sabato 9 marzo 2019

Nota critica di Stefania di Lino su "Il lato basso del quadrato" (Ed. La Vita Felice 2017) di Giuseppe Vetromile

‘Mai finiremo l’esplorazione/ e la fine del nostro esplorare / Sarà giungere dove iniziammo/ E sapere per la prima volta il luogo.’
(T.S. Eliot, parte finale di Little Gidding)



‘: si va per tentativi aritmetici

soppesati la sera

prima di addormentarsi’

(G. Vetromile, Il lato basso del quadrato, pag.79)



Nella narrazione psicoanalitica, si dice che l’oggetto da perseguire non sia tanto quello che rientra nel linguaggio, quanto ciò che da questo ne rimane escluso.

Trovo tale definizione adattabile anche al linguaggio poetico che, perseguendo l’innominabile, si inerpica lungo i condotti ventrali di una lingua imperfetta, quindi mai esaustiva nell’esprimere il ‘tutto’, almeno nella direzione che il poeta ricerca.

Percorrendo questi sentieri, infatti, ci si imbatte in continue fratture, in vicoli ciechi;  cesure tra il significato e il significante che il filosofo Giorgio Agàmben definisce ‘snodi’ che conducono da una lingua a un’altra. Tanto è vero che si diventa poeti per dire quello che in altro modo sarebbe difficile esprimere - forse impossibile - grazie anche alla traduzione-trasposizione – poesia è comunque traduzione – e alla possibilità di ribaltamento di registro e di piani di significazione; grazie e in virtù di uno slittamento di livello - dovuti anche all’uso di figure retoriche- che solo l’arte e la poesia, per ambizione libertaria e per un mandato preciso di svincolamento dall’ordinario, possono concedere.

Ma tale libertà espressiva, per quanto pirotecnica e immaginifica, nella traduzione del suo compiersi, - nel suo farsi ‘carne e sangue’, come dice il Vasari a proposito della pittura eretica di Piero della Francesca – tale libertà espressiva, dicevo,  nel poeta non potrà mai sottrarsi alla finitezza della materia e all’imperfezione della parola: limiti dettati da un imprescindibile principio di realtà con cui l’artista deve necessariamente misurarsi per poter realizzare la sua opera. Si cede quindi qualcosa del progetto originario (o del sogno), e si acquista qualche altra in termini di creazione sul piano della realtà. E’ esattamente da questo momento che l’opera diventa autonoma per acquisire un’identità tutta sua, a volte sorprendente persino per lo stesso autore.

E Giuseppe Vetromile, poeta, si colloca in una posizione di un realismo raro e disarmante, aderente alla terra, avendo ben presente che tali limiti appartengono esattamente a tutti gli esseri viventi, situando in tal modo l’elemento umano non in posizione egemonica o antropocentrica - molto lontana, anzi antitetica  è infatti l’idea di dominio su chicchessia-  ma pari a un filo d’erba o a un coleottero, se non altro per destino, ma forse anche per scelta, situandosi nella parte bassa (forse la più viscerale?)  di un’ipotetica finestra (quadrata).  In ogni caso parallelo alla terra.

E tali limiti Giuseppe li dichiara con umiltà quasi mistica, direi francescana, con quella sobrietà e quel certo distacco che il caso, nella sua posizione geografica (già il Sud! ma a Sud di cosa?) gli conferisce.

Lo fa chiaramente, onestamente, senza infingimenti esornativi,  già nel titolo e nell’ introduzione che lui scrive per il suo libro – [...] Partire da costituenti minimi, da geometrie di base, da sottili lati fortemente aderenti alla terra [...] - ,  ma anche in alcuni versi, in cui viene citata la concretezza della materia:

[...]

Perduti noi siamo    mia cara

nelle viscere della materia

 
Cantare al cielo non serve

non serve il nostro sbattere d’elitre fasulle

[...]



La geometria piana dunque, e più genericamente intesa, una visione scientifica della materia che ci rende corpi proiettati nello spazio, (forse ologrammi mescolati alla ‘stessa sostanza dei sogni’), sono il leit motiv, il filo rosso che ci guida tra i versi, ed è ciò che intride e pervade il discorso lirico di Giuseppe Vetromile nel suo poema, alto per forma e per intenti, ma che non rifugge da una certa sfumatura intimista – commoventi i testi dedicati alla madre e al padre - , e un certo tono colloquiale, dovuto all’intercalare ricorrente con cui si rivolge a una ascoltatrice ideale, appellandola affettuosamente con ‘mia cara’; un interporre quasi anaforico che rende il dettato poetico ancor più catturante, originale anche per l’uso dei due punti  collocati all’inizio del verso.



