lanciare uno sguardo d’intesa a Prometeo, brevissimo racconto che Franz Kafka scrisse nel 1918. Kafka riferisce di «quattro leggende» relative a Prometeo inchiodato alla «montagna rocciosa», fino a divenire una sola cosa con la pietra. È la chiusa di quel racconto, che riporto qui nella traduzione di Ervino Pocar, a illuminare la sua vicinanza con uno dei temi fondamentali nella poesia di Cristina Polli, vale a dire la pietra, con i suoi compagni inseparabili, presenti, persistenti eppure ineffabili, ovvero il lavorio su di essa e la sua resistenza: «Rimase l’inspiegabile montagna rocciosa. – La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare nell’inspiegabile».

 

Dalla sezione Finestre

 

CALLIGRAFIA DEL SILENZIO

 

È caduta per me

la foglia sull’asfalto.

Non so la foglia

o l’albero esile

da cui si è lasciata prendere

scrivendo un volteggio

senza vento.

Calligrafia del silenzio

che di bellezza muta

mi attraversi.

 

In Calligrafia del silenzio l’ineffabile si manifesta come una foglia che cade sull’asfalto. Il moto proprio della caduta – si tratta di un «volteggio/ senza vento» si lega, tuttavia, a una inaspettata e prodigiosa finalità: è la precisazione «per me» ad accompagnare il movimento. La rotta tracciata dalla foglia non è una linea retta, ma disegna una danza e scrive, manifestando muta la bellezza, il silenzio.

 

Dalla sezione Conversazioni

 

PASSAGGI

 

Oggi si stende l’inverno

tra il cielo e la terra, e io

come una bambina distratta

attraverso passaggi, margini

e brume che smemorano

sull’intonaco scrostato.

Eravate e non vi conoscevo.

Restate come nebbia tra i rami

scabri dell’albuccio, tremori di foglie

che sospendono il corso del giorno.

 

Il passo a lato rispetto al centro permette di cogliere fenomeni sul confine, ai margini, attraverso i rami spogli del pioppo bianco in inverno. I fenomeni, individuati se non addirittura “divinati” come presenze, si fanno strada tra le brume, si porgono alla percezione, e quindi alla conoscenza, in guisa di transiti e di mutazioni. Passaggi, come recita il titolo della poesia. Eppure c’è un momento in cui lo scorrere, l’attraversare si ferma, resta e sospende «il corso del giorno». È proprio alla «bambina distratta» - forse più de-centrata che deconcentrata – che spetta l’occasione di donare una veste poetica a quel momento.

 

 

Dalla sezione Graffi

 

 

LA SORTE E OLTRE

 

Veste lacerata

taglio sfregio orlo

lembo da ricucire

rete che afferra la sorte

che nega l’oblio

crepa della voce

varco di preghiera.

 

La sorte e oltre racchiude in sette versi scanditi con eguale misura – sono sette senari – un inventario che attira a sé, coniugandole, qualità opposte: è sobrio e solenne, semplice e carico di simboli, compiuto e volto a una prosecuzione. Tra i termini, con i sostantivi che costituiscono la netta maggioranza, sono quelli afferenti a tre campi semantici che si intrecciano, si danno il cambio e si ricombinano: la tessitura (veste, orlo, lembo, rete), lo strappo (lacerata, taglio, sfregio, crepa) e la ricomposizione (ricucire, varco di voce, preghiera). L’inventario si rivela allora una dichiarazione di poetica, la difesa appassionata di una poesia che «nega l’oblio», «afferra la sorte» e, in virtù di una «preghiera» che si manifesta come “canto alla durata”, crea e oltrepassa il varco.

 

Anna Maria Curci

giovedì 14 aprile 2022

Fili di condivisione a cura di Marvi del Pozzo: "Sull'improvviso" di Alfredo Rienzi (Arcipelago Itaca 2021)

Questa breve rubrica a scadenza variabile intende accompagnare gli autori già in precedenza presentati in Letture condivise, segnalandone i lavori ulteriori. Come si sa, la poesia crea legami misteriosi e profondi che perseverano nel tempo.

Oltre che rispondere a un desiderio di completezza informativa, la rubrica intende mantenere un filo di condivisione e di consolidamento di rapporto umano e artistico tra autore e lettore.

 

 

Alfredo Rienzi

Sull’improvviso

Arcipelago Itaca 2021

 

È uscito qualche mese fa il nuovo libro di poesie di Alfredo Rienzi, Sull’improvviso, Arcipelago Itaca 2021, opera vincitrice della XIX edizione del Premio InediTo – Colline di Torino.

Sul tema della ‘crisi’, intesa alla greca, cioè cambiamento che spesso coglie appunto all’improvviso, la razionalità non è di aiuto né nella ricerca di un senso compiuto, né nell’accettazione dell’oscura imprevedibilità. Tra il visibile e l’invisibile la poesia – con la sua capacità evocativa, con la sua apparente evanescenza, nell’indeterminatezza suggestiva dei suoi ‘scenari’ – attraverso procedimenti intuitivi, ana-logici, può aiutare a sentire, se non a capire, ciò che avviene in noi e intorno a noi e forse in qualche modo dà lo spunto a vivere meglio, di sicuro in modo più consapevole, le alterne vicende della vita.

L’eterno ritorno del pensiero greco si esprime nell’autore in un eterno ricominciare, così come la natura, nelle sue forme più impalpabili, si fa simbolo e specchio di un trascorrere umano, critico e pensoso.

 

Questa luce che ora

torna a crescere

dove la deporremo

spenti gli occhi in una notte a dicembre?

 

c'è stato tempo per disporsi, dici

verso il giusto angolo d'occidente

 

è che il tempo non è mai quello giusto

e le partenze hanno il suono ottuso

della frana che coglie all'improvviso