martedì 16 gennaio 2018

José Ramon Ripoll e la scrittura come sfida ai dubbi dell'esistenza di Gianni Darconza

Selezione, introduzione e traduzione di Gianni Darconza

 In seguito a un incontro fortuito e fortunato con il poeta spagnolo José Ramón Ripoll (Cádiz, 1952) avvenuto nel corso del Festival Internazionale di Poesia “Mihai Eminescu” 2017 a Craiova, Romania, è nato in noi il desiderio di far conoscer al pubblico italiano questo grande poeta attraverso una breve selezione di poesie, a cui seguirà probabilmente in futuro una pubblicazione più corposa. Ripoll è autore di svariati libri di poesia, tra i quali vale la pena menzionare El humo de los barcos (1984), Las sílabas ocultas (1991), Hoy es niebla (2002), Piedra rota (2013) e, recentemente, La lengua de los otros (2017). Quest’ultima raccolta gli è valsa il prestigioso Premio Loewe di Poesia. Ma Ripoll, oltre che un ottimo poeta, è anche autore di numerose monografie e saggi letterari e musicali. E proprio tra letteratura e musica si muovono i suoi componimenti poetici, attirando l’attenzione del lettore per la musicalità e il ritmo dei suoi versi.
Per il poeta andaluso, originario di una terra con una ricchissima tradizione di grandi poeti e musicisti, come Bécquer, Machado, García Lorca, de Falla, Alberti, Aleixandre e Cernuda (solo per citarne alcuni), la scrittura poetica acquista la funzione di costruire un ponte sul vuoto e sulle tenebre, di cercare in mezzo al nulla che sembra schiacciarci con il suo peso inconsistente le risposte a questioni metafisiche ed esistenziali, spesso rivolgendo lo sguardo verso il territorio mitico dell’infanzia, alla ricerca di una presenza confortante che aiuti nei momenti di timore. E forse una delle immagini più emblematiche è quella del poeta rannicchiato come un bambino, mentre cerca di prendere sonno nel suo letto, curvando il suo corpo a formare un punto interrogativo vivente (“Come un dubbio”). Ogni bambino è un punto di domanda che si affaccia sul mondo, e la vita, non una vita, ma ogni vita, costituisce una risposta possibile. E proprio la ricerca di questa risposta costituisce il denominatore comune dei versi di La lengua de los otros, da cui sono state tratte le poesie che qui vi presentiamo. Non vi sono punti fermi o certezze nei versi di Ripoll, poiché il poeta gaditano può offrire solo i suoi dubbi. Eppure è in quei dubbi che il lettore riesce a riconoscere gran parte di se stesso, alla ricerca, continua e mai conclusa, della propria identità.
(Quién es mi cicatriz)

 Bajan las nubes negras
a la llanura de mi pensamiento,
celajes que presagian silencios y vacíos:
grietas en la memoria que duelen y supuran
el mercurio oxidado de un espejo.
Duelen sin saber cuándo,
qué señal o motivo, qué navaja
horadaron su fosa.

En ellas me refugio sin saber quién me espera,
en qué lengua he de hablarme,
quién es mi cicatriz
y quién mi herida.

(Chi è la mia cicatrice)
 
Scendono nere nubi
sulla pianura del mio pensiero,
nuvolaglie che fanno presagire silenzi e vuoti:
crepe nella memoria che dolgono e suppurano
il mercurio ossidato di uno specchio.

Dolgono senza sapere quando,
che segnale o motivo,
che pugnale
gli ha scavato la fossa.

In loro mi rifugio ignorando il futuro,
in che lingua parlarmi,
chi è la mia cicatrice
e chi la mia ferita.

 (Cierro los ojos)
 
Cae la noche como un glaciar sobre los párpados.
Cierro los ojos
y siempre cae la noche.