E l’uso della metafora geometrica, attinente alla formazione culturale del nostro poeta, in effetti, si giustifica ricordando l’etimologia della parola stessa che deriva dal greco antico  γή = ‘terra’ e μετρία, metria = ‘misura’, e pur evitando di citare importanti pensatori dell’antichità a tal proposito, comprendiamo appieno l’accezione filosofica del termine e il portato simbolico su cui si fonda la felice l’intuizione lirica e direi tutto l’assioma poetico di Giuseppe Vetromile.



Ciò anche a sfatare il persistente pregiudizio di un antagonismo, anzi addirittura di una incompatibilità, tra la visione poetica del mondo, che si vuole per ignoranza e pregiudizio, più romantica ed evanescente, contro un presupposto rigore della geometria e dei numeri più in generale, che in quanto tali, dovrebbero essere più credibili rispetto alla prima. Ma, e chiedo, esattamente in virtù di cosa?



Per ciò che mi compete, visto e appurato l’uso manipolativo delle cifre quanto delle parole, agilmente sorvolerei su tale infondato stereotipo, comprendendo in un unico orizzonte l’imprescindibile dialettica tra pittura e filosofia, matematica e poesia, scienza e arte, in passato tutt’altro che disgiunti, senza preclusioni di sorta, poiché è proprio la letteratura stessa a parlarci spesso di scienza, interrogandosi, proprio come il nostro poeta, sulla condizione umana e sul senso della nostra postura nel cosmo.

Anzi, in questo caso è il poeta a denunciare la fallacità della scienza, avvisandoci quasi alla maniera di Dostoevskij, che la ragione non è tutto e non soddisfa completamente,  non basta, e la geometria con i suoi teoremi, o la matematica con i suoi numeri, non spiegano, perché non sono in grado di spiegare:  Da questa casa pitagorica non sfuggirò/ che al declino dei numeri totali/.quando avrò reso le mie cose al mondo/ e sarò sogno di me stesso/in cammino tra le stelle/ (pag.18). 

 E nei versi del nostro poeta, la vita è rappresentata ossimoricamente come un ‘cerchio’ tutt’altro che perfetto, anzi ‘ambiguo’, con tutte le manifestazioni dell’esistere, l’affanno del vivere, le illusioni (pag. 22):



Ho con me una tabella



Non entra la ragione in questo breve spazio di luce

cunicolo tra una preghiera e un altro affanno

non entra l’evidenza del teorema euclideo

nel cerchio ambiguo della vita



: da una morte non si ricava l’equazione del cosmo

e il sogno continua all’infinito

come sparlando di questa verità di bocca in bocca



Ho con me una tabella

mia cara

per calcolarmi i passi esatti lungo il crinale

e lo sbattere giusto delle ali

verso il cielo



: così almeno l’illusione è perfetta

quanto la felicità di un’addizione

 
ma è tutto vano

: ho compreso il gioco della materia

in questi laterizi abbandonati



nessun grido nessuno dolore

: il paese finto giace

sotto gli occhi stupefatti



e continuiamo mia cara a credere

che tutto stia solo ora

a iniziare



Un poeta, quindi, è tale se è portatore di una visione del mondo, di un suo specifico originale punto di vista e su di sé assume, poeticamente parlando, le conseguenze di tale visione. Parlo della responsabilità della parola e della soglia verso cui, il poeta conduce i suoi lettori.

Giuseppe Vetromile, come dicevo, si dichiara da subito con la sua ‘poesia onesta’ (pag.9):



Geometrie spurie



la parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo

umile   inerte

e sta fermo dall’eternità della legge

a sorreggere le sorti della buona geometria



laddove per ‘buona geometria’, si legga una possibile vivibile traduzione di senso dello stare al mondo, ma anche –  e siamo al topos poetico – l’andarsene da questo mondo (pag.71):



[...]

Dove andrò la casa sarà memoria d’aria e d’ombra

e sarò scritto col dito di Dio sulla faccia della terra:



di me più nulla eppure in ogni dove

combacerò perfettamente a tutto l’orizzonte



e così via fino al bellissimo testo sul fabbricato Esse che chiude il poema sulla inesauribile circolarità che alterna la vita alla morte, e viceversa, o se si vuole, tra l’entrare e l’uscire dal mondo.



In uno splendido dramma dedicato a Galileo,  in cui la diatriba, visti i tempi,  si gioca tra religione e scienza, ma il paragone calza benissimo anche con la poesia, Bertolt Brecht fa dire al fisico e astronomo del ‘500 : ‘Rimetteremo tutto in dubbio [...]  Quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo scriveremo più, a meno che posdomani, lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con particolare diffidenza. [...] E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora, con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione.’



Stefania Di Lino






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