martedì 16 gennaio 2018

José Ramon Ripoll e la scrittura come sfida ai dubbi dell'esistenza di Gianni Darconza

Selezione, introduzione e traduzione di Gianni Darconza

 In seguito a un incontro fortuito e fortunato con il poeta spagnolo José Ramón Ripoll (Cádiz, 1952) avvenuto nel corso del Festival Internazionale di Poesia “Mihai Eminescu” 2017 a Craiova, Romania, è nato in noi il desiderio di far conoscer al pubblico italiano questo grande poeta attraverso una breve selezione di poesie, a cui seguirà probabilmente in futuro una pubblicazione più corposa. Ripoll è autore di svariati libri di poesia, tra i quali vale la pena menzionare El humo de los barcos (1984), Las sílabas ocultas (1991), Hoy es niebla (2002), Piedra rota (2013) e, recentemente, La lengua de los otros (2017). Quest’ultima raccolta gli è valsa il prestigioso Premio Loewe di Poesia. Ma Ripoll, oltre che un ottimo poeta, è anche autore di numerose monografie e saggi letterari e musicali. E proprio tra letteratura e musica si muovono i suoi componimenti poetici, attirando l’attenzione del lettore per la musicalità e il ritmo dei suoi versi.
Per il poeta andaluso, originario di una terra con una ricchissima tradizione di grandi poeti e musicisti, come Bécquer, Machado, García Lorca, de Falla, Alberti, Aleixandre e Cernuda (solo per citarne alcuni), la scrittura poetica acquista la funzione di costruire un ponte sul vuoto e sulle tenebre, di cercare in mezzo al nulla che sembra schiacciarci con il suo peso inconsistente le risposte a questioni metafisiche ed esistenziali, spesso rivolgendo lo sguardo verso il territorio mitico dell’infanzia, alla ricerca di una presenza confortante che aiuti nei momenti di timore. E forse una delle immagini più emblematiche è quella del poeta rannicchiato come un bambino, mentre cerca di prendere sonno nel suo letto, curvando il suo corpo a formare un punto interrogativo vivente (“Come un dubbio”). Ogni bambino è un punto di domanda che si affaccia sul mondo, e la vita, non una vita, ma ogni vita, costituisce una risposta possibile. E proprio la ricerca di questa risposta costituisce il denominatore comune dei versi di La lengua de los otros, da cui sono state tratte le poesie che qui vi presentiamo. Non vi sono punti fermi o certezze nei versi di Ripoll, poiché il poeta gaditano può offrire solo i suoi dubbi. Eppure è in quei dubbi che il lettore riesce a riconoscere gran parte di se stesso, alla ricerca, continua e mai conclusa, della propria identità.
(Quién es mi cicatriz)

 Bajan las nubes negras
a la llanura de mi pensamiento,
celajes que presagian silencios y vacíos:
grietas en la memoria que duelen y supuran
el mercurio oxidado de un espejo.
Duelen sin saber cuándo,
qué señal o motivo, qué navaja
horadaron su fosa.

En ellas me refugio sin saber quién me espera,
en qué lengua he de hablarme,
quién es mi cicatriz
y quién mi herida.

(Chi è la mia cicatrice)
 
Scendono nere nubi
sulla pianura del mio pensiero,
nuvolaglie che fanno presagire silenzi e vuoti:
crepe nella memoria che dolgono e suppurano
il mercurio ossidato di uno specchio.

Dolgono senza sapere quando,
che segnale o motivo,
che pugnale
gli ha scavato la fossa.

In loro mi rifugio ignorando il futuro,
in che lingua parlarmi,
chi è la mia cicatrice
e chi la mia ferita.

 (Cierro los ojos)
 
Cae la noche como un glaciar sobre los párpados.
Cierro los ojos
y siempre cae la noche.

Sopla el viento agitando la persiana,
y el metálico golpe de las áncoras
sobre los cascos de los buques
aún trastornan mi sueño.
¿Dónde han de ir?
¿Podré escapar con ellos,
lejos ya de este insomnio
que me muestra el ayer
prendido en el ahora?