Sopla el viento agitando la persiana,
y el metálico golpe de las áncoras
sobre los cascos de los buques
aún trastornan mi sueño.
¿Dónde han de ir?
¿Podré escapar con ellos,
lejos ya de este insomnio
que me muestra el ayer
prendido en el ahora?

Todo está congelado en aquel cuarto:
la turbación y la tiniebla
de un niño que aún esconde su rostro
debajo de la almohada
mientras brillan sus lágrimas
como eternos carámbanos
que en su interior retienen
fragmentos de mi madre.

 (Chiudo gli occhi)
 
Cade la notte come un ghiacciaio sulle palpebre.
Chiudo gli occhie sempre cade la notte.
 
Soffia il vento agitando la persiana,
e il colpo metallico delle ancore
sugli scafi delle navi
turbano ancora il mio sonno.
Dove mai andranno?
Potrò scappare con loro,
lontano già da quest’insonnio
che mi mostra lo ieri
fermato nell’adesso?

Tutto è congelato in quella stanza:
il turbamento e le tenebre
 di un bambino che nasconde ancora
il suo viso sotto il cuscino
mentre brillano le sue lacrime
come eterni ghiaccioli
che al suo interno trattengono
frammenti di mia madre.


(El primer llanto)
 
 ¿Acaso yo nací
o fue tan solo una pulsión de sangre en la materia,
un silbo entrecortado
en el ritmo infinito del tiempo y el espacio?

¿Acaso vine al tiempo como nota de adorno
o ya era tiempo siempre
y no alteré siquiera la eterna melodía
de la vida y la muerte?
 
¿Fui tinta en el espacio, trazo o grafía de un vuelo
o todos los espacios posibles en mi cálamo?
Espacio y tiempo en cruz,
y en esa intersección
el primer llanto,
un rasgo o una mueca
de la nada.

(Il primo pianto)

Sono forse nato
o è stata solo una pulsione di sangue nella materia,
un sibilo spezzato
nel ritmo infinito del tempo e dello spazio?

Entrai forse nel tempo come nota di ornamento
o ero già tempo sempre
e non ho alterato l’eterna melodia
della vita e la morte?
 
Fui inchiostro nello spazio,
tratto o grafia di un volo
o tutti gli spazi possibili nel mio calamaio?

Spazio e tempo in croce,
e in quell’intersezione
il primo pianto,
un gesto o una smorfia
del nulla.

 
(Como una duda)

Dudo bajo el embozo de las sábanasy
es el verbo que habré de conjugar
antes de ser posible
o ante un posible ser.

Curvo mi cuerpo en forma de pregunta
 y observo fijamente el punto de la interrogación.
 Soy o seré ese punto
si la vida se empeña en esa duda embrionaria
que ha de nublarme para siempre.
Todo lo previvido,
o por vivir
se concentra en la mancha
que no sabe si arriba o hacia abajo,
si detrás o delante.

Vacilación eterna.
Va horadando mis sílabas,
mi corazón,
mis días
con un foráneo acento
hasta ahuecarlo todo y no saber.

(Come un dubbio)

Dubito sotto il lembo delle lenzuola
ed è il verbo che dovrò coniugare
prima di essere possibile
o prima di un possibile essere.
 
Curvo il mio corpo a forma di domanda
e osservo fissamente il punto dell’interrogazione.
Sono o sarò quel punto
se la vita si consacra in quel dubbio embrionario
che per sempre dovrà rannuvolarmi.
Tutto il previssuto,
o quel che vivrò
si concentra nella macchia
che non sa se sopra o in basso,
se dietro o davanti.
 
Vacillamento eterno.
Sta perforando le mie sillabe.
il mio cuore,
i miei giorni
con un foraneo accento
fino a svuotare tutto e non sapere.

 
(Mi cuerpo es también sombra)
 
 
Dibujo su contorno
y vislumbro su acento
entre las apariencias.
Lo advierto como un pálpito,
como la vibración de un mandamiento
que no quiero acatar
e insiste noche a noche en llamarme.
Es una voz carbonizada
por el rescoldo de su origen.