Todo está congelado en aquel cuarto:
la turbación y la tiniebla
de un niño que aún esconde su rostro
debajo de la almohada
mientras brillan sus lágrimas
como eternos carámbanos
que en su interior retienen
fragmentos de mi madre.

 (Chiudo gli occhi)
 
Cade la notte come un ghiacciaio sulle palpebre.
Chiudo gli occhie sempre cade la notte.
 
Soffia il vento agitando la persiana,
e il colpo metallico delle ancore
sugli scafi delle navi
turbano ancora il mio sonno.
Dove mai andranno?
Potrò scappare con loro,
lontano già da quest’insonnio
che mi mostra lo ieri
fermato nell’adesso?

Tutto è congelato in quella stanza:
il turbamento e le tenebre
 di un bambino che nasconde ancora
il suo viso sotto il cuscino
mentre brillano le sue lacrime
come eterni ghiaccioli
che al suo interno trattengono
frammenti di mia madre.


(El primer llanto)
 
 ¿Acaso yo nací
o fue tan solo una pulsión de sangre en la materia,
un silbo entrecortado
en el ritmo infinito del tiempo y el espacio?

¿Acaso vine al tiempo como nota de adorno
o ya era tiempo siempre
y no alteré siquiera la eterna melodía
de la vida y la muerte?
 
¿Fui tinta en el espacio, trazo o grafía de un vuelo
o todos los espacios posibles en mi cálamo?
Espacio y tiempo en cruz,
y en esa intersección
el primer llanto,
un rasgo o una mueca
de la nada.

(Il primo pianto)

Sono forse nato
o è stata solo una pulsione di sangue nella materia,
un sibilo spezzato
nel ritmo infinito del tempo e dello spazio?

Entrai forse nel tempo come nota di ornamento
o ero già tempo sempre
e non ho alterato l’eterna melodia
della vita e la morte?
 
Fui inchiostro nello spazio,
tratto o grafia di un volo
o tutti gli spazi possibili nel mio calamaio?

Spazio e tempo in croce,
e in quell’intersezione
il primo pianto,
un gesto o una smorfia
del nulla.

 
(Como una duda)

Dudo bajo el embozo de las sábanasy
es el verbo que habré de conjugar
antes de ser posible
o ante un posible ser.

Curvo mi cuerpo en forma de pregunta
 y observo fijamente el punto de la interrogación.
 Soy o seré ese punto
si la vida se empeña en esa duda embrionaria
que ha de nublarme para siempre.
Todo lo previvido,
o por vivir
se concentra en la mancha
que no sabe si arriba o hacia abajo,
si detrás o delante.

Vacilación eterna.
Va horadando mis sílabas,
mi corazón,
mis días
con un foráneo acento
hasta ahuecarlo todo y no saber.

(Come un dubbio)

Dubito sotto il lembo delle lenzuola
ed è il verbo che dovrò coniugare
prima di essere possibile
o prima di un possibile essere.
 
Curvo il mio corpo a forma di domanda
e osservo fissamente il punto dell’interrogazione.
Sono o sarò quel punto
se la vita si consacra in quel dubbio embrionario
che per sempre dovrà rannuvolarmi.
Tutto il previssuto,
o quel che vivrò
si concentra nella macchia
che non sa se sopra o in basso,
se dietro o davanti.
 
Vacillamento eterno.
Sta perforando le mie sillabe.
il mio cuore,
i miei giorni
con un foraneo accento
fino a svuotare tutto e non sapere.

 
(Mi cuerpo es también sombra)
 
 
Dibujo su contorno
y vislumbro su acento
entre las apariencias.
Lo advierto como un pálpito,
como la vibración de un mandamiento
que no quiero acatar
e insiste noche a noche en llamarme.
Es una voz carbonizada
por el rescoldo de su origen.

 ¿Mentó mi nombre antes de ser?
¿Me nombró en el insomnio
de su sombra y la mía?
¿Configuró en la nada ya ese nombre 
como un espasmo interminable?

Llega su sombra hasta la cama
y se desliza por sus lienzos.
Mi cuerpo tiembla ante la espera
porque también es sombra.