 ¿Mentó mi nombre antes de ser?
¿Me nombró en el insomnio
de su sombra y la mía?
¿Configuró en la nada ya ese nombre 
como un espasmo interminable?

Llega su sombra hasta la cama
y se desliza por sus lienzos.
Mi cuerpo tiembla ante la espera
porque también es sombra.

 

(Anche il mio corpo è ombra)

Disegno il suo contorno
e intravvedo il suo accento
tra le apparenze.
Lo avverto come un palpito,
come la vibrazione di un comando
a cui non voglio obbedire
e ad ogni notte insiste a chiamarmi.

È una voce carbonizzata
dal tizzone della sua origine.

Ha menzionato il nome prima di essere?
Mi ha nominato nell’insonnio
della sua ombra e della mia?
Ha configurato già nel nulla quel nome
come uno spasimo interminabile?
 
Giunge la sua ombra fino al mio letto
e scivola tra le coperte.
Il mio corpo trema davanti all’attesa
perché anch’egli è ombra.

 (Miedo)

 Miedo a ser en la estancia,
a crecer hacia el fondo de la tierra
como la raíz del fruto ya prohibido
nada más ver la luz,
destinado a una vida que se extiende
por subterráneas galerías
donde resuenan las palabras,
aquellas que dan título a cuanto arriba surge,
se muestra y no se ve.

Miedo a ser designado en la tiniebla
antes de abrir los ojos.
Miedo a la superficie y a la hondura.

Miedo y temblor a hablar por las ramas de un árbol,
 por la hojas caducas y el rocío.

 (Timore)

Timore di essere nel soggiorno,
di crescere fino in fondo alla terra
come la radice del frutto già proibito
quando vede la luce,
destinato a una vita che si estende
in sotterranee gallerie
dove risuonano le parole,
quelle che danno il titolo a ciò che sopra sorge,
si mostra e non si vede.
 
Timore di esser indicato nel buio
prima di aprire gli occhi.
Timore della superficie e la profondità.

Timore e tremore di parlare tra i rami di un albero,
tra le foglie caduche e la rugiada.

 
(Principio)

Ser en la nada y en principio ser.
Hasta el canto que surge del roce de las lágrimas
con el embozo de las sábanas
es porque sí,
suena antes de que el cuerpo precipite su vuelo
en el espacio de la cuna.

Es sin porqué y ya vive
en la frontera imaginaria
que separa la negación del fuego,
aliento de un azar que se disuelve
entre el sueño y la vela.
 
Como una mancha en la pared
se escriben los mil signos
que han de configurar este recuerdo:
lengua ambigua y primera,
ritmo en la sien,
logos y azar:
principio.

 
(Principio)

Essere nel nulla e in principio essere.
Persino il canto che sorge dallo sfiorare delle lacrime
con il lembo delle lenzuola
è perché sì,
suona prima che il corpo precipiti il suo volo
nello spazio della culla.

Senza perché e già vive
nella frontiera immaginaria
che separa il fuoco dalla negazione,
alito di una sorte che si dissolve
tra il sonno e la veglia.
 
Come una macchia sulla parete
si scrivon mille segni
per configurare questo ricordo:
lingua ambigua e primaria,
ritmo sulla fronte,
logos e caso:
principio.
 
(La lengua de los otros)

Quiera la noche que este idioma
 de herrumbres y murmullos cárdenos,
que en duermevela me musita
la canción de la noche,
no me abandone nunca,
ni me ofrezca desnudo a la otra lengua
bajo el pretexto de la vida.
 
Quiera el oscuro mar que guarde
en el acuoso intento de mi respiración
el arcaico compás de la tormenta
donde aún naufragan las palabras
que nunca se dirán.
 
Quiera el errante viento no otorgarles
la forma de otro cuerpo,
ni otra voz que me enuncie,
ni que me represente
más allá de la gruta
donde habito sin nombre,
sin causa y sin materia.
 