 

(Anche il mio corpo è ombra)

Disegno il suo contorno
e intravvedo il suo accento
tra le apparenze.
Lo avverto come un palpito,
come la vibrazione di un comando
a cui non voglio obbedire
e ad ogni notte insiste a chiamarmi.

È una voce carbonizzata
dal tizzone della sua origine.

Ha menzionato il nome prima di essere?
Mi ha nominato nell’insonnio
della sua ombra e della mia?
Ha configurato già nel nulla quel nome
come uno spasimo interminabile?
 
Giunge la sua ombra fino al mio letto
e scivola tra le coperte.
Il mio corpo trema davanti all’attesa
perché anch’egli è ombra.

 (Miedo)

 Miedo a ser en la estancia,
a crecer hacia el fondo de la tierra
como la raíz del fruto ya prohibido
nada más ver la luz,
destinado a una vida que se extiende
por subterráneas galerías
donde resuenan las palabras,
aquellas que dan título a cuanto arriba surge,
se muestra y no se ve.

Miedo a ser designado en la tiniebla
antes de abrir los ojos.
Miedo a la superficie y a la hondura.

Miedo y temblor a hablar por las ramas de un árbol,
 por la hojas caducas y el rocío.

 (Timore)

Timore di essere nel soggiorno,
di crescere fino in fondo alla terra
come la radice del frutto già proibito
quando vede la luce,
destinato a una vita che si estende
in sotterranee gallerie
dove risuonano le parole,
quelle che danno il titolo a ciò che sopra sorge,
si mostra e non si vede.
 
Timore di esser indicato nel buio
prima di aprire gli occhi.
Timore della superficie e la profondità.

Timore e tremore di parlare tra i rami di un albero,
tra le foglie caduche e la rugiada.

 
(Principio)

Ser en la nada y en principio ser.
Hasta el canto que surge del roce de las lágrimas
con el embozo de las sábanas
es porque sí,
suena antes de que el cuerpo precipite su vuelo
en el espacio de la cuna.

Es sin porqué y ya vive
en la frontera imaginaria
que separa la negación del fuego,
aliento de un azar que se disuelve
entre el sueño y la vela.
 
Como una mancha en la pared
se escriben los mil signos
que han de configurar este recuerdo:
lengua ambigua y primera,
ritmo en la sien,
logos y azar:
principio.

 
(Principio)

Essere nel nulla e in principio essere.
Persino il canto che sorge dallo sfiorare delle lacrime
con il lembo delle lenzuola
è perché sì,
suona prima che il corpo precipiti il suo volo
nello spazio della culla.

Senza perché e già vive
nella frontiera immaginaria
che separa il fuoco dalla negazione,
alito di una sorte che si dissolve
tra il sonno e la veglia.
 
Come una macchia sulla parete
si scrivon mille segni
per configurare questo ricordo:
lingua ambigua e primaria,
ritmo sulla fronte,
logos e caso:
principio.
 
(La lengua de los otros)

Quiera la noche que este idioma
 de herrumbres y murmullos cárdenos,
que en duermevela me musita
la canción de la noche,
no me abandone nunca,
ni me ofrezca desnudo a la otra lengua
bajo el pretexto de la vida.
 
Quiera el oscuro mar que guarde
en el acuoso intento de mi respiración
el arcaico compás de la tormenta
donde aún naufragan las palabras
que nunca se dirán.
 
Quiera el errante viento no otorgarles
la forma de otro cuerpo,
ni otra voz que me enuncie,
ni que me represente
más allá de la gruta
donde habito sin nombre,
sin causa y sin materia.
 
Quiera el verbo del mundo ser el eco
de un eterno silencio que amalgame
el azar y el destino,
la reverberación de un filamento
que vibra en el olvido igual que en la memoria,
punzada monocorde
de un laúd que acompaña la canción de la noche
con la que me resisto a la otra lengua:
la lengua de los otros.
  

(La lingua degli altri)
 Voglia la notte che la lingua
di mormorii violacei e di ruggine,

che nel dormiveglia sussurra
la canzone della notte,
non mi abbandoni mai,
e non mi offra nudo all’altra lingua
con la scusa della vita.

Voglia l’oscuro mare che conservi
nell’acquoso sforzo della mia respirazione
l’arcaico compasso della tempesta
dove naufragano parole
che mai saranno dette.
 
Voglia il vento errante non concedergli
la forma di un altro corpo,
né un’altra voce che mi enunci,
che non mi rappresenti
al di là della grotta
dove vivo senza nome,
senza causa e materia.
 
Voglia il verbo del mondo essere l’eco
di un eterno silenzio che rimescoli
il caso e il destino,
il riverbero di quel filamento
che vibra nell’oblio come nella memoria,
puntura monocorde
di un liuto che accompagna la canzone della notte
con cui resisto all’altra lingua:
la lingua degli altri.


 
José Ramón Ripoll es un escritor, poeta, periodista y musicólogo español nacido en Cádiz en 1952.1​ Ha trabajado en Radio Nacional de España, desempeñando diversas responsabilidades culturales, principalmente como conductor de programas musicales en la emisora Radio Clásica. Desde su fundación, en 1991, dirige RevistAtlántica de poesía, publicación editada por la Diputación Provincial de Cádiz.,2​ especializada en literatura internacional e iberoamericana. Ha cultivado especialmente la poesía, destacando entre sus obras los poemarios La tarde en sus oficios (1978), La Tauromaquia (1980), Sermón de la barbarie (1981), El humo de los barcos (1984), Las sílabas ocultas (1991) y Niebla y confín (2000).Estos tres últimos títulos se reescribieron y se reunieron en un sólo volumen, bajo el título de Hoy es Niebla (2002). Posteriormente ha publicado Estragos de la guerra (2011) y Piedra rota (2013). Asimismo es el autor de diversas monografías y artículos literarios y musicales, como Beethoven según Liszt, Vistas al mar: apuntes sobre los compositores catalanes del 27, El mundo pianístico de Chopin. Pasión y poesía, Variaciones sobre una palabra (La poesía, la música, el poema), Cuarenta años sonando: la Orquesta de RTVE, Cantar del agua etc.3​ Junto al compositor americano Uri Caine escribe la cantata Desastres de la guerra, una reflexión poética y sonora sobre la barbarie, la invasión, la ignominia y el sometimiento de los pueblos, basándose en la serie homónima de aguafertes de Goya, por encargo del Festival Internacional de Granada (2008), de donde surge el poemario citado, Estagos de la guerra. Entre otros premios, ha sido galardonado con el Guernica en 1979, el Villa de Rota (1980), el Premio de Poesía Juan Carlos I en 19834​ o el Tiflos (1999). También se le concedió la Beca Fulbrigth para ampliar conocimientos en Estados Unidos como escritor invitado al International Writing Program de la University of Iowa (1984) y la Ayuda a la Creación Literaria del Ministerio de Cultura (1986).
José Ramón Ripoll ha sido cofundador de diversas publicaciones literarias como Marejada o Fin de Siglo. Fue director del programa Esto es flamenco y Las cuatro músicas de Radio 3.,5​ así como de Música y pretexto, El humo de los barcos, Música de cámara, Iberia y Contrapunto, entre otros muchos en Radio Clásica. En 2016 ha recibido el prestigioso Premio Loewe por La lengua de los otros.




domenica 14 gennaio 2018

"Le ore del terrore" di Simone Consorti (L'Arcolaio 2017) letto da Alessia Iuliano

Non sempre concordo con quello che penso
Non sempre la vita e la morte hanno un senso.

Quella frase per la lapide che tutti abbiamo pronta e riposa
in attesa del giorno, di quel giorno
quando potrà essere smentita e lasciata
nuova di zecca e mai usata.

Quella frase un po’ con tenerezza, un po’ con nostalgia
riconosciuta propria, per subirne meno la verità. Meno il tutto.
Se con tutto si intende il peso di una storia cui siamo legati e cui
dobbiamo l’io, il noi, il voi
per chi che non la fa propria.

Simone Consorti la fa propria. Anzi, si fa investire dalla storia e
più ancora dal suo decorso.
Non vi è più distinzione, piuttosto
una reale commistione tra il collettivo e il singolare.
Tra l’io poeta e Chernobyl,  o i campi di sterminio,
o tra l’intimo Tu all’io in piazza Tienanmen, da lì a Cristo.