Quiera el verbo del mundo ser el eco
de un eterno silencio que amalgame
el azar y el destino,
la reverberación de un filamento
que vibra en el olvido igual que en la memoria,
punzada monocorde
de un laúd que acompaña la canción de la noche
con la que me resisto a la otra lengua:
la lengua de los otros.
  

(La lingua degli altri)
 Voglia la notte che la lingua
di mormorii violacei e di ruggine,

che nel dormiveglia sussurra
la canzone della notte,
non mi abbandoni mai,
e non mi offra nudo all’altra lingua
con la scusa della vita.

Voglia l’oscuro mare che conservi
nell’acquoso sforzo della mia respirazione
l’arcaico compasso della tempesta
dove naufragano parole
che mai saranno dette.
 
Voglia il vento errante non concedergli
la forma di un altro corpo,
né un’altra voce che mi enunci,
che non mi rappresenti
al di là della grotta
dove vivo senza nome,
senza causa e materia.
 
Voglia il verbo del mondo essere l’eco
di un eterno silenzio che rimescoli
il caso e il destino,
il riverbero di quel filamento
che vibra nell’oblio come nella memoria,
puntura monocorde
di un liuto che accompagna la canzone della notte
con cui resisto all’altra lingua:
la lingua degli altri.


 
José Ramón Ripoll es un escritor, poeta, periodista y musicólogo español nacido en Cádiz en 1952.1​ Ha trabajado en Radio Nacional de España, desempeñando diversas responsabilidades culturales, principalmente como conductor de programas musicales en la emisora Radio Clásica. Desde su fundación, en 1991, dirige RevistAtlántica de poesía, publicación editada por la Diputación Provincial de Cádiz.,2​ especializada en literatura internacional e iberoamericana. Ha cultivado especialmente la poesía, destacando entre sus obras los poemarios La tarde en sus oficios (1978), La Tauromaquia (1980), Sermón de la barbarie (1981), El humo de los barcos (1984), Las sílabas ocultas (1991) y Niebla y confín (2000).Estos tres últimos títulos se reescribieron y se reunieron en un sólo volumen, bajo el título de Hoy es Niebla (2002). Posteriormente ha publicado Estragos de la guerra (2011) y Piedra rota (2013). Asimismo es el autor de diversas monografías y artículos literarios y musicales, como Beethoven según Liszt, Vistas al mar: apuntes sobre los compositores catalanes del 27, El mundo pianístico de Chopin. Pasión y poesía, Variaciones sobre una palabra (La poesía, la música, el poema), Cuarenta años sonando: la Orquesta de RTVE, Cantar del agua etc.3​ Junto al compositor americano Uri Caine escribe la cantata Desastres de la guerra, una reflexión poética y sonora sobre la barbarie, la invasión, la ignominia y el sometimiento de los pueblos, basándose en la serie homónima de aguafertes de Goya, por encargo del Festival Internacional de Granada (2008), de donde surge el poemario citado, Estagos de la guerra. Entre otros premios, ha sido galardonado con el Guernica en 1979, el Villa de Rota (1980), el Premio de Poesía Juan Carlos I en 19834​ o el Tiflos (1999). También se le concedió la Beca Fulbrigth para ampliar conocimientos en Estados Unidos como escritor invitado al International Writing Program de la University of Iowa (1984) y la Ayuda a la Creación Literaria del Ministerio de Cultura (1986).
José Ramón Ripoll ha sido cofundador de diversas publicaciones literarias como Marejada o Fin de Siglo. Fue director del programa Esto es flamenco y Las cuatro músicas de Radio 3.,5​ así como de Música y pretexto, El humo de los barcos, Música de cámara, Iberia y Contrapunto, entre otros muchos en Radio Clásica. En 2016 ha recibido el prestigioso Premio Loewe por La lengua de los otros.




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