L’evocazione dei fatti storici, ecco, è dissimulata.
Un’ironia, il lieve cinismo accompagnano
rivelazioni veritiere e quindi terribili,
come anticipa il titolo dell’intera raccolta
Le ore del terrore. Eppure è necessario un “ ma”
perché nonostante gli accadimenti
l’idea di come eravamo prima
nemmeno ci sfiora. Questo inciso è il perno
su cui si bilancia il libro, il nodo si scioglie,
concede di imparare dal passato e non restargli
inutilmente inchiodato, quando l’inconscio suggerisce all’io
non riesco a vedere Dio
che sia grande o punitivo. L’ilare vignetta
in un notturno  condizionale:
Jesuis  uno che si cambierebbe
il nome e la fede ogni giorno.

Una raccolta antropologica le cui radici poetiche
sono aggrappate alla storia, e dalla storia fanno exempla per i posteri,
qualora  ci sia posterità:
a animare ogni verso non è
l’idea di un colpevole, ma la verità di una colpa
sulle spalle di ciascuno, quindi in testa all’io.


Ma quando di notte mi scopro allo specchio
vorrei che con noi ci fosse un terzo
per proteggermi da me stesso.

Quello che da sempre ci spaventa e scoraggia,
il mostro che impedisce di essere noi.
Consorti, la bellezza di questo libro, non teme di dichiararlo.
Sa che questo atto in sé pone
le basi di una libertà che tramuta il disincanto
in evocazione al limite del visibile, e l’invisibile inviolato sé
è testimone alla staffetta della vita per evitare che del nostro paese
non resti semplicemente il nome.


Alessia Iuliano



Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un Istituto Superiore. Ha pubblicato i romanzi L'uomo che scrive sull' acqua 'aiuto' (Baldini e Castoldi,1999, Premio Linus), Sterile come il tuo amore (Besa editrice, 2008),"In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), A tempo di sesso (Besa, 2011) e Da questa parte della morte (Besa, 2016). Ha raccolto le sue poesie in Perché ho smesso di scriverti versi (Aletti, 2010), Nell’antro del misantropo (L’arcolaio, 2014) e Le ore del terrore (L’arcolaio 2017).  Da alcuni anni si occupa di fotografia, ha realizzato diverse mostre personali e sta curando il progetto di street photography “C’era una volta in Europa”. Di recente pubblicazione il suo ebook di fotografia Finestra d’Italia, uscito per Larecherche.it. Dal 6 marzo la sua pièce Berlino kaputt mundi  sarà rappresentata al teatro Agorà di Roma.













venerdì 29 dicembre 2017

"L'immenso è semplice" di Paola Venezia (RPLibri 2017)

La ricerca dell’Essenza è ciò che mi ha sempre guidato, nell’Arte plastica o figurativa, così come nella scrittura e nella vita. È un impegno che richiede tempo, pazienza e l’accettazione dell’Assenza. Non esiste Essenza senza Assenza. Mi sono sempre chiesta cosa dovesse rimanere  del mio pensiero e, invece, cosa togliere; soprattutto, a cosa si deve rinunciare per comporre un haiku. La mia esperienza lavorativa mi porta al confronto quotidiano con il dolore della perdita e con la gioia di risultati puri. L’haiku è la forma poetica che più si avvicina al mio modo di procedere in poesia e per questo motivo l’ho scelto come esercizio di scrittura e di vita.

 dall’introduzione dell’autrice



oltre la pelle

comincia il cielo

lo sai che voli?




oggi il sole

annaffia i sorrisi

è giardiniere

sull’ombrello

allegro ma non troppo

per gocce e sole


fiori di lavanda

tra antiche rovine

un po’ di vento

Paola Venezia è nata nel 1958 a Milano, ha poi trascorso molti anni in Toscana dove ha compiuto studi di tipo tecnico-economico che niente hanno a che fare con la passione intima che invece ha accompagnato e accompagna la sua vita, l’arte e ogni sua forma espressiva. Usa la Carta per raccontarsi, dandole valore di parola, d’essenza e di racconto intimo. Sulle carte pregiate scrive poesie e, con gli stessi materiali, realizza sculture. Il rito di plasmarla è la metafora della sua vita. Accanto all’attività artistica affianca l’organizzazione di corsi per adulti e bambini sulle tecniche cartarie in contesti sia pubblici che privati. Partecipa a mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Dal 2005 collabora in qualità di Arteterapeuta , con la Cooperativa Solaris che si occupa di disabilità e gestisce alcuni Centri Diurni Disabili e CSE della Brianza. La disabilità che ogni giorno affronta è per lo più di tipo fisico con insufficienza mentale da media a grave e gravissima. La gioia di arrivare all’anima di queste persone, attraverso l’Arte e la Poesia, le crea soddisfazioni e gratificazioni.

giovedì 21 dicembre 2017

Louis di Luigi D'Alessio (RPLibri 2017)

Louis è un dialogo intimo, al limite dell’inafferrabile. Come l’atto stesso del vedersi, ben lo sapevano Baudelaire e Valery. Una vicenda intima in cui spazio e tempo (spazi e tempi) si condensano, si rarefanno; in cui un io, forse smarrito e attraversato da un oscuro pudore di ‘esporsi’, si riconosce in qualcosa (qualcuno) che sarà più di lui, oltre lui, “liberato dall’incompiuto”. Attraverso i cui occhi, come presi a prestito, fa i conti con il proprio sguardo e lo educa, verso una ritrovata meraviglia, il semplice stupore di esserci. Un affondo nell’intimo, la vicenda di questo affondo e della scrittura che l’accompagna. La tessitura ne è impregnata, ne è formata e talvolta deformata.
dalla postfazione di Valentino Fossati

L’ultima volta che vidi Louis
fu l’ultima volta che ci vedemmo.
Passo i giorni al sole
– mi disse Louis
Ti offro una sorpresa, sussurrò:
Louis di notte imitava Icaro.




Non prendiamoci mai
il tempo che ci serve.
Per Louis era sorprendente
la velocità con cui
lei si addormentava.
Ogni volta Louis
si sentiva dire dentro
che nessuna storia
era al sicuro nel sonno.


Luigi D’Alessio: dell’autore, non si conosce l’età. A lui piace dire di essere nato sotto il vulcano più famoso del mondo e considera il napoletano lingua madre. Varie fonti lo hanno visto occuparsi di moda e immagine. Si sa che è un cultore della mitologia. Articolista e editor di testi poetici. Ha pubblicato Pompei, per CartaCanta edizioni, 2015 (collana I passatori) da cui si evince che per lui il tempo è un luogo.


lunedì 4 dicembre 2017

Dante Maffia legge "Le tentazioni della luce" (Ed. della Meridiana, 2017) di Zingonia Zingone

Mi aveva molto impressionato, circa sei anni fa, L’equilibrista dell’oblio, edito da Raffaelli. Eleganza, essenzialità, parola forbita e mai spreco. Una sorta di inseguimento alla sostanza delle cose e dei sentimenti per cernere il miele di un divenire che, nonostante l’aggressione ricevuta da Cioran in un libro incredibile per temi e svolgimenti, resta sempre il lievito di una scommessa che deve affrontare gli andirivieni della vita.
Poi il silenzio di Zingonia nei miei riguardi, come se il mio scritto l’avesse disturbata o non l’avesse minimamente sfiorata.
Ricevo adesso le tentazioni della Luce e non nascondo che sono stato preso immediatamente, anzi catturato, da questo titolo che utilizza il minuscolo per l’articolo e per tentazioni e invece il maiuscolo per Luce. Evidente che si tratta di una scommessa spirituale, di un percorso che vuole raccontare di un’adesione all’Infinito.
Ma c’è di più, quando in una intervista mi domandarono quale fosse il titolo di un libro che ritenessi il più bello in assoluto io risposi La tentazione di vivere! Già, ancora una volta Cioran.
Niente è casuale, vero?
Ma adesso restiamo alla nuova raccolta di Zingonia, a questo suo spogliarsi innocente e mistico che fa sentire la voce antica dei profeti diventata quotidianità. Operazione non facile, ma evidentemente riuscita perché la poetessa ha voluto incarnarsi nelle atmosfere e nelle liturgie della parola che, se saputa intessere di vibrazioni e di autentico sentire, riesce a dare quasi carnalmente il senso primo e ultimo delle emozioni, cioè riesce a farsi preghiera.

“cerco in fondo alla mia onestà
l’origine
di questo spasmo che mi contorce le viscere,
agitazione nemica del raccoglimento

le utopie
s’impossessano dei miei sensi
convincendomi che tutto è possibile
e con la fede dell’inconscio
materializzo il suo corpo…”
 

E’ proprio vero, questo libro è “Una danza fra cielo e terra, un movimento alla ricerca… dell’amore”, ed è “libro forte e unitario, dove la parola è alla ricerca dell’Assoluto”, affidato a “Un nuovo valore del dire, una nuova castità del verbo”: Sono frasi prese dalla illuminante prefazione di  Andrea Ulivi, che è riuscito ad accompagnarci pagina dopo pagina portandoci nella pienezza di un dettato che io trovo lineare e potentemente espressivo, capace di saper cogliere i fremiti e i fermenti dell’ansia che serpeggia ovunque e crea un’atmosfera mistica.
Eppure, e qui sta la bellezza e la novità del testo, le metafore non sono mai astratte né filtrate attraverso sofisticate giravolte. Zingonia parla con pienezza d’intenti e arriva a farsi capire senza edulcorare le spine del percorso e senza coprire di veli e neppure l’ombra minima del cammino intrapreso.
 

“la tua trasparenza carnale
ipnotica
mi riporta al primo uomo”
 

 “negli occhi del bambino una fessura
spuntano paure
coltelli
che squarceranno la gola del mondo”


 “uomo o angelo
cosa importa
è la luce
il mio turbamento”
 
Pochi esempi per assaporare la freschezza con cui Zingonia passa attraverso le varie “stazioni” soffermandosi sugli aspetti che solitamente sfuggono o a cui non si fa caso perché presi da “ragioni” estranee”. Nelle sue espressioni sentiamo il palpito di una rincorsa pacata ma decisa, direi senza via di scampo, in modo che le distrazioni non possano comparire e il tutto diventi inno che via via si apre a un canto gregoriano di nuova fattura, a un canto zingoniano in cui contano, alla stessa maniera e con lo stesso peso, sia l’argomento e sia le sfumature, sia il ritmo e sia gli aloni di senso (di luce, pardon, con la maiuscola, Luce) che fanno ressa nell’animo.
Ma mi piacerebbe che il lettore entrasse nelle pieghe di questo libro senza pregiudizi e senza il preconcetto di trovarsi dinanzi a una comunione e a una sacralità che non permette di leggere l’umano. Tutt’altro! Zingonia si spoglia (il verbo mi ritorna) “delle cose / per incontrarTi / nel nulla”, dice rivolta a Dio, e ciò per calcare la voce su quel che ha dovuto incontrare, superare e vincere. Il nulla  come approdo limpido per potersi riconoscere e non per arrivare allo svuotamento.
Anche le prose poetiche hanno un loro peso e determinano e allargano le atmosfere di  cui accennavo e se l’andamento generale ha sapore biblico, si resti in ascolto e sarà la Luce a farsi sentire, a prendere voce e proprio da quella finestra da cui zampilla l’acqua: “io tutta sono finestra”.
Per concludere mi piace dire che Zingonia Zingone ha scritto un piccolo meraviglioso e illuminato Vangelo personale che si apre dolcemente verso il mondo. Operazione rara e difficile, che a lei è riuscita, forse perché ha messo dentro tutta se stessa contemporaneamente sottraendosi, facendo diventare la sua carne spirito che vola. Come ha fatto? I libri sacri sanno come diventare marmo o farfalle, piombo o brezza d’aprile. E dunque anch’io “mi domando / se lieviteranno le ceneri / testimoni / dello specchio in fiamme”,

Dante Maffia